Gian Piero de Bellis

I padroni delle parole

(Gennaio 2012)

 


 

Una delle affermazioni più famose nell'ambito della filosofia del ventesimo secolo è la frase di Ludwig Wittgenstein: “”Die Grenzen meiner Sprache bedeuten die Grenzen meiner Welt [I confini del mio linguaggio rappresentano i confini del mio mondo]. (5.6 - Tractatus Logico-Philosophicus, 1921)

In sostanza, con quella frase, Wittgenstein riconosceva al linguaggio una importanza enorme tale da rappresentare un limite, più o meno grande, a seconda dei casi, alle possibilità di conoscere e di comunicare. Si potrebbe allora prendere l'affermazione di Wittgenstein come un invito ad allargare i confini del proprio linguaggio, a padroneggiare gli strumenti della espressione (linguistica, visuale, sonora, motoria, gestuale, ecc.) nella maniera più varia e ricca possibile in modo da allargare al massimo i confini del proprio mondo.

In mancanza di ciò, l'esistenza avrebbe luogo entro limiti ristretti, sulla base e all'interno di un linguaggio estremamente scarno e dove potrebbe accadere che poche parole convenzionali, ripetute in maniera ossessiva, siano sufficienti a suscitare rozze emozioni e spingere a compiere azione senza senso.

Questo perché le parole hanno un notevole potere sulle persone e tale potere è tanto più forte quanto più limitato e grezzo è l'universo linguistico di una persona e quindi, la sua visuale esistenziale, cioè i confini del suo mondo.

Gli uomini politici sanno bene tutto ciò e perciò si limitano a discorsi scarni e generici in cui abbondano parole convenzionali, frasi fatte che sollecitano i più bassi istinti dell'uditorio o proclami altisonanti e accattivanti che suscitano emozioni irrazionali.

Nel 1917, in una situazione di confusione rivoluzionaria Lenin diffonde la parola d’ordine “Tutto il potere ai Soviet” e, attraverso quello slogan ad effetto, la componente minoritaria bolscevica, di cui Lenin era il capo, comincia ad ammassare sempre più potere, espropriando ed espellendo dai posti di comando le altre componenti politiche e sociali.

Così facendo Lenin metteva in pratica in maniera mirabile quanto affermato da Humpty Dumpty:
“Quando uso una parola – aveva detto Humpty Dumpty – quella parola prende il significato che io ho deciso di attribuire ad essa.”
“Il problema - aveva replicato Alice - è se tu puoi davvero dare alle parole significati così differenti.”
Al che aveva risposto Humpty Dumpty “Il problema è sapere chi è il padrone. Questo è tutto.” (Lewis Carrol, Through the Looking Glass, 1872)

E la risposta era del tutto appropriata e pertinente in quanto i padroni sono tali anche e soprattutto in quanto sono i padroni delle parole.
Per Lenin, manipolatore supremo delle masse, “Tutto il potere ai Soviet” voleva dire “Tutto il potere ai bolscevichi” il che a sua volta significava “Tutto il potere a Lenin e alla sua cerchia”.

Quindi, i veri padroni sono coloro che riescono ad impossessarsi di parole che suscitano forti emozioni e attraverso le quali (le parole e le emozioni) sono in grado di manipolare le persone e di far fare loro quello che essi vogliono.

Un simile scenario, fatto di capi spregiudicati e di masse che dispongono di un universo linguistico estremamente ridotto (i limiti di cui parlava Wittgenstein), è paragonabile alla condizione tribale in cui lo stregone pronuncia formule magiche ed esegue riti esoterici, e le persone della tribù credono (per rispetto) e si sottomettono (per paura). Il rispetto e la paura derivano da una condizione di ignoranza che fa sì che le persone abbiano fede in alcune parole e idee-feticcio e abbiano paura se non terrore di sperimentare il nuovo.

A tutto ciò non è di solito estraneo lo stregone stesso (l’equivalente d’altri tempi dell’attuale scuola di stato) che opera perché le persone siano imbevute fin dalla più tenera età di formule magiche e siano immunizzate se non addirittura terrorizzate dall'idea del diverso e del nuovo.

