Gian Piero de Bellis

Un anno in Germania

(1978)

 


 

Nota

Dedicato ad Hassan, a Shasha, a Pierre e a tutti quelli che, senza disperazione, vivono una vita da disperati.

 


 

Tutto è cominciato a fine gennaio.

Non ho detto a nessuno che partivo.

Sono arrivato a M... con 150mila lire in tasca e la voglia di lavorare e di guadagnare. Ho dei progetti e devo mettere da parte qualcosa per realizzarli.

Mi sistemo in una pensioncina vicino alla stazione centrale.

Il primo giorno mi giro la città a piedi; la voglia di vedere la vince sulla necessità di cercare lavoro.

La sera faccio il mio primo tentativo: vedo un ristorante italiano e mi offro come lavapiatti. Non hanno bisogno di nessuno.

Prima di rientrare nella mia stanza vado a mangiarmi una zuppa calda.

 


 

L'indomani approdo al consolato italiano. Praticamente non so una parola di tedesco, per me gli annunci di lavoro sono arabo; ho bisogno di un aiuto.

Lì, all'ufficio scuola, incontro Giò che mi informa su di un corso gratuito di tedesco; ci sono lezioni quella sera stessa.

Mi dà anche il numero di telefono di una persona che potrebbe indirizzarmi per un lavoro.

Ritorno in strada; fa un freddo cane. Al pomeriggio telefono ma ne cavo fuori solo consigli molto vaghi.

La sera, prima della lezione, entro in un supermercato e compro uno yogurt; me lo mangio per strada e mi sento completamente libero.

Po entro nell'edificio della Lindwurmstrasse. Ritrovo Giò; ci sono altre persone. Giò è l'insegnante. La lezione comincia.

 


 

Finite le due ore di tedesco (ho il cervello in fumo) sto camminando in direzione della mia pensione quando sento qualcuno che mi si avvicina.

È uno dei ragazzi presenti alla lezione, viene dalla Calabria; lavora nella cucina di un ristorante italiano. Sta andando a trovare degli amici per ritirare una lettera; mi chiede se voglio andare anch'io.

Ci dirigiamo verso Marienplatz. Incomincio a orientarmi nella città.

Bussiamo a una vecchia casa, siamo in una comune religiosa; mi aspettano discorsi metafisici, evanescenti, e io ho bisogno di un lavoro.

Conosco G... e A..., si familiarizza. G... lavora al Grand Hotel H. e mi dice che lì hanno sempre bisogno di personale. Basta presentarsi.

 


 

Il mattino dopo sono davanti alla porta dell'ufficio del personale dell'Hotel H.; mi danno un foglio da compilare e poi inizia una lunga attesa. Alla fine arriva il mio turno e mi fanno entrare. Come sempre ho il cuore che mi batte più forte; per quanti lavori possa cambiare, sarà forse sempre così.

La signora addetta al personale mi fa sedere mentre guarda la mia scheda. La prima cosa che mi chiede, parlandomi in francese, è se ho noie con la polizia; superato questo scoglio sembra non ci siano altri problemi. Devo solo ritornare al pomeriggio per parlare con Frau Chef, la direttrice del mio settore di lavoro.

Al pomeriggio Frau Chef, una donnona grande e grossa, parlandomi in italiano mi dice che ha bisogno di una persona della massima fiducia; le rispondo che su di me può contare; non so ancora per fare cosa ma so solo che ho bisogno di lavorare. Allora parlano in tedesco, Frau Chef e la signora del personale; sembra che io vada loro bene. Sempre in tedesco si rivolgono a me e mi dicono quale sarà la mia funzione e la paga; almeno intuisco che mi stiano dicendo questo.

Non ho capito niente ma mi sento felice.

 


 

Il primo giorno di lavoro sveglia alle 5. Tempo di lavarsi, vestirsi e poi alle 5 e venti c'è l'autobus dalla casa del personale dove adesso alloggio fino a Cosimapark. Dopo si cambia e si prende la Strassenbahn fino a Tivolistrasse. Alle 6 si attacca a lavorare. Prima di iniziare mi portano nella lavanderia e mi danno una camiciola e un paio di pantaloni. I pantaloni sono enormi, mi cadono giù; la camiciola ha le maniche che mi arrivano ai gomiti. Sembro un perfetto deficiente. Lascio perdere i pantaloni, rimango con i miei jeans e metto solo la camiciola.

Il mio lavoro è quello di houseman, uomo delle pulizie, addetto a girare per le camere, per i corridoi, per i gabinetti con un panno tra le mani o dietro un aspirapolvere.

Finito di cambiarmi, vado a prendere gli ordini. Ci sono 6-7 ragazze che ci dicono cosa dobbiamo fare. Noi che lavoriamo siamo in sette.

In cima a tutti c'è Frau Chef.

 


 

Mi mettono assieme a Shasha e Hassan, due turchi. Bisogna svuotare completamente alcune stanze perché poi si passerà il sapone sulla moquette e si pulirà tutto.

Hassan parla con Shasha in turco; ridono fra di loro, mi sento isolato. Non voglio essere preso in giro, faccio il mio lavoro con coscienza, non mi tiro indietro anche quando ci sono da spostare le cose più pesanti. Non sono né debole né scansafatiche.

Vedo Hassan che porta fuori i letti e ride mentre li spinge e li fa strusciare contro il muro, alcuni li sbatte contro gli spigoli delle pareti. Io rimango a guardarlo e lui continua a ridere. E Shasha fa lo stesso. Sono sbalordito.

Frau Chef ci chiama da una parte all'altra: c'è da spostare questo, da sistemare quello, quell'altro lì non va bene. Non so da quante ore mi sto caricando di roba, non ci sono abituato, le braccia cominciano a farmi male, le mani me le sento senza più energia, come di pastafrolla. Ma bisogna continuare senza far notare la propria debolezza. Non voglio che si rida di me.

 


 

La sera, lezione di tedesco. Al termine, Giò e il marito mi invitano a mangiare una pizza. Sono stracco morto ma la compagnia mi fa piacere.

Ho davanti la pizza e non riesco a tagliarla, il coltello mi scappa di mano, i muscoli non me li sento quasi più.

Ho fame, la pizza si sta raffreddando. Poi lascio perdere.

Mi dispiace Giò, non ho più fame.

 


 

Il secondo giorno va meglio.

Innanzitutto mi danno un compito più leggero, poi imparo a controllarmi, a risparmiare le forze. Mi hanno messo l'aspirapolvere in mano e via per i corridoi, un piano per volta.

Avanti e indietro, come se tagliassi l'erba di un prato. Il corridoio è lungo, non finisce mai. Il rumore dell'aspirapolvere mi ronza nel cervello e fa da sottofondo ai miei pensieri Finito un lavoro si sistemano gli attrezzi nel ripostiglio e si va in cerca di una ragazza o dell'onnipotente Frau Chef per ricevere altri ordini.

Adesso mi hanno mandato a pulire le scale. Parto con la scopa dal 15° piano e giù giù me li faccio tutti e 14 (il 13° è stato abolito per superstizione) fino alle cantine. Poi riparto con la mazza, lo straccio e il secchio dell'acqua saponata e me li rifaccio tutti. Finito da una parte passo all'altra scala e ripeto il lavoro.

E così si consumano le ore.

 


 

Frau Chef mi ha chiesto di cambiare orario, ma solo per un giorno: dalle 10 alle 19. Dopo le 15 la maggior parte delle ragazze che ci controllano se ne vanno via. Io faccio il mio lavoro con precisione anche senza una che mi controlli. Alle 19 vado a chiedere se c'è altro da fare. Frau Chef guarda l'orologio e mi dà il permesso di andar via. Allora vado nella sala mensa e scopro che non hanno più niente, è già tutto finito.

Si viene a mangiare alle 18.30, quando termina il turno di lavoro, e non dopo. Io me ne sto zitto e me ne vado via. Ho fatto, senza saperlo, mezz'ora supplementare di lavoro e sono rimasto senza cena. È la mia prima fregatura. Me ne torno a casa a dormire. Fra dieci ore si ricomincia.

 


 

Stamani mi hanno messo a lavorare con Philippe, il belga. È un tipo strano, che ti fissa con gli occhi sbarrati come per entrarti nel cervello e forse in quel momento sta pensando a tutt'altro. Dobbiamo pulire le porte degli ascensori di servizio, un lavoro che ci terrà occupati alcune ore. Philippe vorrebbe dividere il numero degli ascensori da fare, ma io gli propongo di lavorare insieme e di dividerci i compiti: lui passa la crema lucida sul metallo e io passo il panno per lucidare, prima su una porta e poi sull'altra, alternativamente, così da non intralciarci e da eliminare i tempi morti.

Ogni tanto cambiamo i compiti, giusto per annoiarci di meno.

Il problema è il tempo che non passa mai e più il lavoro è noioso e più il tempo si dilata. Quando sei fuori il tempo vola e non c'è quindi proporzione. Quello che domina è il tempo del lavoro.

 


 

C'è stata una nevicata tremenda e il gelo della notte ha ghiacciato le rotaie. La Strassenbahn non ce la fa a partire. Sono le sei passate, arriverò in ritardo al lavoro. Sono intirizzito ma quello che mi secca è di fare ritardo, come se il mio ritardo squalificasse me e tutti quelli che lavorano all'estero. Scopro poi che sono tutti in ritardo. La nevicata è stata eccezionale e il traffico è rimasto semi-paralizzato in tutta la città.

Appena arrivo mi ordinano di andare fuori a pulire l'ingresso esterno. Prendo un secchio d'acqua, lo straccio, la mazza e vado fuori.

Ho indosso la solita camiciola e le scarpe leggere perché sulla moquette si suda ai piedi. La temperatura deve essere di alcuni gradi sotto lo zero. Appena butto l'acqua calda, questa forma una lastra di ghiaccio. Non so cosa sto pulendo, cosa sto facendo lì fuori. Il freddo mi gela le mani e il cervello. Il portiere mi si avvicina e mi avverte che se uno esce dall'albergo in quel momento, su quella lastra di ghiaccio si romperebbe l'osso del collo. Lo so benissimo anch'io. Sono un cretino che sta eseguendo un ordine cretino. Col rischio, per giunta, di far male agli altri e di beccarsi una polmonite.

 


 

Quando è l'ora di andare a mangiare c'è sempre qualcuno che è rimasto senza buono. Il pasto costa 1,50 marchi e bisogna comprarsi i buoni all'ufficio del personale che è chiuso quando si apre la mensa. Jordan, il francese, me ne ha chiesto uno in prestito qualche giorno fa. Poi è stata la volta di Hassan. Oggi sono rimasto io a secco e non ho avuto un attimo di tempo per andarmeli a comperare. Vado da Jordan a chiedergli se può restituirmi il mio buono e mi dice che li ha finiti tutti. Provo con Hassan ed è la stessa risposta. Ho fame. Chiedo a Philippe se ha un buono da prestarmi, mi fa vedere in mano il suo e mi dice che è l'ultimo; dal taschino gliene spunta un blocchetto intero.

Sono imbarazzato per lui, sto zitto.

Esco dalla sala mensa e ritorno a lavorare.

 


 

Da un po' di giorni, appena inizio al mattino, ho l'incarico di pulire le scarpe. Prendo la cassetta con i lucidi e le spazzole e salgo con l'ascensore all'ultimo piano. Attraverso corridoi deserti, ancora immersi nel sonno, e mi fermo dove hanno lasciato fuori le scarpe; mi metto seduto sulla moquette e con calma stendo il lucido e strofino con il panno e passo le spazzole.

Qualche volta trovo nei corridoi vassoi rimasti dalla sera precedente con avanzi di cena, sandwiches e bibite. Come un affamato scelgo i sandwiches non sbocconcellati e li divoro; la mia non è fame, ma paura di soffrire la fame. Mano a mano che scendo da un piano all'altro vedo, attraverso la vetrata delle scale, scomparire il buio e farsi progressivamente giorno. Poi esplode il sole.

 


 

Il mattino, verso le otto, dopo un paio di ore di lavoro, si va a fare la prima colazione. Dietro il bancone, a darci il thé o il caffè, c'è una persona odiosa, che ci lesina anche un pezzetto di burro, sempre pronta a urlarci dietro. Mangio lentamente, senza nessuna voglia di parlare.

