"Non vi è idiozia così esecrabile che non possa essere resa credibile ad una vasta maggioranza di persone attraverso una adeguata azione governativa".
(Bertrand Russell, An Outline of Intellectual Rubbish, 1943)


Gli agenti sgradevoli della vita sociale (^)

Sotto la denominazione di 'agenti sociali', operanti all’interno della categoria delle scienze sociali, si fa qui riferimento, in modo abbastanza lato, ad una serie di partecipanti attivi alla vita sociale (maggiori e minori), incluso anche l’uomo-massa con i suoi atteggiamenti e convinzioni riguardo la società di massa.
Gli atteggiamenti e le convinzioni elaborati al centro (da scienziati sociali di professione) e condivisi alla periferia (dall’uomo-massa) tendono, in genere, ad assumere come un fatto naturale la conservazione e perpetuazione dei modi di vita e delle relazioni sociali correnti, a parte incrementi di tipo puramente quantitativo.

Anche un aggiornamento superficiale nel vocabolario e nell’armamentario degli scienziati sociali non può nascondere il fatto che questi (e la loro massa di ascoltatori) sostengono tuttora idee che, ben lungi dall’essere pilastri eterni di saggezza umana e di illuminismo sociale, appartengono semplicemente ad un passato feudale. Il nucleo di queste idee risiede nella convinzione della necessità assoluta del potere (controllo) e dell’obbedienza (subordinazione) come fonte e guida di (quasi) tutte le relazioni sociali.

Sulla base di queste idee molti agenti della vita sociale hanno costruito la loro fortuna materiale (o ciò che essi reputano essere una vita di successo) e molti altri hanno prodotto il loro asservimento volontario (o quello che essi ritengono essere la scelta inevitabile che si offre alla loro esistenza).
Esaminiamo brevemente alcuni di questi sgradevoli agenti della vita sociale.

L’avvocato azzeccagarbugli

La complessità (ad es. la varietà) dei rapporti umani è stata resa complicata (cioè confusa) dall’esistenza di centinaia di migliaia di leggi e disposizioni legali che pretendono di regolare ogni aspetto della vita degli individui. L’avvocato è l’agente principale che presiede a questo pantano di immoralità legale cioè di mancanza di “mores” sostituiti da leggi. Questo è il risultato storico del fatto che le comunità sono state espropriate della loro capacità/responsabilità di auto-regolamentarsi attraverso costumi morali che sorgono a seguito di interazioni protratte nel tempo e di riflessioni razionali sulle conseguenze di tali interazioni. Al giorno d'oggi le norme sono il prodotto confezionato di potenti gruppi di pressione (lobbies) che si avvalgono di professionisti stipendiati, tutti in gara per strappare i favori dei governanti (i manifatturieri delle leggi). Gli avvocati azzeccagarbugli, in quanto membri della cerchia interna del potere o servili appendici di esso, sono i bottegai in questo bazar in cui si traffica in articoli di legge a fini di potere e di clientele.


L’economista losco

L’economia è stata definita, per ragioni apparentemente molto diverse, la 'scienza losca' (the “dismal science” - Thomas Carlyle, 1849), ma sarebbe stato più appropriato impiegare tale aggettivo per qualificare gli economisti, come 'scienziati loschi'. La maggior parte di essi non sono altro che i sacerdoti di Mammona (il denaro) e i servi del Leviatano (il potere). Al fine di diventare popolari ed avere successo essi hanno cancellato molte idee spregiudicate e efficaci (ad es. le ammonizioni di Gresham sul monopolio nella emissione della moneta o le concezioni di Ricardo sul commercio internazionale). La crescita fenomenale dei loro ranghi, la loro presenza diffusa (in organizzazioni nazionali e internazionali) e i risultati incredibilmente miserevoli, se non disastrosi, che sono stati raggiunti seguendo alla lettera le loro ricette, tutto ciò dovrebbe renderci consapevoli del fatto che, anche se la prostituzione intellettuale rende (fino ad un certo punto e per un certo periodo), le conseguenze di lungo periodo sono catastrofiche per la mente e per lo spirito (per non parlare delle tasche) della gente comune. Dove i livelli di vita sono migliorati, noi dovremmo congratularci con gli scienziati, i tecnici, gli imprenditori e i lavoratori, tralasciando del tutto gli economisti.