Due casi esemplari di appropriazione delle parole da parte dei padroni, di modo che esse (le parole) esprimano ciò che essi (i padroni) vogliono, è rappresentato dai termini liberale e socialista.
Per gli americani, liberal (liberale) è qualcuno che vuole la restrizione della libertà economica personale attraverso l'intervento dello stato.
Per molti europei, socialista è qualcuno che vuole il controllo della società da parte dello stato.

In sostanza, l'etimologia delle parole (libertà, società) è stata totalmente annullata e, seguendo Humpty Dumpty, si è dato alle parole il significato che i padroni hanno deciso di dargli.

Come mai questo è possibile, cioè come mai è possibile manipolare le parole?
Sostanzialmente per due motivi :

- le parole sono entità vive, storicamente plasmabili, il cui significato (e anche la cui grafia) può cambiare nel corso del tempo;

- le parole sono entità multiformi (polisemiche) che possono dare adito a molteplici significati. Questa polisemicità rappresenta la loro ricchezza ma anche, in taluni casi, la loro debolezza.

Come ci si può opporre a questo dominio padronale delle parole in modo da riportarle ad essere strumenti di comunicazione e non mezzi di manipolazione?
Nell'ambito della scienza l'utilizzo di un termine (concetto) va preceduto da una precisa e rigorosa definizione dello stesso.

La definizione può essere effettuata sostanzialmente in tre modi, che non si escludono tra di loro:

- Esemplificazioni (ad es. mostrare campioni o esempi). Per definire un oggetto si può mostrare un campione e per definire un comportamento si può offrirne un esempio.

- Caratterizzazioni (ad es. mettere in luce caratteristiche). Per definire una malattia si possono indicare i sintomi e i segni caratteristici.

- Operazionalizzazioni (ad es. descrivere funzioni e operazioni). Per definire un concetto scientifico si possono descrivere talune operazioni che trasformano il concetto (ad es. lunghezza) in un dato empirico (ad es. misura in metri).

Quest'ultimo aspetto della definizione tramite funzioni e operazioni è soprattutto interessante perché elimina molte ambiguità e possibili inganni. Secondo P. W. Bridgman, uno dei più famosi sostenitori della definizione come operazionalizzazione: “... the true meaning of a term is to be found by observing what a man does with it, not by what he says about it.” (“… il vero significato di un termine è da ricercarsi in quello che una persona fa con esso, non in quello che dice riguardo ad esso.”) (The Logic of Modern Physics, 1927)

In sostanza, ogni qualvolta una persona impiega termini molto popolari ma anche molto controversi, che hanno forti valenze emotive (tipo capitalismo, socialismo, liberalismo, democrazia, mercato, ecc.) sarebbe utile, prima di imbarcarsi in una discussione, chiedere garbatamente di definire tale termine:
- portando esempi
- mettendo in luce caratteristiche distintive
- traducendolo in funzioni e misure pratiche.

Se l'individuo si rifiuta affermando che non c'è alcun bisogno di qualificare termini di uso così corrente, sostenendo che tutti ne conoscono il significato, allora vuol dire che egli sta cercando di manipolarvi o che è lui stesso vittima di manipolazione.
Invece, se definisce in maniera precisa il termine indicando esempi, caratteristiche e funzioni operative, allora si può avviare un dialogo costruttivo e un confronto pacato.

E da questo interscambio reale potrebbero venire fuori esiti sorprendenti. Ad esempio il fatto di trovarsi d'accordo con coloro che si ritengono avversari solo perché utilizzano un vocabolario differente ma vogliono, in definitiva, le stesse cose; e trovarsi in disaccordo reale e profondo con quelli che usano gli stessi termini ma intendono e vogliono cose del tutto diverse.

In questo modo, e cioè attraverso una rigorosa definizione dei termini, le persone ritornano a padroneggiare le parole, vale a dire a utilizzarle in maniera concreta ed efficace al fine di dar vita a progetti, invece di essere dominati dalle parole e, soprattutto, dai padroni delle parole per i quali lo scontro verbale, che provoca divisioni, contrapposizioni e stallo generale, rappresenta la condizione indispensabile per il dominio e il controllo sociali.

 


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