 


 

Mi hanno mandato a pulire tutti i portacenere dell'Hotel. Non mi piace il puzzo dei mozziconi di sigarette ma c'è il vantaggio di andarsene in giro per un'ora con la scusa motivata di star facendo qualcosa. Ho appena finito il mio giro e con tutta calma mi avvio verso l'ufficio di Frau Chef a ricevere nuovi ordini. Arrivo davanti a lei e aspetto che mi dica cosa devo fare. Consulta i suoi fogli, chiede alle ragazze, non sa proprio cosa darmi da fare. Poi di colpo decide: Aschenbecher Kontrolle. Io sto zitto, riprendo i miei stracci e vado. Mi aspetta un'altra ora di passeggiata.

 


 

Bisogna pulire tutti i balconi con la mazza e l'acqua; liberare tutti gli scoli dalla merda degli uccelli. Mi mandano con Giovanni, un ragazzo siciliano. Un balcone dietro l'altro, ci facciamo quasi tre piani.

La cacca oramai non ci fa più schifo, è un composto naturale, nient'altro.

Giù ci sono degli operai che stanno iniziando a lavorare; l'acqua con gli escrementi degli uccelli cade adesso anche su di loro. Ci gridano di smetterla ma noi dobbiamo eseguire gli ordini e ce ne freghiamo. Vediamo che gli operai vanno a protestare, ma noi continuiamo come se niente fosse. Dopo un po' una delle ragazze viene a ordinarci di smettere quel lavoro. Era ora!

 


 

Il compito più ricorrente è quello di passare l'aspirapolvere. L'Hotel è tutta una moquette, c'è anche nei gabinetti. Si fanno kilometri e kilometri dietro l'aspirapolvere mentre i piedi ti sudano e non vedi l'ora di arrivare a casa e di metterli a mollo.

Di solito, finito di mangiare, alle due mi mandano a pulire tre piani con l'aspirapolvere. Prima perdo un sacco di tempo a trovare l'aspirapolvere che funzioni; non c'è giorno che non se ne rompa uno. Poi bisogna aspettare che arrivi l'ascensore di servizio.

Ho davanti a me almeno due ore di lavoro alla luce artificiale, opprimente, dei corridoi, col ronzio della macchina che penetra in testa. Per difendermi dal rumore isolo il cervello, lo lascio fluttuare per conto suo, a pensare, a ricordare. Seguo la macchina, avanti, indietro. Sto arando il solito campo.

Non c'è nessuno. Nessuno esce dalle stanze.

Sono solo, al dodicesimo piano, sospeso al di fuori del mondo.

 


 

Sto imparando un po' di tedesco e questo mi permette di spiaccicare qualche parola con gli altri. Ho chiesto ad Hassan da che città viene, da quanto tempo lavora all'Hotel H. . Quando mi ha risposto che è li come houseman da quattro anni sono rimasto di merda. Poi ha aggiunto che ne deve fare ancora parecchi prima di ottenere la pensione, almeno altri 9-10 anni di aspirapolvere. Alla fine se ne andrà e ci saranno altri turchi a occupare il suo posto.

 


 

Pulire i cessi e gli spogliatoi degli uomini è uno degli incarichi più graditi. Le ragazze che ci controllano, forse per pudore, non hanno il coraggio di entrare e allora uno se ne può stare li, seduto su una panca, attento solo quando entra qualcuno perché c'è sempre la spia e non ci si può fidare di nessuno. Poi, con tutta calma, si passa la scopa, il panno bagnato, si puliscono i lavandini, si getta un po' di acqua nei gabinetti, si controlla se manca la carta igienica, se c'è il rotolo asciugamani. Quindi un'altra sosta per riposarsi. Per questo essere addetto a pulire i cessi è considerato un compito ambito.

 


 

A scuola faccio progressi. Voglio imparare ad esprimermi e a capire il più presto possibile. Finito il lavoro, quando non sono in giro per la città, non faccio altro che studiare. A scuola c'è F... che è qui da 15 anni e sa solo qualche parola di tedesco; c'è A... che si rifiuta di impararlo, viene a scuola ma non si impegna minimamente. La maggior parte ha difficoltà anche ad esprimersi in italiano; ignora il significato di molti vocaboli. Poi la prospettiva di ritornare in Italia toglie a molti la motivazione allo studio. Non pensano ad altro che a mettere da parte i soldi per costruirsi una casa al proprio paese. E per questo si ammazzano di lavoro.

 


 

Quasi ogni mattina, verso le dieci, mi mandano a pulire la sala del breakfast. Stamani arrivo trascinandomi l'aspirapolvere e vedo ancora gente ai tavoli. Allora torno indietro e lo dico a Frau Chef: bisogna rimandare la pulizia. Neanche per sogno, mi risponde, a quell'ora non si deve più fare colazione; devo ritornare immediatamente e far andare l'aspirapolvere. Torno e attacco a lavorare. Passo tra i tavoli, in mezzo alla gente, mentre stanno imburrando il pane o sorseggiando il caffelatte. A me, personalmente, tra la polvere e il rumore, passerebbe la voglia di mangiare. E in effetti vedo che la gente mi guarda stupita o anche infastidita. Il caposala finalmente se ne accorge e vorrebbe farmi smettere. Gli rispondo che ich muss arbeiten, non sono cavoli miei, non posso disubbidire agli ordini, se la sbrighi con Frau Chef.

Il caposala telefona a Frau Chef e sento che litigano mentre io continuo a scorrazzare tra i tavoli, tra le gambe della gente.

Alla fine mi fermano e me ne devo proprio andare.

 


 

Sono qui oramai da quasi un mese e ho passato tutte le mansioni. Non c'è più nulla di nuovo. D'ora in poi ritornerò sempre sugli stessi lavori.

 


 

Ogni settimana ho un giorno di libertà e due giorni liberi una settimana sì e una no. L'attesa del giorno libero è pari alla delusione quando questo arriva. Non si sa cosa fare! C'è gente che dorme tutto il giorno, altri vengono a trovare quelli che lavorano anche se è proibito stare nell'Hotel nei giorni di libertà. Francesco è negli spogliatoi a vedermi lavorare. Un lavoro che non vale niente ti assorbe tutto cosicché, al di fuori di questo tutto pieno di nulla, tu non sei niente. Non sai cosa fare. L'autonomia mentale confiscata sul lavoro non la si recupera neanche nei momenti di libertà.

 


 

Di nuovo, per l'ennesima volta dopo pranzo, eccomi nei corridoi, con l'aspirapolvere. Quando me l'hanno comandato ho avuto un vampata di felicità, come se mi avessero consegnato la mia quotidiana dose di droga.

È la seconda settimana di seguito che, sempre alla stessa ora, rifaccio gli stessi corridoi con gli stessi identici gesti e ogni giorno, automatizzandosi sempre più il lavoro, il cervello si stacca da terra e mi porta altrove. Mi costruisco altre società, altre persone, ripercorro momenti del passato, mi vedo bambino, ragazzo, adulto, vecchio. Vedo quello che ho fatto e quello che farò. È come se il corridoio fosse la mia vita e io la percorro avanti e indietro, nel passato e nel futuro. Manca solo il presente. E al presente non c'è che un aspirapolvere che mi trascina.

 


 

Mostrare insofferenza quando una ragazza ti da ordini stupidi potrebbe derivare dal fatto che chi comanda è più giovane e di sesso femminile.

Ma non è così. Chi ho di fronte è solo una persona che mi comanda in maniera arrogante e pasticciona. Questo è ciò che conta. E non c'è nessuna differenza che sia donna o uomo, vecchio o giovane. Per dirla come Aleksej Nikolaevic T... , c'è la stessa differenza che c'è tra la merda di gatto e la merda di cane. Nessuna!

E tutti noi, col tempo, possiamo diventare merda che comanda al posto di rimanere merda che obbedisce. Prendi E...; ieri faceva la donna delle pulizie, oggi è stata passata a sorvegliante. Con la stessa facilità con cui ha cambiato divisa, ha cambiato cervello. Invece che ricevere ordini, li dà.

È tutto qui. Ma è tutto.

 


 

È Pasqua e sono di lavoro. Preferisco lavorare quando è festa, perché non c'è Frau Chef. Non la sopporto più. Con la sua aria di superiorità verso di noi e di servilismo verso i capi, grassa e grossa, col suo immenso sedere attaccato alla sedia e il suo faccione rotondo che se la ride se ti vede stanco stravolto.

Ma non è peggio o meglio di tanti altri. Che umanità!

 


 

Sto facendo colazione con Philippe quando arriva il caposettore addetto alle sale delle conferenze. Gli manca il suo personale e ha bisogno di qualcuno che gli pulisca la sala. Me l'aveva già chiesto l'altro giorno e gliel'avevo fatto, sfidando le ire di Frau Chef perché mi occupavo di un altro settore tralasciando il suo. Adesso ho la mia mezz'ora di sosta, ho la tazza di kaffee davanti e il pane imburrato. Non chiedo altro che un po' di pace. Con la massima gentilezza gli dico che non posso andare, si rivolgesse a qualcuno che ha già fatto colazione. Probabilmente gli altri l'hanno già mandato a quel paese o si sono tutti imboscati. Visto che con me non c'è niente da fare, si rivolge a Philippe. Il belga è ingenuo, servile, non si ribella mai. Cede subito. Dico a Philippe che deve finire la sua colazione e passo subito per un sobillatore. Il caposettore mi dice che sono un cattivo soggetto, uno scansafatiche, solo perché difendo i nostri diritti.

Vedo Philippe che se ne va con lui.

Povero Philipe. Peggio per Philippe.

 


 

Mentre sto pulendo le scale mi capita di pensare che chi ha progettato l'edificio non ha la più pallida idea delle pulizie; probabilmente non ha mai fatto pulizia a casa sua. Non si capirebbero se no certi spazi vuoti, inutili, in cui si raccoglie tutta la polvere; certi corridoi lunghissimi, senza un minimo di aria naturale. E poi la divisione di alcuni ambienti e l'organizzazione logistica dell'Hotel che accentua le assurdità. Per andare a fare le pulizie nella Halle ci capita di passare con l'aspirapolvere attraverso il locale cucina. I sacchi della spazzatura viaggiano nell'ascensore a fianco dei carrelli per la colazione. E' un vero casino e noi non facciamo altro che moltiplicarlo fregandocene del funzionamento dell'Hotel.

Che tutto vada a rotoli!

 


 

Ho passato quasi tutta la mattina a portare immondizie dai piani giù nel cortile di servizio. Si può dire che ho spurgato l'albergo di tutti i suoi rifiuti. C'è stato un congresso, le camere erano quasi tutte occupate, quindi carte e sporcizia a non finire. Metto tutto in un carrello e vado su e giù; ho perso il conto dei viaggi fatti. Poi, ogni tanto, mi imbosco. Ho preso l'abitudine di farmi mezz'ora di gabinetto a metà mattina. La colazione oramai non dura meno di 3/4 d'ora e così il pranzo. Basta non farsi scoprire.

 


 

Frau Chef mi ha mandato a prendere delle vecchie rubriche telefoniche che devono essere gettate via. Ne ho riempito un carrello e sto aspettando l'ascensore quando mi trovo davanti C..., una ragazzina che si crede un padreterno solo perché noi, in teoria, dovremmo ubbidirle.

Con aria seccata mi chiede "Was machen sie?"

Indicandole le rubriche rispondo "Ich gehe telefonieren."

Rimane un attimo perplessa, poi capisce che la sto prendendo in giro ma non ha il tempo di urlarmi dietro.

Sono già nell'ascensore.

 


 

È da un'ora che sto lavorando nei corridoi con l'aspirapolvere. Come al solito funziona male; invece di aspirare caccia fuori la polvere. Ogni tanto mi devo fermare, cercare il guasto. Ho già cambiato il sacchetto, ho pulito l'apertura del tubo con una forcina. Sono esasperato per il lavoro, per l'inefficienza. Adesso sono ancora alle prese con l'aspirapolvere, in ginocchio sulla moquette. Non ne voglio più sapere. Prendo il filo elettrico e, da lontano, incomincio a tirarlo per farlo uscire dalla presa. Voglio spaccare definitivamente la macchina, tanto non funziona. Tiro sempre più forte ma il filo resiste.