Lo psicologo ciarlatano

A seguito della secolarizzazione della vita sociale e della popolarizzazione della psicoanalisi tra le masse, lo psicologo ha assunto il ruolo che era svolto un tempo dal confessore ecclesiastico. Nei tempi moderni la funzione dello psicologo ha assunto connotati di manipolazione persino superiori a quelli del prete di età passate. Il primo passo nel processo di manipolazione consiste nel far accettare la realtà, qualsiasi realtà, o, in altre parole, nell’accomodare la realtà nella vita della persona e nel far sì che la persona si adatti ad essa. Comunque, non è sufficiente accettare una realtà dominata dal Grande Fratello; il compito dell’essere umano perfettamente adattato e quello di amare il Grande Fratello e di essere grato per quello che il Grande Fratello fa per lui. A tal fine la massa degli psicologi opera al meglio per un numero crescente di persone, utilizzando un nutrito repertorio di strumenti psicologici e farmacologici. Nella maggior parte dei casi ciò è possibile grazie proprio al Grande Fratello (operante sotto l’ingannevole qualifica di Ministero della Salute), di cui molti psicologi sono i fedeli servitori e gli agenti silenziosi.


Il giornalista vacuo

Il giornalista è il re indiscusso dell’indottrinamento di massa. Non dovrebbe essere preso come una mancanza di rispetto verso la professione il ricordare che Mussolini e Goebbels sono tra coloro che praticarono il mestiere e che insegnarono molti trucchi utili, primo fra tutti il fatto che una larga dose di nazionalismo e di orgoglio patriottico costituisce una ricetta sicura per il successo e per una ampio seguito di lettori a base nazionale. Il piatto forte di molti giornalisti è un minestrone fatto di stereotipi del tutto convenzionali, associati a spiegazioni dei fatti che possono benissimo essere false ma devono essere assolutamente plausibili, il tutto condito con una buona dose di pepato sensazionalismo. I giornalisti sono coloro che tentano di presentare la solita vecchia storia come se fosse una novità assoluta e quando un fatto nuovo appare sulla scena sono di solito incapaci di individuarlo o lo trattano come se fosse la solita vecchia storia. I lettori creduloni si fidano, senza tante critiche, di questa zuppa giornalistica fatta di convenzionalismo e di sensazionalismo e la ripropongono attraverso contatti sociali, rendendo il piatto sempre più accettabile in relazione diretta al numero delle persone che sono disposte a tastarlo e ingurgitarlo. E così la catena di Sant’Antonio della credulità di massa si estende e si espande, spesso orientata ad arte dal potere (voci di corridoio) o da esso apertamente sostenuta (tramite finanziamenti statali ai giornali come avviene in Italia).


L’insegnante manipolatore

Il giornalista banale e sciovinista ha buone probabilità di avere successo perché la manipolazione del lettore inizia sin dalla sua infanzia, attraverso la scuola di stato. L’insegnante è il primo anello di una catena di superstizioni che, a tempo debito, soffocherà il cervello dell’essere umano in una specie di camicia di forza mentale. L’insegnante ingenuo è convinto di compiere la nobile missione di trasmettere sapere; in realtà egli sta solo instillando conformismo a idee e pratiche obsolete che sono funzionali allo stesso potere (lo stato) che controlla e amministra il processo educativo attraverso l’insegnante manipolatore. Accettando questo imbroglio l’insegnante si pone in una posizione di grave abuso di fiducia in quanto egli dà ai giovani studenti l’impressione di presentare una conoscenza valida universalmente mentre sta trasmettendo unicamente o principalmente nozioni scelte e accettate dallo stato nazionale. In tal modo egli mina e compromette lo sviluppo delle facoltà critiche e creative di individui che, per la loro età e per il ridotto bagaglio di conoscenze di cui dispongono, sono ancora incapaci di giudicare da sé la validità di quanto stanno imparando o non ancora abbastanza esperti nell'avviare esperienze di apprendimento alternative.

"… gli insegnanti della scuola moderna, inspirati e certificati divinamente dallo stato … diventeranno necessariamente, chi inconsapevolmente, chi con piena cognizione di causa, i propagandisti della dottrina del sacrificio popolare al servizio della potenza dello stato e a vantaggio dei suoi strati privilegiati."
(Mikhail Bakunin, Dieu et l'état 1882)


What did you learn in school today
Dear little boy of mine?
What did you learn in school today
Dear little boy of mine?

I learned our government must be strong
It's always right and never wrong
Our leaders are the finest men
That's why we elect them again and again

And that's what I learned in school today,
That's what I learned in school.

(Tom Paxton)

Cosa hai imparato a scuola oggi
Piccolo ragazzo mio?
Cosa hai imparato a scuola oggi
Piccolo ragazzo mio?

Ho appreso che il nostro governo deve essere forte
Che è sempre nel giusto e mai nel torto
Che i nostri capi sono le persone più accorte
Ed è per questo che li eleggiamo tutte le volte

Questo è quello che ho appreso a scuola oggi
Questo è quello che ho appreso a scuola.

