Materiali sul Mezzogiorno d'Italia


Napoli

 


 

(1878 - Renato Fucini,  Napoli a occhio nudo, Einaudi, Torino, 1976)

-  "S'io ti dovessi dipingere i colori del camaleonte o disegnarti le forme di Proteo, in verità mi sentirei meno imbrogliato che a darti una netta definizione di quello che mi è sembrato essere il carattere di questo popolo." "Ad un tratto ti sembreranno ingenue creature e ti sentirai portato ad amarle; non avrai neanche finito di concepire questo sentimento, che ti appariranno furfanti matricolati. Ora laboriosissimi per parerti dopo accidiosi; talvolta sobrii come Arabi del deserto, tal altra intemperanti come parassiti; audaci e generosi in un'azione, egoisti e vigliacchi in un'altra." (p. 17)

-  "Con la più feroce usura, si strozzano fra loro. La passione per il giuoco in genere ed in ispecie per il Lotto giunge fino alla frenesia, e forse il desiderio di soddisfare a questa sfrenata libidine ... è ciò che li agita, che li accapiglia e li porta a lavorare rabbiosamente, per poi più rabbiosamente che mai correre a gettare i loro miseri guadagni in quel baratro d'immoralità, che insieme colla usura concorre a spolpare questi iloti e a mantenerli nel puzzo delle loro tane, dove come porci s'imbragano e gavazzano." (pp. 25-26)

-  "Lasciateli svoltolarsi nel loro fango e date loro chiocciole e maccheroni a poco prezzo, non chiederanno mai qual forma di Governo regga il loro paese." (p. 29)

 

(1915 - Norman Douglas,  Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)

-  "Ci credereste che Napoli è circondata da una torreggiante muraglia cinese, lunga miglia su miglia, sovrastata da un complicato sistema di sonerie d'allarme e pattugliata giorno e notte da un'orda di doganieri armati fino ai denti - per tema che qualche contadino possa gettare un mazzo di cipolle entro i sacri limiti della città senza pagare la tassa di pochi centesimi? Nessuna nazione che abbia il senso dell'umorismo ammetterebbe questo stato di cose. Tutti sono infastiditi dalle arie di questo esercito di funzionari fannulloni che infestano il luogo e che sarebbero sfruttati assai meglio se impiegati a piantar cipolle sui tanti chilometri d'Italia che sono tuttora incolti; i risultati del sistema si sono rivelati inadeguati, 'ma', come mi chiese una volta il mio amico, deputato a Roma, 'se lasciamo andare questa gente dal loro impiego che cosa gli faremo fare?' 'Niente di più semplice' risposi. 'Assumeteli nel Consiglio Municipale di Napoli. È già dotato di una quantità di impiegati che supera quella di tutti gli uffici governativi di Londra messi insieme; qualcuno in più certo non cambierà molto le cose!' 'Perbacco!' esclamò lui. 'Voi stranieri ne avete di idee! Potremmo liberarci di almeno dieci-quindicimila di loro, nel modo che avete suggerito voi. Mi prenderò un appunto di questo per la nostra prossima seduta'." (p. 50)

 

(1925 - Benedetto Croce,  Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1980)

-  "... passando dalla particolare taccia d'incostanza a investigare nel generale la moralità delle popolazioni napoletane, si cominciò a porre in contrasto la bellezza naturale del paese meridionale, che si paragonava a un paradiso, con gli uomini che vi nascevano, 'di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimento', e sorse il proverbio che ebbe corso nel cinquecento e anche dopo : che il regno di Napoli era un 'paradiso, ma abitato da diavoli'." (p. 69)

 

(1949 - Curzio Malaparte,  La pelle,  Mondadori, Milano, 1981)

-  "Il popolo napoletano sarebbe morto di fame già da molti secoli, se ogni tanto non gli capitasse la fortuna di poter comprare e rivendere tutti coloro, italiani o stranieri, che pretendono di sbarcare a Napoli da vincitori e da padroni." (p. 19)

-  "La peste era scoppiata a Napoli il 1 ottobre 1943, il giorno stesso in cui gli eserciti alleati erano entrati come liberatori in quella sciagurata città." (p. 24)

-  "L'atroce sospetto che lo spaventoso morbo fosse stato portato a Napoli dagli stessi liberatori, era certamente ingiusto: ma divenne certezza nell'animo del popolo quando si accorse, con meraviglia confusa a superstizioso terrore, che i soldati alleati rimanevano stranamente immuni dal contagio." (p. 25)

-  "Era, quella, una peste profondamente diversa, ma non meno orribile, dalle epidemie che nel medioevo devastavano di quando in quando l'Europa. Lo straordinario carattere di tal nuovissimo morbo era questo: che non corrompeva il corpo, ma l'anima. Le membra rimanevano in apparenza intatte, ma dentro l'involucro della carne sana l'anima si guastava, si disfaceva. Era una specie di peste morale, contro la quale non pareva vi fosse difesa alcuna." (p. 26)

-  "Gli stessi liberatori erano atterriti e commossi da tanto flagello. ... già da qualche tempo s'era insinuato nel loro animo ingenuo e buono il sospetto che il terribile contagio era nel loro sorriso onesto e timido, nel loro sguardo pieno di umana simpatia, nelle loro affettuose carezze. La peste era nella loro pietà, nel loro stesso desiderio di aiutare quello sventurato popolo, di alleviare le sue miserie, di soccorrerlo in quella tremenda sciagura. Il morbo era nella loro stessa mano tesa fraternamente a quel popolo vinto." (p. 29)

-  "Come per tutti gli americani, Napoli era state per lui [Jack] una inattesa e dolorosa rivelazione. Aveva creduto di approdare alle rive di un mondo dominato dalla ragione, retto dalla coscienza umana: e s'era trovato all'improvviso in un paese misterioso, dove non la ragione, non la coscienza, ma oscure forze sotterranee parevano governare gli uomini, e i fatti della loro vita." (p. 31)

-  "... il classico scenario delle colonne doriche dei templi di Pesto nascondevano ai suoi occhi un'Italia segreta, misteriosa: nascondeva Napoli, quella prima terribile e meravigliosa immagine di un'Europa ignota, posta al difuori della ragione cartesiana, di quell'altra Europa di cui egli non aveva avuto, fino a quel giorno, se non un vago sospetto, e i cui misteri, i cui segreti, ora che li veniva a poco a poco penetrando, meravigliosamente lo atterrivano." (p. 32)

-  "Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno." (p. 33)