Ma che faccio? Che sto facendo? Cosa c'entra l'aspirapolvere?

Sono passate solo alcune settimane ma la parabola si è già compiuta. È nato un altro Hassan, un altro Shasha. Solo due mesi fa li ho giudicati pazzi perché sbattevano i letti contro i muri ed eccomi ad aver percorso anch'io, a tappe accelerate, il loro cammino.

Questo lavoro, questi rapporti di lavoro, mi hanno cambiato e io mi sono lasciato trasformare. Io sono quello che faccio e se faccio stronzate non sono altro che uno stronzo.

Non si scappa da questa logica se non scapppandosene da questa realtà.

Bisogna andar via.

 


 

C'è aria di primavera. Le giornate stanno allungandosi e la mia sopportazione sta riducendosi. G... mi ha, detto che dopo tre mesi si può chiedere di cambiare settore di lavoro e io ne ho le palle piene di Frau Chef, dell'aspirapolvere e di tutta la merda di questo Hotel. Vorrei servire le colazioni al mattino, almeno lì avrei le mance e sarei forse trattato meglio. Sono andato all'ufficio del personale a chiedere di essere spostato in un altro settore. Fra qualche giorno mi daranno una risposta.

 


 

Mi hanno proposto di lavorare nel settore banchetti e conferenze, sempre però come addetto alle pulizie. Un bel cambiamento, non c'è che dire. Senza neanche pensarci ho risposto che a fine mese me ne vado, lascio il lavoro.

Non so ancora quello che farò, so solo quello che non voglio più fare. Non ho mai fatto più di tre mesi lo stesso lavoro perché quando non c'è più nulla di nuovo da imparare non c'è più ragione di restare.

 


 

Per prima cosa ho bisogno di alloggio perché devo lasciare la casa del personale. Da un ragazzo francese che lavora nella lavanderia dell'Hotel ho saputo che c'è una stanza libera e mi metto d'accordo con lui per andarla a vedere. Si trova in un quartiere di villette all'inglese.

La zona mi piace. Mi fa venire in mente quando abitavo nell'Essex, anche lì a cercar lavoro. La proprietaria è una vecchia signora che parla parla mentre mi accompagna su. La stanza è una mansarda, c'è il letto, l'armadio, una cassettiera, il tavolo, la sedia, la stufa e uno scaffale pensile per i libri. Non ci manca niente. Mi metto subito d'accordo, centoventi marchi al mese più un mese di cauzione. Faccio due viaggi con la Strassenbahn da un capolinea all'altro per traslocare tutta la mia roba.

Adesso non mi rimane che trovare un nuovo lavoro.

 


 

È maggio.

Sono andato ai grandi magazzini di fronte al Wiese per sapere se hanno bisogno di commessi o magazzinieri. Mi rispondono che per il momento sono al completo.

Mi viene in mente di rivolgermi all'Ufficio del lavoro.

È un grosso palazzo a un centinaio di metri da Isartor. Lì compilo un modulo, poi mi fanno entrare in un ufficio. Mi chiedono da quanto tempo sto cercando lavoro, cosa facevo prima, perché me ne sono andato via. La signora che mi rivolge le domande si arrabbia quando le dico che ho lasciato il precedente lavoro perché me ne ero stancato; mi fa quasi sentire colpevole perché voglio cambiare.

Scorre in uno schedario le offerte di lavoro e intanto mi chiede cosa voglio fare.

A me ve bene qualsiasi cosa, basta che sia un lavoro nuovo, mai fatto.

Vedo che scrive su di una scheda un indirizzo; cercano un kofferträger all'Hotel P., mi devo presentare e dire che mi manda l'Ufficio del lavoro. In caso di risposta negativa, ritornare che poi si vedrà.

 


 

Sono già tante le volte che ho chiesto lavoro ma sempre mi è venuta la paura di essere rifiutato, come se non ci fossero migliaia di posti che aspettano solo che qualcuno li occupi, perché certe mansioni non le vuole svolgere più nessuno.

Andando verso l'Hotel P. penso al lavoro di kofferträger, alla noia nell'attesa tra una valigia e l'altra da portare su nelle stanze; al fatto che almeno sarei stato più fresco per lo studio, alle mance che avrei raggranellato e ai libri che mi sarei potuto comprare. In certi periodi si guadagna più con le mance che con quanto ti danno di paga.

Quando arrivo davanti alla segretaria del Capo del personale, una ragazzona grassoccia, le dico chi mi manda e lei mi dà una lunga scheda da compilare. Dove sta scritto: posizione di lavoro desiderata metto kofferträger, poi, dopo un attimo, aggiungo kuchenhilfe.

 


 

Mi hanno preso come kuchenhilfe, lavoro quindi nelle cucine. La paga è come prima, 1000 marchi brutto, ma il mangiare è gratuito. Sono al settimo cielo. Finalmente imparerò qualcosa di più interessante.

Ho telefonato a Giò per dirle che mi hanno assunto.

Mi ha invitato a mangiare fuori. Siamo stati all'Englischer Garten, alla birreria intorno alla Chinesicher Turm. È stato bello mangiare, parlare, il suo lavoro, suo marito, i miei progetti, la vita degli immigrati a M. .

La giornata è bella e mette allegria. Ci siamo scolate due birre gigantesche; poi, finito di mangiare, ci è venuta ancora sete o forse era solo la voglia di essere un po' su di giri e ci siamo presa un'altra mass di birra in due.

Siamo andati via che il sole iniziava a scomparire.

 


 

Oggi, primo giorno del nuovo lavoro.

Entro con un'ora di anticipo e vado a ritirare la divisa: pantaloni a scacchi, giacca bianca, fazzoletto rosso al collo. Come al solito è tutto un po' largo per il mio fisico filiforme. Negli spogliatoi mi scervello a capire come si fa a chiudere la giacca; alla fine mi decido ad andare a chiederlo: si sono dimenticati di darmi i bottoni.

Quando entro nelle cucine sono una persona smarrita. Il primo cuoco che vedo nota il mio essere spaesato. Ho in mano due strofinacci da cucina che mi hanno consegnato insieme alla divisa. Lui prende un pezzo di corda e, usandolo come cintura, mi mette uno strofinaccio intorno alla vita a mo' di grembiule; l'altro lo piega più volte per lungo e me lo sistema al fianco. Poi mi scioglie il fazzoletto rosso al collo e mi rifà il nodo. Quindi prende un cappello di carta, quelli alti che portano i cuochi, e me lo colloca in testa.

La vestizione è finita.

Passano altri cuochi, mi vedono, si presentano, mi stringono la mano. Sono tutti vestiti uguali, mi sembrano tutti la stessa persona, non li distinguo. Due sono italiani.

Mi mettono al lavoro.

 


 

Fritz, quello che mi ha aiutato nella vestizione, mi dice di tagliare a pezzi delle patate già sbucciate. Passa mezz'ora e mi dicono di interrompere, devo cuocere nel padellone delle salsicce dopo averle passate nel latte. Nessuno mi dice come fare ma solo di fare. Mi sento perduto, ho una paura tremenda di sbagliare, di farle cuocere troppo o troppo poco. Avrei bisogno di essere indirizzato ma non posso certo dire che non sono mai stato ai fornelli se non per cucinarmi una pastasciutta e delle uova fritte. Oramai l'abito che indosso, la mia divisa da cuoco, mi fa agli occhi di tutti abile alla cucina.

Finita la cottura delle salsicce mi rimettono, per fortuna, a tagliare patate. Cerco di tagliarle con precisione, tutte uguali, per far sì che cuociano in maniera omogenea. E incomincio così già a sbagliare. Primo perché si tratta delle patate che vanno al personale, secondo perché la precisione, almeno nel mio caso, va a scapito della rapidità di esecuzione. E invece bisogna andare schnell, fare tutto schnell, sempre schnell.

 


 

Non ho ancora finito il mio lavoro con le patate (ce ne sono due contenitori pieni) che mi chiamano. Fritz mi riaggiusta il fazzoletto rosso, mi dice di risistemarmi il grembiule, mi consegna un coltello da roast-beef e mi porta nella sala del buffet. Lo spettacolo che mi si presenta è quello di un tavolo enorme, illuminato da varie lampade, pieno di ogni ben di dio. Ci sono vari tipi di insalata, salse, legumi sottaceto, sottolio, carni fredde di vitello, di maiale, fette di prosciutto, di salame, formaggi, torte e, al centro, un grandioso vassoio di frutta. Da una parte del tavolo, quattro fornelli a spirito tengono al caldo nei loro contenitori di rame i piatti del giorno, riso, patate, cavoletti di bruxelles, che fanno da contorno ad un imponente pezzo di maiale arrostito al forno. Su di un altro fornello c'è una pentola di brodo caldo per chi vuole stuzzicarsi l'appetito con un consommé.

Fritz mi dice il nome dei piatti del giorno, me li fa ripetere nel caso li abbia già dimenticati o confusi e se ne va lasciandomi solo davanti al tagliere. Eccomi ancora di fronte a qualcosa di nuovo e l'imperativo è, come sempre, di comportarmi onorevolmente. Mi sento però come uno mandato allo sbaraglio, senza preparazione. Nessuno mi ha mostrato, ad esempio, come si taglia correttamente la carne, per quale verso; nessuno mi ha detto come intervenire quando si spegne il fuoco sotto il fornello; nessuno mi ha informato sugli altri piatti del buffet freddo, sui tipi di salsa, di insalata, per cui, interrogato dai clienti, farò la figura del fesso. Forse sono troppo pignolo, ma mi sembra, che tutto o quasi venga lasciato all'improvvisazione, si viene buttati nell'acqua gelida e bisogna muoversi, cercare di nuotare.

 


 

Sono passate tre ore da che sono di servizio al buffet. Viene il cuoco italiano e con aria burbera ma scherzosa mi rimprovera perché non ho ancora levato i vassoi. Nessuno mi ha avvertito che alle due si chiude il buffet né che devo sistemare tutto. Adesso andiamo in cucina a prendere un carrello e poi incominciamo a togliere i piatti freddi. Per ultimo le pietanze calde che serviranno per il mangiare dei cuochi.

Infatti, tranne un cuoco che rimane nelle cucine, tutti scendiamo nella kantine per il pasto. Io non ho fame ma pregusto già la mia condizione di privilegio che mi permette di mangiare il meglio nelle quantità volute e senza dover pagare. In confronto a una settimana fa è già un salto nella scala delle condizioni economiche, senza contare che questo abito mi conferisce una considerazione maggiore rispetto alla camiciola del ragazzo delle pulizie.

Sono sempre lo stesso individuo. Nel giro di una settimana ho cambiato solo l'abito ma questo è il preludio forse di un cambiamento più sostanziale.

 


 

Alle sette, quando finisco di lavorare, dopo aver tagliato un numero imprecisato di patate, servito decine di fette di maiale ed eseguito molti altri lavoretti, mi sento soddisfatto. È duro, sempre di corsa, otto ore e mezza all'impiedi, ma è qualcosa di nuovo. Il nuovo che mi spaventa, però mai quanto il vecchio, il già fatto, il già visto.

E qui dovrò vedere e fare un sacco di cose nuove e insospettate.

 


 

Il mio orario attuale è dalle 10 alle 7 di sera; fanno cioè nove ore da cui bisogna togliere la mezz'ora per il pranzo. Se ci aggiungo il tempo che mi va via per gli spostamenti, un'ora all'andata e una al ritorno (mi tocca prendere la Strassenbahn, il Bus e la S-Bahn) fanno undici ore occupate, in un modo o nell'altro, dal lavoro. Per questo ho poco tempo di fare altro. Per fortuna ci sono due giorni di libertà alla settimana. Una vera pacchia.

 


 

Tranne le tre ore che sono addetto al buffet, la maggior parte del tempo la passo a tagliare patate, verdure, ravanelli, cipolle, etc.

Capita che, per fare svelto, mi rimangono sotto il coltello anche le dita. Oggi mi sono fatto tre tagli, uno dopo l'altro. Ogni volta, senza farmi notare, per non mettere in mostra la mia incapacità, scendo giù negli spogliatoi a mettermi i cerotti che porto sempre con me per ogni evenienza. Sono tagli piccoli ma noiosi che non mi permettono di lavorare a mio agio e mi hanno lasciato una vaga paura dei coltelli.

Ma mi passeranno, sia la paura che i tagli.

Sto imparando a preparare le patate a forma di mezzaluna. Inutile dire che metà della patata viene buttata via, sacrificata all'estetica della mezzaluna. Se un tribunale sulla fame nel mondo dovesse giudicarci per la roba da mangiare che mandiamo nella spazzatura, dovremmo essere tutti fucilati sul posto.

 


 

Sono al buffet, ed è un momento di pausa nel servizio. Mi chiamano, di correre nelle cucine. Appena arrivo mi mettono in mano un mestolo forato e mi sistemano vicino ai fornelli. Si devono riempire 200 piatti nel più breve tempo possibile. Nel salone da pranzo un gruppo di turisti americani aspetta di mangiare e l'obiettivo è, per quanto possibile, di servirli tutti contemporaneamente. Quindi si parte.

Con un panno tra le mani, per non scottarsi coi piatti bollenti, il primo della catena mette una fetta di arrosto, il secondo gli dà una passata di sugo, il terzo sistema una porzione di fagiolini, il quarto colloca nello spazio libero un knödel e svelto posa il piatto sul bancone dove lo Chef ci aggiunge un po' di prezzemolo come ornamento. Non faccio in tempo a posare il piatto sul bancone che il cuoco prima di me dice di spicciarmi a prendergli il piatto dalle mani. E così per 10-15 minuti, a un ritmo vorticoso, in gara con sé stessi e con gli altri, a chi è più veloce, in gara anche con i camerieri che devono liberare in fretta il bancone se no non puoi posare i nuovi piatti. E anch'io mi trovo, quasi per scherzo, a dire la fatidica parola: schnell, schnell, non c'è tempo da perdere. Chi si ferma è perduto.

 


 

In mezzo al ricambio di personale che caratterizza la vita di un grande albergo, è comparso un pakistano dalla faccia mite e dai modi gentili. È addetto alla mensa del personale, un lavoro in cui la velocità è tutto se non vuoi essere divorato e deriso dagli altri lavoratori che aspettano ti sbrighi a distribuire loro il mangiare. Lo vedo muoversi placidamente per la cucina, silenzioso, remissivo e dopo alcuni giorni sento gli altri cuochi, i suoi compagni di lavoro, che sparlano di lui, della sua lentezza.

Mi capita di portare giù nella kantine un contenitore pieno di salsicce per sostituire quello finito, e vedo la fila di persone che aspetta di essere servita, mentre lui con calma riempie i piatti e la gente in coda lo prende in giro, impietosa, e lui subisce, in silenzio, risa, proteste e sberleffi.

Una settimana dopo il pakistano non c'è più.

 


 

Al buffet è arrivato un gruppo di turisti. Saranno una cinquantina, sbucati uno dietro l'altro. Me li sono trovati tutti intorno, prima a curiosare e a chiedere, poi tutti in fila in attesa di essere serviti. Di solito quando c'è molta gente al buffet lo sanno subito in cucina e mi mandano un cuoco ad aiutarmi. Oggi non c'è nessun cuoco in vista.

Incomincio a tagliare il roast-beef, tutti vogliono il roast-beef, due fettine ad ognuno; poi i contorni, apro e chiudo i contenitori dove il cibo rimane al caldo. La fila si è formata da una parte all'altra del tavolo, sono circondato da gente affamata. Cerco di andare più veloce che posso, non voglio che la gente aspetti molto, anche a me non piace aspettare. Però ci tengo a che a che le fette siano tagliate bene, che ognuno rimanga soddisfatto della sua porzione; a richiesta introduco variazioni nella quantità e nei contorni. Il roast-beef sta finendo e anche la pila di piatti che ho a disposizione. Corro in cucina e ritiro dal forno l'altro pezzo e per la fretta rischio di soffriggermi la mano.

Torno nella sala e vedo che la fila si è ancora allungata, alcuni hanno già finito le proprie fette di roast-beef e poiché, come dicono, it's delicious, tornano per il bis. Mi stanno partendo anche i contorni.

Mi capita in questi casi quando il tempo si restringe e i lavori si moltiplicano e i gesti uguali si ripetono, mi capita, credo, di perdere i tratti di essere umano e di trasformarmi, anche nelle movenze, in una macchina. E divento un meccanismo, lanciato a pieno regime che sta giocando una gara e scommetto su quel meccanismo-io che ce la farà a eseguire il suo compito nel più breve tempo possibile.

 


 

E mi viene in mente un edificio, l'Army & Navy Club a St. James Square, e rivedo quel meccanismo-io addetto al riempimento della macchina per lavare i piatti. Dalla sala arrivano decine di camerieri e scaricano davanti a me vassoi pieni di piatti sporchi e di rimasugli di mangiare. E io voglio essere più veloce di loro e impedire che si formi una pila; afferro i piatti, li sbarazzo dei rifiuti, riempio freneticamente i cestelli, sistemo le posate nel contenitore laterale. Dietro la macchina due persone scaricano i cestelli e asciugano piatti e posate. Ma mi sembra che vadano lente, mi restituiscono tardi i cestelli vuoti, non vanno a ritmo. Mi volto e vedo che mi fissano e stanno parlando di me, stanno parlando di un matto che sta giocando al robot con sé stesso.

Ho finito di servire tutti i clienti. Non so quante fette ho tagliato, quante kartoffeln, quanti erbsen, quanti rosenkohl ho servito. So solo che è tutto finito e io sono soddisfatto. Finalmente alzo gli occhi dal tagliere e, di fronte a me, vedo uno dei cuochi tedeschi che mi guarda, sembra compiaciuto, e io mi sento tradito. Sapevano del lavoro e nessuno è venuto ad aiutarmi. E, peggio ancora, adesso sanno quanto ampi siano i margini di utilizzo del mio meccanismo e non tarderanno a verificarli altre volte e a dilatarli ulteriormente.

 


 

Di solito, l'ultimo arrivato in un posto di lavoro è sempre il più tartassato. Infatti, l'accoglienza cordiale dei primi giorni, quando tutto mi appariva rosa, si sta piano piano incrinando.

Tutto deve essere cominciato tra me e Fritz per via dell'essere schnell.

Se devo essere sincero Fritz è stato quello che mi ha insegnato a vestirmi con la divisa da cuoco, che mi ha imprestato i suoi coltelli, che mi diceva i nomi dei cibi quando ero al buffet e me li scriveva su di un foglietto perché non me li dimenticassi. Tutto questo va bene, ma ciò non toglie che talvolta non ci intendiamo. Io ho voglia di lavorare ma succede che più uno lavora più lo mettono sotto. Mi do da fare più veloce che posso ma non basta mai.

Poi, ieri sera, è scoppiato il caso.

 


 

Mi hanno messo a lavorare dalle tre del pomeriggio a mezzanotte. Oggi è il primo giorno che faccio questo turno. Ho servito al buffet fino alle dieci di sera; nelle cucine a lavorare siamo rimasti Fritz e io. Verso le 11 e mezza Fritz scompare e rimango senza nulla da fare La mia giornata lavorativa sta finendo, anzi, contando la mia mezz'ora di pausa, alle 11.30 dovrei smettere di lavorare. Da quando sono all'Hotel P. non ho più contato i quarti d'ora e le mezz'ora extra, perché non si può mica piantare un lavoro a metà. Adesso che sono rimasto senza nulla da fare ho diritto a riempirmi un piatto e andare a sedermi giù nella kantine. A mezzanotte meno un quarto lascio le cucine con una coscia di pollo e il contorno di patatine fritte. A mezzanotte passata mi cambio e corro a prendere una delle ultime corse della S-Bahn.

 


 

Il giorno dopo.

Arrivo alle due e mezza mentre i cuochi iniziano a mangiare. Da lontano Fritz mi vede arrivare e mi indica al Vice-Chef e incomincia a parlare di me. Me ne dice una dietro l'altra anche se capisco poco del suo parlare concitato. Poi il cuoco italiano mi spiega: non dovevo andarmene via la sera precedente senza permesso. In sostanza mi dice che, finito l'orario di lavoro, debbo chiedere se, per favore, mi viene concessa la facoltà di andarmene a casa a dormire. Se la sera precedente il lavoro non era ancora finito, nonostante fosse finito il mio tempo di lavoro, Fritz sarebbe dovuto rimanere e non imboscarsi e lasciarmi solo ad aspettare i suoi comodi.

Il cibo mi va di traverso mentre lui continua nella sua cantilena di offese e accuse nei miei confronti.

Quando salgo per iniziare la mia giornata so che mi troverò di fronte una persone che non aspetta altro che farmela pagare cara.

 


 

La sua tattica è quella di trovare ogni lavoro mal fatto, di umiliarmi davanti agli altri perché non capisco niente, di sottopormi a lavori supplementari come pulire i tavoli, per cui sono addetti i lavapiatti. Non trovo disonorevole pulire i tavoli ma non sopporto che qualcuno mi usi a suo piacimento, allora no, bisogna replicare.

Per difendermi mi metto al suo livello; lui mi dice le sue puttanate in tedesco e io, in italiano, davanti agli altri, gli dico stronzo, va a cagare, merda, figlio di puttana, e gli altri ridono perché sono le uniche parole italiane che conoscono.

Ma tutto ciò complica la mia situazione.

 


 

Ho finito di lavorare a mezzanotte passata e domani ricomincio alle sei. Arrivo a casa che è l'una. Ho appena il tempo di mettermi a letto che è già ora di alzarsi. Poi avrò due giorni di libertà e so già come li passerò, come tutti gli altri che ho già avuto e come quelli che avrò: dormendo.

Mi sta passando la voglia di fare qualsiasi cosa, ho la nausea dei libri, da un sacco di tempo non vedo più Giò, non le telefono più. Voglio solo dormire. Non c'è nient'altro da fare, nient'altro che abbia voglia di fare: dormire.

 


 

Mi hanno messo l'orario spezzato e questa è una bella fregatura perché vuol dire avere due ore bloccate in cui perdo tempo aspettando di riprendere a lavorare. È come se mi avessero allungato la giornata lavorativa. Il cuoco italiano mi ha detto di andare dallo Chef a protestare, ma io non voglio. Non ho bisogno di mendicare favori.

 


 

L'albergo è pieno di arabi, sceicchi petromiliardari che vengono per affari o per curarsi nelle cliniche tedesche. Me li ritrovo al buffet a sperperare, senza discernimento, i loro dollari. I tedeschi danno loro roba di scarto e se la fanno pagare salata. Quando in cucina arriva una ordinazione degli arabi, si sa già cosa ne verrà fuori: hamburgers bruciacchiati e riso sfatto, che sono poi i loro gusti.

Bisogna solo stare attenti con lo schwein, cambiare anche la forchetta che ha toccato la carne di maiale. In mezzo a tutte queste precauzioni, al quotidiano interrogativo "is das schwein?", alle mie risposte, alle loro espressioni volta a volta disgustate, stizzite o soddisfatte, in mezzo a tutto questo mi capita un fatto strano.

 


 

Da un paio di giorni viene al buffet uno sceicco anziano, con il copricapo e la caratteristica veste bianca. Le persone del seguito mi raccomandano di trattarlo con la massima cura in quanto persona importante. Io, che pure cerco di non fare distinzione alcuna tra le persone che vengono al buffet, sento di provare, involontariamente, una maggiore deferenza verso quest'uomo anziano, e ci tengo ad informarlo dettagliatamente sui cibi del giorno, e a servirlo a puntino. Faccio attenzione soprattutto con lo schwein, a non sfiorarlo nemmeno con la punta del coltello quando devo preparargli il piatto. Oggi, ad esempio, ho sul tagliere un pezzo enorme di maiale, magro, ben rosolato, una meraviglia, insomma, che mette l'acquolina in bocca solo a guardarlo; per contorno patate e piselli con pezzetti di pancetta soffritta. Per gli arabi, dunque, giornata nera. Debbono ricorrere al menu a la carte. Quando entrano, guardano il buffet e stavolta, senza neanche chiedere, capiscono e passano oltre.

 


 

Arriva lo sceicco.

Con disappunto lo informo che i piatti del buffet non sono oggi consigliabili per lui.

Vuole vedere lo stesso.

Alzo il coperchio del contenitore centrale dove avevo rimesso lo schwein per non farlo raffreddare e lo sceicco vede lo stupendo pezzo di maiale e in silenzio lo ammira. Poi, di colpo, prende dalla pila un piatto e mi fa segno di tagliargliene una fetta.

Gli dico che è schwein.

Mi fa ancora segno col dito.

In tutti i modi cerco di fargli capire che è carne di maiale, che non può mangiarla; dopo potrei trovarmi nei guai con lui, con il suo seguito e con la direzione dell'Hotel.

Lo sceicco sembra infastidito per la mia esitazione a eseguire il suo desiderio.

Alla fine cedo. Infilo l'enorme pezzo, lo sistemo sul tagliere e incomincio a tagliare. Gli preparo una porzione da sogno, ricca di tutti i contorni. Lo sceicco se ne va con gli occhi che gli brillano, felice come un bambino.

E intanto il suo seguito continua a mangiare l'insalata e il riso scotto che hanno davanti.

 


 

Non sono più alle dipendenze di Fritz.

Da oggi nuovo orario dalle 10 alle 7 e quindi nuove mansioni. Quando arrivo al mattino non so bene cosa mi tocca fare. Di sfuggita mi si dice che sono addetto al personale; cosa poi voglia dire in concreto nessuno me lo spiega. Solo alcuni giorni dopo, quando tutto mi sarà più chiaro, lo Chef mi annuncerà ufficialmente che sono addetto al personale. A quel punto c'ero già arrivato da solo.

Addetto al personale vuol dire che quando il personale deve mangiare (mattina e sera) devo essere pronto ad andare giù nella kantine a distribuire il pasto. Ciò che conta però, è quello che si deve fare nel frattempo.

Ma andiamo per ordine.

 


 

Quando arrivo, il primo giorno del mio nuovo incarico, il cuoco turco mi dice che, d'ora in avanti, prima di salire nelle cucine, devo ritirare i contenitori del latte lasciati giù dalla prima colazione, e farli sciacquare dal lavapiatti. Fatto questo mi dicono di sbrigarmi che devo lavare l'insalata. Vado nel frigorifero delle verdure e prendo un paio di cassette di lattuga. Lavare bene una cinquantina di piedi di insalata richiede un certo tempo. Bisogna togliere il torsolo, aprire l'insalata, immergere le foglie nella prima vasca d'acqua corrente, rimestare continuamente per far scendere la terra. Le foglie esterne, piene di terra, vanno lavate una per una sotto l'acqua. Poi, dopo una sciacquata, bisogna passare l'insalata nella seconda vasca per la pulizia definitiva. Ogni tanto l'acqua nelle vasche va cambiata. Alla fine si mette l'insalata a scolare in un grosso recipiente forato.

Non sono passati ancora venti minuti da quando ho iniziato queste operazioni di lavaggio che mi dicono che il personale mi aspetta per mangiare. Nessuno mi ha informato che alle 11 si apre la mensa e io dovrei essere giù almeno dieci minuti prima, per sistemare il tutto. Di corsa pianto l'insalata e vado alla ricerca di un carrello che mi serve per portare giù il cibo caldo. Prima di aver caricato tutto se ne passa un quarto d'ora.

Sono in ritardo e giù la gente mi sta aspettando.

Come prima volta, inizio proprio male.

 


 

Arrivo e la gente vuole subito mangiare e io invece devo ancora riempire d'acqua calda la vasca del bancone, sistemare i contenitori, tirare fuori i piatti e le tazze per la minestra, fare le porzioni per l'insalata, ripartire il dessert nelle coppette.

Un gruppetto vociante, i primi arrivati che aspettano da più tempo, mi fa capire che devo spicciarmi. Nessuno ti appare più impietoso di un compagno di lavoro che ti protesta contro e ti ripete come un ritornello l'odiato schnell dei padroni. Comunque la colpa è mia che sono in ritardo.

Mi do da fare come un matto per servirli prima possibile, porzioni abbondanti per tutti.

Chiuso finora nelle cucine, il mio orizzonte adesso si allarga a tutta la schiera di persone che lavora nell'Hotel. Me li vedrò passare davanti, giorno dopo giorno, uno per uno, chi serio, chi scorbutico, chi allegro, chi pazzo, chi prepotente, chi mite, tipi diversi di una umanità dolente e al tempo stesso ingenua.

 


 

Dalle 11 all'una, a ondate successive, arrivano e, senza che si formi la fila, li servo in un battibaleno, anzi voglio che si spiccino a ritirare il loro piatto. Ritorna prepotente in me la furia della macchina.

All'una torno in cucina con quello che è avanzato; lo sistemo al caldo, butto via i rimasugli, lascio nel frigo il contenitore del latte.

Adesso cosa c'è da fare?

Devo preparare i piatti per il buffet del giorno dopo. Per la prima colazione del mattino vengono allestiti numerosi vassoi di formaggio e di salame e prosciutto. Ma tutto questo lo capirò dopo.

Senza che nessuno mi spieghi niente un cuoco mi porta vari tipi di formaggi e mi dice di affettarli con la macchina. Perché affettarli, quante fette farne, di che spessore, a cosa serva insomma tutto ciò, sembra sia del tutto superfluo dirmelo, e invece non è così.

Incomincio a tagliare fette su fette, una vera esagerazione scoprirò poi. Ma nessuno si cura di me. Sto ancora affettando quando mi sento chiamare. Devo sbrigarmi, i cuochi vanno a mangiare e devo occuparmi io di ritirare il cibo dal forno, sistemarlo sul carrello e portarlo di nuovo giù nella mensa. Nessuno aggiunge che tocca a me preparare l'insalata mista, interessarmi per il dessert, riempire le caraffe di latte e di kaffee. Sembra tutto scontato. Se no è colpa mia che non so, che non capisco.

Mi agito da una parte all'altra della cucina e perdo un sacco di tempo. Quando arrivo giù nella sala mensa, spingendo a perdifiato il carrello lungo i corridoi, i cuochi sono già tutti seduti e mi guardano come per dirmi che devo spicciarmi, non farli più aspettare.

Per la seconda volta, nel giro di poche ore, mi viene fatta pesare la mia incapacità, la mia lentezza. Se potessi spiegare che non sono stato un attimo fermo, che ho lavorato senza sosta da quando ho iniziato fino a quel momento. Ma sarebbe inutile.

E poi rimane il fatto che sono arrivato in ritardo.

Ed è questo ciò che conta.

 


 

Dopo mezz'ora mi tocca sparecchiare, pulire i tavoli, riportare il mangiare in cucina, sistemarlo nuovamente al caldo.

Quindi riprendo ad affettare. Mi dicono che devo preparare quattro vassoi di formaggio, quattro di salame e prosciutto e due di wurst.

Per prima cosa bisogna preparare le fette, poi sistemarle con cura nei vassoi, infine ornare il tutto con cetriolini, spicchi di pomodoro, prezzemolo, per dare un po' di colore. Al termine ogni vassoio va ricoperto col cellophane e riposto nel frigo.

Mi metto al lavoro con impegno, voglio fare dei vassoi più che presentabili; saranno utilizzati per la colazione dei clienti l'indomani mattina.

Mi sembra di realizzare delle piccole opere d'arte. Il verde del prezzemolo fa da contrasto perfetto con il rosso del salame; sul formaggio giallo si accordano bene dei crakers color paglia scura.

 


 

Le fette, tagliate con precisione, vengono sistemate tutte alla stessa distanza di modo che ogni vassoio abbia lo stesso numero di fette.

Mentre lavoro faccio mentalmente i calcoli: ogni vassoio, a parte quelli di wurst, si compone di tre file verticali di fette; alcuni, in base alle dimensioni, di 4 file; ogni fila ha 30-35 fette quindi, in tutto, dalle 800 a un massimo di 1000 fette.

Sono perso, con le mani e col cervello, in questo lavoro da circa un paio d'ore quando bruscamente mi riportano sulla terra. La gente sta aspettando, alle 5 c'è la cena per il personale.

Nessuno ha pensato di avvertirmi in tempo che il personale mangia così presto.

Pianto tutto e come un forsennato vado a recuperare un carrello, riempio i contenitori di latte, sistemo la frutta in un recipiente, tiro fuori il mangiare dal forno scaldavivande; poi mi dicono di prendere dal frigo dei vassoi di formaggio e di salame avanzati dal buffet. Scendo come una furia, spingendo il carrello grande e tirandomi dietro quello del latte.

Giù la gente rumoreggia, ce n'è di più del mattino perché molti hanno finito il turno da un pezzo e sono lì dalle quattro e mezza ad aspettare.

Mentre sistemo la roba sul bancone penso che oggi non ne ho fatta una giusta e la giornata non è ancora finita.

 


 

Sono le sei e mezza.

Torno nelle cucine.

Il vice Chef mi rimprovera perché ho lasciato tutti i formaggi e i salumi fuori del frigo.

È vero, ho sbagliato, non c'è fretta che mi possa scusare.

Arrivano le sette, finisce il mio orario di lavoro, ma io sono ancora intento a preparare i vassoi. Me ne vada che sono quasi le otto, decisamente battuto nella mia lotta contro il tempo.

Ed è solo l'inizio.

 


 

I giorni seguenti so quello che c'è da fare e mi muovo quindi più sicuro, senza tanti intoppi o tempi morti.

Ma c'è una cosa che mi frega: la mia voglia di essere preciso. Voglio che i miei vassoi siano geometricamente perfetti, non voglio critiche, ma questo comporta un ampliamento dei tempi di esecuzione del lavoro.

Però, con la pratica, dai 25-30 minuti dei primi vassoi, passo ai 15 e arrivo, in alcuni casi in cui tutto va liscio, ai 10-12 minuti. Ho diviso meglio le fasi di esecuzione: prima taglio tutto il formaggio e inizio a fare i vassoi con quello; poi passo al salame e al prosciutto. Mentre taglio conto le fette per far sì che gli sbagli, in eccesso o in difetto, siano quasi nulli. Ogni vassoio so già quante fette deve avere

Se dicessi agli altri che conto le fette probabilmente mi prenderebbero per pazzo. Ogni giorno miglioro il rapporto tra tempo disponibile e mansioni da svolgere. Vado sempre di corsa, però le cose si stanno aggiustando.

Ecco allora che spuntano delle complicazioni.

 


 

Tutto inizia con l'insalata

L'estate porta sia turisti che cuochi in vacanza. Quindi maggiore lavoro ripartito tra un minor numero di persone.

Dicevo dell'insalata. Da due cassette da lavare si passa a tre, vale a dire almeno venti piedi di lattuga in più. A ciò si aggiunge poi la scarola che, dopo lavata, devo anche tagliare.

Poi mi si dice che devo preparare le coppette di macedonia per il buffet.

Poi mi danno le cipolle da pulire negli intervalli in cui sono nella mensa e non sono occupato a servire il personale.

Poi mi dicono che devo preparare i sandwiches per il personale di notte. Quindi i vassoi da allestire passano da otto a dieci-dodici, col suggerimento di mettere le fette più numerose.

Ad ogni nuovo incarico mi trovo ad essere sempre più in ritardo e quindi a dover ridurre sempre più i tempi di esecuzione.

E mi chiedo, ogni giorno di più, come in una barzelletta di Totò, fino a che punto sono capaci di arrivare.

È come un braccio di ferro tra loro e me; mi hanno messo davanti una lepre che corre sempre più forte e io devo inseguirla a velocità sempre più elevata.

Del mio apparato meccanico l'unica cosa umana che si salva è il mio orgoglio ed è quello che mi sta riducendo sempre più ad una macchina. Mi sembra che l'orologio appeso al muro sia sempre troppo avanti, che il personale venga sempre troppo presto a mangiare. Mi sento svuotato, spremuto, in un vortice, ma non gliela voglio dar vinta.

 


 

Se mi mettono alla prova caricandomi sempre più di mansioni, passi, ma non mi vengano poi a chiedere precisione e serietà nel lavoro.

 


 

Tutto inizia con l'insalata. Non è lavata bene, si lamentano.

Da quando sono aumentati i piedi di lattuga non ho il tempo di far altro che mettere l'insalata nell'acqua, agitarla un po' e via; non cambio più neanche l'acqua, ci vuole troppo tempo e io non ce l'ho.

Il gut und schnell è impossibile con questi carichi di lavoro: quattro cassette di insalata in venti minuti, sono pazzi!

I cuochi protestano contro di me che faccio le cose male, ma nessuno capisce o vuole capire che non ce la faccio più, sto arrivando al limite della resistenza e della sopportazione.

Poi si arriva alle cipolle e qui succede il peggio.

 


 

La prima volta che mi danno le cipolle da pulire il cuoco italiano mi avverte di non tagliare le estremità ma di togliere solo la scorza, perché così si sarebbero conservate meglio. E così faccio anche questa sera, lacrimando ininterrottamente e lavorando come un matto perché hanno bisogno di un sacco di cipolle. Quando torno su nelle cucine alle sei e mezza poso il contenitore delle cipolle sotto un bancone di lavoro e mi metto a preparare i soliti sandwiches per il personale di notte. Stendo il burro sulle fette di pane, ci metto una foglia d'insalata per parte, formaggio, salame o prosciutto in abbondanza; per come preparo i sandwiches ho ricevuto i complimenti del personale e mi ha fatto piacere.

Stasera tutto sembra filare liscio, faccio in tempo ad andarmene via in orario. E mi aspetta ancora un'ora di S-bahn e poi la mia stanza, la tranquillità.

Mentre fantastico sento Fritz e un altro cuoco tedesco che parlano delle mie cipolle.

Mi arriva Fritz alle spalle mentre sto finendo i sandwiches, me ne prende uno dalle mani e me lo butta quasi in faccia dicendo che fa schifo il modo in cui li preparo.

Cerco di controllarmi ma non posso fare a meno di dirgli "sei still" "taci".

È come se l'avessi ingiuriato, la rabbia gli monta al cervello e incomincia a spingermi contro il bancone. I lavapiatti si sono fermati a guardarci da lontano. Manca solo che ci azzuffiamo.

Io rimango fermo, immobile, non devo assolutamente reagire, non posso reagire; trovo solo la forza e la calma per dirgli "don't touch me", non provare mai più a toccarmi, non sopporto che mi si tocchi.

Intanto viene l'altro cuoco tedesco, mi porta una cipolla e mi dice che devo pulirle meglio. Spiego perché ho fatto il lavoro in quel modo, non vuole sentire ragioni. Devo pulirle meglio. Va bene, rispondo, domani sarà mia cura tagliare le due estremità.

No, mi dice, devo farlo subito.

Io gli faccio presente che sono già da 1/4 d'ora fuori dell'orario di lavoro e quindi, a meno che non si tratti di lavoro straordinario su ordine dello Chef, non sono tenuto a fare niente di più.

Ogni sera come uno stronzo a lavorare extra, senza nessun ricavo, neanche un grazie, e adesso arrivano anche a impormi di rimanere quando la mia giornata e finita. Più lavoro, più mi viene chiesto di lavorare, peggio vengo trattato.

Il cuoco alza la voce e io mi sento bollire dentro. Lo lascio urlare.

Me ne vado. Metto i sandwiches nel frigo, prendo una mela come cena e me ne esco dalle cucine. Ho il cervello in subbuglio e lo stomaco rattrappito.

Piano piano, andando verso la sala mensa, cerco di calmarmi, di non pensarci più.

Ho appena finito di sbucciarmi la mela quando, in fondo al corridoio che porta alla mensa vedo comparire una figura imbestialita che avanza a grandi passi. È il cuoco tedesco, un gigante alto due metri, con la faccia da bambino.

Viene vicino a me e io sento che ho paura. Si mette a urlare, che devo ubbidire, mi prende per il fazzoletto rosso che ho intorno al collo e mi tira su dalla sedia e quasi mi strozza. Ha gli occhi lucidi e l'alito puzza di birra. Nella mensa non c'è nessuno, il corridoio è deserto.

Ho paura che incominci a picchiarmi. Lui invece, di colpo, molla la presa e io ricado sulla sedia. Mi ordina di seguirlo immediatamente nelle cucine.

Passato il momento di folle paura, senza capire più niente esplodo di rabbia e grido che non ne posso più. Intanto gli vado dietro, ma non per ritornare nelle cucine. Sono esasperato, devo parlare con qualcuno dell'Hotel, con il capo del personale.

Arrivati a un certo punto il corridoio si biforca, lui gira a sinistra per le cucine, io vado a destra per gli uffici.

Quando si accorge che ho cambiato strada è troppo tardi per fermarmi, sono già davanti alla porta del capo del personale e busso. Nessuno mi risponde. Sto aspettando lì davanti, indeciso sul che fare, a chi ricorrere, quando sento Fritz e l'altro cuoco tedesco che parlano tra di loro, mi stanno dando la caccia, e si chiedono dove posso essere andato a finire. Non li vedo ancora perché il corridoio fa gomito ma sento che stanno dirigendosi verso di me. Se mi trovano questa volta mi riempiono di botte. Sono imbottiti di birra. Fritz deve ancora sfogare tutta la rabbia che ha contro di me per tutte le parolacce che gli ho lanciato contro. Non la passo di certo liscia.

Senza pensarci abbasso la maniglia della porta e questa si apre, mi precipito negli uffici, sembrano deserti. Un buon posto per menarmi senza che nessuno senta. Mi sono messo in trappola. Poi, nell'ultima stanza, scopro un impiegato. È la mia ancora di salvezza.

Tutto teso, mezzo in inglese mezzo in tedesco gli spiego cosa mi sta capitando, che ci sono due cuochi tedeschi che mi vogliono picchiare.

Lui non capisce. Con un po' più di calma gli ripeto l'accaduto. Lui continua a non capire o, forse, mi viene il dubbio, fa finta di non capire.

Non mi spiego la sua diffidenza nei confronti di quanto gli sto dicendo.

Poi, di colpo, sono io che capisco.

Io sono un gastarbeiter. La mia versione dei fatti contro quella dei tedeschi; la mia non può essere attendibile. Bisogna chiedere a loro, ai tedeschi, cosa è realmente successo.

Così, ancora istupidito dalla paura e dalla tensione per l'accaduto, lo seguo come un automa.

Di nuovo nelle cucine. Fritz e l'altro stanno lavorando con aria innocente, come se nulla fosse successo. Sono dei vigliacchi, non mi credevano capace di ricorrere a un funzionario dell'Hotel per denunciarli.

Lui li chiama e davanti a tutti loro rifaccio il racconto delle cipolle, dell'orario scaduto, delle botte che mi volevano dare. Naturalmente quest'ultimo particolare viene immediatamente smentito; uno dei due mi passa anche una mano sui capelli per dimostrarmi il suo affetto ed esternare la sua bontà d'animo. Sembra una comica di Tom e Jerry, col gatto che fa la parte dell'angelo dopo aver cercato in tutti i modi di mangiarsi il topo.

Alla fine rimane solo il fatto che mi sono rifiutato di pulire le cipolle. Questo diventa l'aspetto più importante. Che alcuni cuochi tedeschi siano quasi ogni sera pieni di birra, incapaci di controllarsi, prepotenti e arroganti fino ad essere violenti, questo non emerge, non ha importanza, non interessa nessuno.

No, rimangono solo le cipolle da pulire bene.

E alla fine delle mie spiegazioni vedo, con sgomento, che il funzionario mi dà torto; anche secondo lui devo pulire meglio le cipolle, subito. Non ci capisco più niente, se sono scemo io o se sono matti gli altri che mi stanno attorno. Mentre quelli stanno ancora discutendo, trovo solo la forza di girarmi, imboccare la porta della cucina e andarmene.

Ho deciso: lì dentro non metterò mai più piede.

 


 

Il giorno dopo, un'ora prima di prendere servizio, mi presento dal capo del personale. Gli racconto brevemente i fatti e l'avverto che non posso più lavorare nell'Hotel dopo quanto è successo. Lui cerca di farmi cambiare idea, mi dice che ho firmato un contratto, che devo rispettarlo. Ma io non torno indietro, anche se dovessi perdere un mese di paga.

Quando vede che non c'è nulla da fare per smuovermi, mi dice che comunicherà la mia decisione allo Chef.

Allora scendo negli spogliatoi a ritirare la mia roba. Ho deciso, me ne devo proprio andare; e non sono neanche due mesi che lavoro in questo posto.

 


 

Sulle scale, fuori dello spogliatoi, mi trovo davanti lo Chef che viene dall'Ufficio del personale. Tra le tante persone che lavorano nelle cucine lo Chef è, almeno per quel poco che lo conosco, tra le più umane.

Il suo compito è esclusivamente quello di organizzare, di smussare i contrasti, di sovrintendere a questa catena di preparazione alimentare che è oramai la cucina di un grande albergo. Mi chiede cosa è successo, perché me ne voglio scappare via, mi dice che è contento del mio lavoro, che sarebbe un peccato se lo abbandonassi.

Per l'ennesima volta rifaccio tutto il racconto e gli dico che non posso tornare a lavorare in cucina con Fritz e con il suo compagno, non fosse altro perché ho paura.

Se è per questo, mi dice, quei due smettono a fine mese, lasciano l'Hotel, hanno già trovato un altro posto di lavoro.

Di colpo il motivo principale per andarmene cade.

Allora penso alle peregrinazioni alla ricerca di un altro lavoro, al fatto che devo ricominciare tutto da capo, sempre ultimo arrivato, fresco per essere sempre più sfruttato.

Penso a tutto questo, a quello che mi ha detto lo Chef e mi convinco che, per il momento, tanto vale rimanere in questa merda. Su una cosa sono però irremovibile: fino a quando ci saranno quei due non metterò piede nelle cucine.

Mancano tre giorni alla fine del mese.

Assicuro lo Chef che fra tre giorni riprenderò il lavoro.

 


 

Quando, dopo tre giorni, ritorno al mio posto di "combattimento" nelle cucine, gli altri cuochi stranieri mi guardano e sorridono compiaciuti. Scopro così che nessuno di loro poteva sopportare il modo di fare prepotente di quei due che se ne sono andati.

Ma, tranne questa tenue solidarietà che mi viene dai cuochi turchi e italiani, nulla è cambiato. Il lavoro sempre troppo, il tempo sempre troppo poco, il mio orgoglio sempre smisurato. Mi butto a capofitto nel fare e, giorno dopo giorno, riesco a ridurre i tempi di esecuzione: la macchina ha ripreso a funzionare a pieno regime.

 


 

Il lavoro nella mensa mi mette a contatto con tutto il personale.

Adesso che sono io dall'altra parte del banco sento che, oltre che fisicamente, io e gli altri siamo realmente in posizioni diverse, contrapposte. Sarà per la divisa, sarà per il potere di determinare la quantità e la qualità del cibo da distribuire, è certo comunque che il mio ruolo mi fa diverso. Tra la persona che alcune settimane prima, nell'altro Hotel, passava davanti al cuoco con il buono per il pasto e confidava nella sua generosità in fatto di porzioni, e la persona sulla cui generosità gli altri confidano, non c'è, in teoria, come ho detto, che il cambio di una divisa.

Ma questa divisa rappresenta un ruolo, e il ruolo significa soprattutto esperienze che producono poi certe regole e modi di comportamento.

 


 

Non voglio che la gente abbia a lamentarsi per il mangiare insufficiente, per cui faccio piatti abbondanti a tutti.

Ma mi sta capitando un fatto imprevisto; mi accorgo che, con una certa frequenza, una gran parte di quello che distribuisco, viene buttata via. La gente chiede sempre più cibo ma poi finisce che lo avanza nei piatti; prende due-tre coppette di dessert, le inizia e poi le lascia. Ho visto qualche volta il bidone della spazzatura pieno di roba da mangiare e mi è venuta rabbia. Il germe dello spreco è presente anche in mezzo a queste persone; anzi, gli ultimi venuti nel regno di un relativo benessere diventano, talvolta, i primi nella scala dello spreco. Devo assolutamente intervenire, ridurre le porzioni; poi, se hanno ancora fame, ritorneranno e non rifiuterò loro il bis.

Devono imparare il valore del cibo.

Cosi facendo, senza saperlo, mi creo nuovi nemici e nuovi problemi.

 


 

Sono arrivati tutti nello stesso momento qui nella mensa. C'è la fila. Sono lanciato a fare le porzioni e a distribuire i piatti.

Arriva il turno dello jugoslavo; gli faccio il piatto come a tutti gli altri. In maniera arrogante mi dice che è troppo poco, che ne vuole di più.

Gli rispondo di finire prima quello e di ritornare dopo una seconda volta. Inizia a protestare, minaccia di chiamare lo Chef.

Intanto la fila preme, i piatti con le porzioni si accumulano sul bancone.

Gli dico di togliersi davanti, di chiamare chi vuole, ma intanto di prendere il piatto e andarsene.

Il piatto rimane lì, lo passo a quello che viene dopo nella fila.

Lo jugoslavo allora va al telefono interno e parla o fa finta di parlare, per spaventarmi. Ma non me ne frega niente. Se a qualcuno dei superiori non dovesse andar bene il mio modo di agire, sono pronto a smettere immediatamente di lavorare.

Nessuno si fa vivo.

Lo jugoslavo mi passa davanti e mi minaccia nuovamente. Sono troppo occupato a fare le porzioni per prestargli attenzione. Ma dentro sto scoppiando di schifo per la sua arroganza e meschinità.

 


 

Il giorno dopo, di sera, me ne capita un'altra.

Dal buffet del mattino sono avanzati alcuni vassoi di salame, prosciutto, roast-beef e solo un paio con il formaggio.

Alle cinque, quando scendo giù per la cena del personale, si verifica la solita scena di arrembaggio al cibo, come se non mangiassero da parecchi giorni. I due vassoi di formaggio finiscono in un battibaleno. Rimangono gli altri vassoi e naturalmente i piatti caldi e la minestra. Di mangiare ce n'è più che a sufficienza.

Manca mezz'ora all'orario di chiusura della mensa. Vengono a mangiare i camerieri del turno serale con il caposala, un ragazzone grande e grosso con la faccia da pugile. Tempo fa, quando lavoravo ancora al buffet, mi chiese di passargli, di nascosto dal funzionario di controllo, un petto di tacchino con contorni, e gli feci una bella porzione, fregandomene se potevano venirmi delle grane.

Adesso si servono dai vassoi.

Il caposala nota che manca il piatto dei formaggi e con fare sbrigativo di comando mi dice di andare a prepararlo. Gli faccio presente che c'è ancora un sacco di altra roba da mangiare e che quando sarà tutto finito provvederò a preparare altri vassoi.

Allora, come in una sceneggiata, si ripete il solito copione: alza la voce, minaccia, dice che sono uno stronzo, pronunciando la parola in perfetto italiano; alla fine, come al solito, telefona su nelle cucine.

Lo Chef non c'è, parla con il cuoco italiano a cui, tutto arrabbiato, comunica il fatto; poi mi fa segno che il cuoco mi vuole parlare.

Io, impassibile, prendo il ricevitore e prima ancora di sentire fiatare parola, sapendo che è il cuoco italiano, gli dico di andare a quel paese, che non ho intenzione di preparare altri vassoi, che c'è ancora una quantità di roba da mangiare. E riattacco.

Passano dieci minuti, passa un quarto d'ora; dalle cucine nessuno si fa vivo.

Il caposala, finito di mangiare, se ne va via gridandomi ancora contro.

L'ho spuntata anche stavolta ma sono stanco di questi continui scontri.

 


 

Quando io sono di libertà, il mio posto è occupato dal cuoco turco.

Con lui il personale fila diritto. Innanzitutto le porzioni sono ridotte e non sono ammessi bis tranne che per i turchi e per i suoi amici. Tutti gli altri sono trattati a suon di parolacce in turco e in tedesco.

Dovrei fare anch'io così per avere il rispetto di tutti.

Ma perderei tutto il rispetto di me stesso.

 


 

Sentite cosa mi è capitato oggi, che mi ha lasciato di merda.

Sono indaffarato a servire il personale.

Arriva Michel, un kuchenhilfe come me. È giovane, effeminato e scansafatiche. Guadagna cento marchi più di me perché è stato più furbo a contrattare. È sempre pronto a evitare il lavoro, ma questi sono fatti suoi anche se talvolta ricadono su di me.

Entra nella sala mensa, mi saluta con la sua vocina da ragazza, si avvicina al bancone dove ci sono le coppette del budino, ne prende una, ci mette le dita dentro, la assaggia, fa la faccia disgustata e poi la rimette al suo posto.

Io che ho visto la scena con la coda dell'occhio, gli dico da lontano: Michel, che fai, prenditi il budino che hai smangiucchiato, non lasciarlo lì in mezzo agli altri.

Lui, come se non gli avessi detto niente, se ne va verso il contenitore del latte. Vedo che lo apre, immerge una tazza, la riempie e beve.

Michel - gli dico mentre continuo a distribuire le porzioni - chiudi il bidone del latte e serviti come tutti gli altri dal rubinetto alla base del contenitore. Non è igienico metterci le mani dentro.

Lui, come se niente fosse, finito di bere, immerge ancora una volta la sua tazza nel bidone per servirsi di nuovo.

A questo punto non ci vedo più. Lascio a metà il piatto che sto riempiendo, di corsa gli vado vicino, gli strappo dalle mani il coperchio del contenitore e lo chiudo.

Poi gli dico: Michel non riprovarci più a fare una cosa simile se no ti spacco la faccia.

Michel mi guarda come se io fossi uscito di senno e lui si fosse comportato nella maniera più normale e civile di questo mondo.

E allora alza la voce e mi risponde di non impicciarmi, che lui fa quello che vuole. Rimaniamo un attimo fermi, a fissarci pieni di rabbia, pronti a scannarci sul posto. Basterebbe un gesto per iniziare a menarci, davanti a tutti.

La gente aspetta in fila. Ritorno al mio lavoro.

Allora Michel mi passa vicino per andarsene e, come ultima provocazione, mi lascia la sua tazza sporca sul bancone.

Sono al limite. Prendo la tazza e con tutta la forza gliela tiro dietro per colpirlo alla testa. Lui schiva il colpo, si allontana, non lo vedo più.

Quando ritorno nelle cucine sento che Michel parla di me con altri cuochi e scandalizzato racconta l'accaduto.

Poi, visto che mi sono calmato, viene vicino a me e mi spiega, tutto serio, perché si è comportato in quella maniera.

"J .P. - mi dice - tu sais que les gens, ils sont sales, tu sais que les femmes de chambre ne sont pas propres. Alors, pour éviter toute sorte de contact, j'ai pris mon lait du sommet. C'est normal. Tu es devenu fou, mais pourquoi?"

Io mi sento raggelare da queste parole e mi vien fatto di pensare che la qualifica di essere umano non si applica a tutti, indistintamente, ma solo a quelli che lo sono davvero.

 


 

Certi cuochi che preparano il mangiare per il personale non pensano che la maggior parte dei lavoratori sono turchi o comunque di religione musulmana e quindi rigidamente vincolati a non mangiare carne di maiale.

Capita, talvolta, che il menu del personale sia tutto a base di maiale; si salva solo la minestra.

Li vedo allora passarmi davanti, costretti a rifiutare il cibo e ad accettare solo una tazza di brodo; e con quella hanno chiuso il loro pranzo.

A me dispiace lasciarli digiuni ma non posso farci niente, non posso cambiare le loro idee sui tabù religiosi anche se ho provato a discuterne.

E in quanto ai cuochi, l'ho già fatto presente ma non è cambiato nulla.

Un giorno c'è un bell'affettato: carne di vitello, mi dice il cuoco tedesco.

Sulla lavagnetta, alle mie spalle, scrivo kalbskotolett.

Ai turchi, che non si fidano, assicuro che possono stare tranquilli, sono cotolette di vitello. Sono contenti perché la carne è buona, la mangiano con gusto, alcuni vengono a chiedere il bis. Tanto che ho bisogno di un altro contenitore e passo la richiesta nelle cucine.

Scende giù il cuoco turco. Mi lascia il contenitore dicendomi: "Da sind die Schweinkotoletten" e se ne va via.

Tolgo il foglio di carta stagnola che le tiene al caldo e scopro lo stesso tipo di carne che ho servito fino a quel momento: carne di maiale.

Che fare?

Decido di stare zitto e di continuare, impassibile, a distribuirla a tutti, assicurando che sono ottime cotolette di vitello.

Dopo questo errore involontario, decido altre volte, per non lasciarli digiuni, di cambiare il nome ai cibi. Lo faccio a fin di bene; alcuni sono addetti a lavori pesanti, devono nutrirsi.

Succede talvolta che certuni intuiscono che sto mentendo e rifiutano la carne; altri, combattuti tra la fame e il tabù, come alibi, per scaricarsi un po' la coscienza, mi avvertono che, se dovessi ingannarli, la maledizione di Allah ricadrebbe su di me.

Ma io continuo a sfidare imperterrito Allah e il suo profeta.

 


 

Come è sua abitudine, il ragazzo inglese che fa il kofferträger viene a mangiare tra gli ultimi, quando la sala è quasi deserta, ed io, anche se sono occupato a pulir cipolle, ho modo di scambiare quattro chiacchiere con lui.

Di solito gli riempio il piatto due volte, sempre porzioni abbondanti, perché ha una fame da lupo e mi fa piacere che mangi tutto di buon appetito, senza avanzare nulla.

Stasera la roba calda mi è finita con estrema rapidità, ho dovuto limitarmi nelle porzioni con tutti; il cuoco ha forse sbagliato nel calcolare le quantità, certo è che non mi è rimasto quasi più niente. L'ho già fatto presente telefonando nelle cucine ma non mi hanno mandato giù nulla. Per fortuna il flusso di gente si è quasi esaurito.

Quando arriva l'inglese gli faccio il solito piatto. Poi mi chiede il bis.

Mi sono rimaste solo due fette di carne e un po' di patate. Se arriva ancora qualcuno, e all'ultimo momento arriva sempre qualcuno, non saprei cosa dargli. Sono spiacente, ma per questa volta non gli posso concedere il bis. Se ha fame ci sono ancora gli affettati vari.

Allora vedo una persona con cui ho parlato e scherzato fino a pochi minuti prima, cambiare di colpo; insiste che vuole la carne, che gli devo dare la carne.

È il modo migliore per convincermi che, da me, questa sera, non avrà nessuna fetta di carne. Se me lo avesse chiesto diversamente, forse, alla fine avrei ceduto, ma adesso non posso più, sarebbe come premiare la sua prepotenza. E sì che gli ho spiegato come sta la situazione, che per una volta non posso accontentarlo. Il cuoco turco l'avrebbe già mandato da un pezzo a quel paese, altro che bis. Io no, ed ecco il risultato.

Quando capisce che non c'è più niente da fare, passa alla solita minaccia di riferire allo Chef che tratto male il personale, che non gli voglio dare da mangiare. Lo vedo avvicinarsi al telefono interno e parlare.

Stavolta c'è il vice-Chef, un omone tutta trippa, pacifico fino ad essere debole. Trascina giù la sua massa di grasso per vedere cosa succede e, come c'era da aspettarsi, per non avere fastidi, cede e mi dice di dargli la fetta di carne.

E io mi rendo conto, per l'ennesima volta, che ho sbagliato tutto fin dall'inizio. Che più una persona la tratti bene, più ti considera debole e ti si rivolta contro. Solo i bastonati avranno considerazione e rispetto di te. Una conclusione rivoltante, inaccettabile.

È questa, purtroppo, la (im)morale della storia.

 


 

La conferma mi arriva pochi giorni dopo.

A lavorare come lavapiatti è arrivato da qualche tempo un uomo di colore. Digiuno di tedesco, parla un francese incomprensibile anche al cuoco parigino. Evita tutti e tutti sembrano evitarlo. Forse per questo mi va di avvicinarlo, di sapere da dove viene.

Dopo vari tentativi di farlo parlare, cercando di decifrare cosa dice, alla fine capisco che è algerino, sposato, che vuole tornare in Africa con i soldi che metterà da parte.

Ma quanto riesce a mettere da parte? Praticamente nulla perché scopro che guadagna la metà degli altri lavapiatti, senza contare le detrazioni per l'alloggio e il mangiare. La sua forza contrattuale è quasi nulla quindi, secondo logica, non guadagna quasi nulla. Gli ci vorranno anni per mettere da parte qualche centinaio di marchi, una inezia, appena sufficiente per pagarsi il biglietto del viaggio. La sua sorte sembra essere quella di lavapiatti a vita con un salario di sussistenza.

Quando questo suo quadro mi diventa chiaro, gli dico che deve assolutamente andare all'Ufficio del personale e farsi aumentare la paga allo stesso livello degli altri lavapiatti, lui che realmente fatica come un negro. Oppure deve cambiare posto di lavoro .

Ne cercano a migliaia di lavapiatti, dappertutto.

Queste cose gliele ripeto abbastanza spesso da quando ho conosciuto la sua situazione. Ma lui non ha il coraggio né di chiedere l'aumento né di cambiare. Stamani, mentre gli ripeto per l'ennesima volta "qu'il faut changer", vedo che, all'improvviso si alza e incomincia ad urlare.

Non so con chi ce l'abbia perché parla in maniera incomprensibile.

Poi mi sembra di capire che ce l'abbia con me, perché lo voglio mandar via, lo voglio rovinare. Mi fa segno di andare con lui al piano di sopra, nell'ufficio del personale.

Io rimango di stucco, impalato dietro il bancone, mentre tutti gli altri mi guardano e non capiscono cosa stia succedendo.

Poi l'algerino se ne va.

Poco dopo mi chiamano per telefono dall'ufficio del personale. Devo andare. Trovo lui con la segretaria che non sa una parola di francese e vuole che io le spieghi cosa dice l'algerino, perché ha fatto il mio nome.

Io non so cosa tirare fuori. L'ho spinto a chiedere l'aumento o ad andarsene e quindi, se lo sapessero, passerei per un sobillatore. Per difendere i loro interessi avrebbero tutte le ragioni per cacciarmi via. Non che me ne importi molto ma sarebbe il colmo, essere mandato via su indicazione di chi, in buona fede, volevo aiutare.

Mi sento un perfetto imbecille che non sa più cosa dire o cosa fare.

Parlando in francese perché la segretaria non capisca, mi rivolgo direttamente a lui, cerco di calmarlo, gli dico che per me può restare, che non voglio che se ne vada.

Alla fine tutto si sistema e finisce lì.

Ho creato solo confusione.

D'ora in poi non gli rivolgerò più la parola.

 


 

C'è un lavapiatti di sesso incerto, giurerei che è una donna che si veste con abiti maschili.

In seguito mi ha detto che ha avuto un figlio che sta con la madre e allora non ci ho capito più niente.

Comunque, a parte il sesso, mi è capitato più volte di scontrarmi con lei.

I tedeschi, in genere, e lei è tedesca, si credono sempre migliori di qualsiasi gastarbeiter e credono di avere sempre ragione loro. Io invece sono di parere leggermente opposto.

Ma veniamo ai fatti.

Quando finisce l'orario della mensa e ritorno nelle cucine, porto tutti i contenitori a lavare e lascio quindi il carrello pieno di recipienti sporchi nel settore dei lavapiatti.

Stasera, c'è lei per la prima volta.

Mi dice di portare via il carrello e di lasciarlo vicino ai frigoriferi. Non capisco il motivo della richiesta, ma non mi costa niente accontentarla.

Poco dopo mi chiama il sovrintendente dei lavapiatti, un mastino di tedesco e mi dice, seccato, di togliere da lì il carrello, che non è il suo posto. Allora lo rimetto dov'era prima.

Non l'avessi mai fatto.

Quando la lavapiatti se ne accorge, pianta tutto e viene come una furia verso di me. Me la vedo davanti tutta arrabbiata e, così per scherzo le dico Ruhe, Ruhe, calma, calma. È come gettare benzina sul fuoco e lo sapevo. Infatti quella, nonostante la sua piccolezza, mi afferra ai polsi e cerca di scuotermi.

Io che non sopporto di essere toccato, cambio immediatamente di tono e le dico "versuche mich nicht meher zu treffen".

Allora si calma e se ne va.

Ma non sarà l'ultima volta che avremo occasione di scontrarci.

 


 

Da alcuni giorni mi capita di trovarmi con vassoi di affettati in soprannumero, che avanzano nel frigorifero. Riesco a preparare i sandwiches prima di andare a portare il mangiare al personale e mi è già successo di scendere nella mensa con 1/4 d'ora di anticipo.

Non sopporto la gente lenta, che mi intralcia e mi fa perdere tempo; quando gli impiegati dell'amministrazione mi bloccano il carrello per fregarsi frutta o coppette di dessert, li prendo a parolacce in turco, le sole parole che ho imparato in quella lingua.

L'orologio appeso al muro non mi da più fastidio, adesso ce l'ho inserito nel cervello perché so quanto tempo mi porta via ogni operazione.

Da quando entro al mattino tutti i miei gesti sono calcolati per ottenere il massimo rendimento qualitativo e quantitativo, nel minimo tempo.

 


 

È arrivato settembre.

Mentre sto preparando i piatti di affettati, si avvicina lo Chef, mi dice di mettere le fette più distanziate, di stare attento a non esagerare coi vassoi che poi avanzano e rimangono giorni e giorni nel frigo.

Aspettavo solo questo.

Non mi hanno schiacciato.

Ho vinto, io, robot.

 


 

Stanotte ho fatto un sogno.

Sono in un parco, da solo, e qualcuno in lontananza parla alla gente.

Non capisco cosa dice. Cerco di avvicinarmi, faccio fatica a muovermi ma voglio sentire, sapere.

Poi incomincio a cogliere alcune parole

"... voi, proletari, sottoproletari, poveri di denaro e di spirito, voi lavoratori di merda, non erediterete la terra.

Voi, sudici immigrati, col cervello e col corpo distrutto da anni di ammazzamento nel lavoro, voi siete i prodotti di scarto di questa società, addetti a mansioni di scarto.

Avete in voi i desideri peggiori di questa società, i più meschini, i più superflui. Siete delle bestie che mancano di qualsiasi barlume di coscienza, dovete solo essere sepolti perché siete già morti.

Voi non siete niente, e non sarete mai niente. Perché non avete il coraggio, la volontà, la capacità di uscire da questi ruoli di merda che vi hanno dati e che vi siete presi. Non ci sono più catene per tenervi immobilizzati, non ci sono più caste, ma rimangono le bestie incatenate, voi.

E non prendetevela con loro, ognuno fa i propri interessi. Sapete solo lamentarvi. Tocca solo a voi uscirvene fuori da qui, dopo essere cambiati di dentro. Rifiutate, sì, ma incominciate a rifiutare voi stessi così come siete adesso, servili coi forti, prepotenti coi deboli. Toglietevi di dosso innanzitutto la vostra merda e iniziate a vivere senza comandare, senza ubbidire.

Solo allora sarete degli esseri umani."

 


 

Ho lasciato il lavoro oggi, 15 settembre 1978.

 


 

Traduzione da "Der Geist von der Arbeit"

 


 

..."l'incremento produttivo operato dalle macchine e l'incremento di assistenza da parte dello Stato hanno determinato la dissoluzione dell'etica del lavoro a vantaggio dell'etica del consumo. Il lavoro non è più

- né costrizione schiavistica o servile

- né mezzo di glorificazione del Signore e di riscatto dal peccato

- né attività di servizio alla comunità

- né condizione indispensabile per procurarsi i mezzi di sostentamento.

L'utilizzo accorto di disposizioni legislative emanate dai Länder della Bundesrepublik permette di vivere o quanto meno sopravvivere attraverso l'assistenza pubblica.

Molti però, a causa della loro naiveté, sono ancora soggetti al lavoro (non intendo riferirmi alle attività creative e ben retribuite). Per costoro, la maggior parte gastarbeiter, l'essere coinvolti nel lavoro significa partecipare a un processo di corruzione e, nei casi estremi ma non trascurabili, di criminalizzazione.

Ciò si evidenzia attraverso tre atteggiamenti che sono il prodotto pedagogico dell'attività lavorativa:

- l'egoismo (fuga dalla cooperatività)

- il menefreghismo (fuga dalla responsabilità)

- il servilismo (fuga dalla dignità).

Ma perché il lavoro è mezzo di corruzione e di criminalizzazione?

Sostanzialmente a causa di due fattori:

- il tipo di produzione: molto di ciò che viene prodotto è dannoso, inutile o semplicemente superfluo;

- il modo di produzione: la rigida divisione manuale/intellettuale blocca le potenzialità cerebrali dell'individuo a livello sub-umano.

Esaminiamo meglio questi due punti:

- il tipo di produzione. Se ciò che viene prodotto è inutile o dannoso, questo fatto coinvolge non solo chi dirige la produzione ma anche chi la effettua materialmente. La possibilità di consumo giustifica qualsiasi tipo di lavoro. Ma se il prodotto consumato è superfluo, inutile, dannoso, anche il produttore è superfluo, inutile, dannoso. (La sostanza del prodotto consumato si trasferisce al produttore consumatore come la sostanza alimentare si trasferisce nel corpo dell'individuo).

- il modo di produzione. La divisione manuale/intellettuale, impedisce o quanto meno, non favorisce la nascita e lo sviluppo dell'essere umano adulto, polivalente, autonomo. Al contrario, lobotomizza l'individuo. Allora dominano solo bisogni elementari (mangiare, dormire, ubriacarsi, etc.) e bisogni accessori (la moto, l'auto, la tv, i soprammobili, etc.).

Manifestazioni comportamentali caratteristiche di questo stato sub-umano sono, per l'appunto:

- l'egoismo. È il più semplice mezzo di difesa e di sopravvivenza. Ognuno cerca di massimizzare il proprio interesse immediato, che significa lavorare il meno possibile con il massimo possibile di guadagno. In questa ottica, al classico contrasto tra chi comanda e chi obbedisce se ne assommano molti altri interni al frammentato mondo di coloro che obbediscono (lavoratori locali-gastarbeiter, nuovi lavoratori-vecchi lavoratori, uomini-donne, forti-deboli, etc.) in ordine alla ripartizione delle quote di lavoro (obiettivo minimizzazione) e di guadagno (obiettivo massimizzazione).

- il menefreghismo. Il lavoro privo di scopo genera una fuga ad accelerazione progressiva dalle responsabilità. Non si può essere responsabili di una cosa che non ci è propria, che è altro da noi. Ma poiché il lavoro occupa buona parte del nostro tempo, ciò significa sprofondare sempre più in una condizione di irresponsabilità esistenziale. Tutto ciò che si collega con il lavoro non ha nessuna importanza e poiché esso coinvolge una parte importante della propria vita, ciò equivale a dire che la propria vita non ha importanza.

- il servilismo. Il lavoro è, per la quasi totalità degli individui che vi sono costretti, strumento per arrivare ad una situazione di non-lavoro, attraverso l'ascesa di una scala gerarchica che permette l'innalzamento del proprio livello di guadagni parallelamente all'abbassamento del proprio livello di prestazioni. Tutto ciò è in rapporto inverso rispetto a coloro che permangono alla base della scala gerarchica. Questo obiettivo è più facilmente raggiungibile attraverso un comportamento di servilismo-carrierismo che significa adesione-sottomissione ai valori e ai comportamenti della gerarchia dominante e quindi al sistema generale dominante-dominato.

La corruzione operata dal lavoro porta inoltre a tutta una serie di comportamenti di criminalità spicciola quali l'incuria e la manomissione degli strumenti di produzione, il sabotaggio, il furto e così via.

Se questa analisi è esatta, se cioè il lavoro è davvero strumento pedagogico di corruzione-criminalizzazione, allora la classe operaia e i lavoratori in genere, in quanto parte al tempo stesso attiva e passiva di questa situazione, non possono più essere considerati motori della rivoluzione.

Anzi, dal momento che assorbono e portano in sé i peggiori disvalori della classe dominante, risultano, nella situazione storica presente, in posizione antitetica al processo rivoluzionario.

Solo chi esce da questo insieme di disvalori e propone, nei fatti, attraverso un nuovo modello di valori, un diverso tipo di organizzazione esistenziale (sociale e produttiva) ad elevato livello di coerenza e di efficienza, questi è un essere rivoluzionario.

Tautologicamente si può dire che individuo (gruppo) rivoluzionario è chi fa realmente rivoluzione, e ciò non è definibile a priori.

E fare rivoluzione significa ...

(il foglio si interrompe qui)

 


[Home] [Top]