(Tom Paxton)


Il burocrate ottuso

La società di massa del nostro tempo può essere caratterizzata come una società statalizzata al cui centro sta la figura del burocrate il cui compito è di osservare e applicare le regole, non importa quanto idiote e irrazionali esse siano. I burocrati e la mentalità burocratica possono essere trovati. in misura crescente, in qualsiasi aspetto della vita sociale degli ultimi cento e più anni, e in molte figure sociali, quali ad esempio il burocrate di partito, il burocrate sindacale, l’assistente sociale burocratizzato, il manager burocrate ed altre ancora. L’ascesa al potere dello stato è, nei fatti, l’ascesa al potere in maniera generalizzata di piccoli e grandi burocrati. Essi sono l’espressione e il veicolo di un modo di pensare e di agire che ha infettato tutta la vita sociale e che ha ridotto l’essere umano al livello di un idiota di massa, reso dipendente e preso in giro dal potere.

“… dalla metà del secolo XIX in poi, i lavoratori dell’Europa centrale e occidentale svilupparono rapidamente le loro proprie organizzazioni, partiti, sindacati, produssero i loro capi e, soprattutto, la loro propria burocrazia, persone con la volontà di ferro e la testa di legno.”
(Arthur Koestler, The Yogi and the Commissar, 1945)


L'idiota di massa

La causa e l’effetto della esistenza di tutti questi sgradevoli agenti della vita sociale è la formazione e cristallizzazione dell’idiota di massa. Nel corso degli ultimi secoli la persona comune è caduta dalla padella della tutela ecclesiale nella brace del dominio statale, rimanendo un eterno minore, un bambino immaturo, timoroso di prendere decisioni autonome e di assumere la piena responsabilità delle sue azioni. In troppi casi ha accettato (consciamente o inconsciamente) di essere una pedina nelle mani degli sgradevoli agenti della vita sociale sopra elencati e, in tale ruolo, è diventato un portatore e trasmettitore passivo di miti sociali e quindi una componente della produzione di mistificazioni da parte degli scienziati sociali.

“… l’uomo-massa vede nello Stato un potere anonimo, e dal momento che si sente egli stesso anonimo - folla - crede che lo Stato sia parte di sé. Immaginiamo che sopraggiunga nella vita pubblica di un qualsiasi paese una difficoltà, un conflitto o un problema: l’uomo-massa tenderà a esigere che immediatamente lo Stato se lo assuma come proprio, che si incarichi di risolverlo direttamente utilizzando i suoi mezzi giganteschi e poderosi.
Questo è il pericolo maggiore che minaccia al giorno d’oggi la civiltà: la statalizzazione della vita, l’interventismo statale, l’assorbimento di qualsiasi spontaneità sociale da parte dello Stato; vale a dire, l’annullamento della spontaneità storica, che in definitiva sostiene, nutre e fa avanzare i destini umani.”
(José Ortega Y Gasset, La Rebelión de las Masas, 1937)


Le equazioni infondate del discorso sociale (^)

Gli agenti della vita sociale sono riusciti a portare avanti le loro visioni idiote e a praticare il loro comportamento insulso anche perché, nel corso del tempo, una serie di premesse assurde sono state da essi o formulate o accettate, diventando assiomi di base del discorso sociale.
Questi sono gli articoli di fede dell’ideologia statista, elaborati e sostenuti dagli scienziati sociali, creduti e accettati più ardentemente dei precetti di qualsiasi catechismo, in quanto essi hanno goduto di una propaganda ancor più massiccia e capillare e sono stati quindi ancor più profondamente e inconsciamente interiorizzati.
Gli assiomi di base o le convinzioni indiscusse sono qui definite le equazioni infondate del discorso sociale in quanto esse attribuiscono uno specifico (infondato) significato ad una serie di termini al fine di svilirli in maniera funzionale, dal punto di vista teorico e pratico, all’elite dominante (e cioè al potere statale).
Le principali equazioni infondate sono le seguenti:

Interesse personale = egoismo

Il tratto principale che caratterizza il modo in cui la società è organizzata e gestita dal potere statale consiste nella paura dell’individualità e nella lotta contro l’individuo. La tendenza dominante della vita sociale sotto lo statismo è stata la spinta verso la massificazione e la concomitante fuga dalla e lotta contro l’individualizzazione.
Vi è una ragione perché ciò sia avvenuto. L’uniformità conseguita attraverso la massificazione poteva giustificare meglio l’esistenza di un interesse generale, al di sopra e contro gli interessi, definiti particolari o privati, degli individui.
Avendo presentato la realtà in tali termini, l’elite al potere (qualsiasi elite, sia essa la gerarchia ecclesiastica nel passato o i governanti statali nel presente) può presentarsi come il difensore e il protettore dell’interesse generale (presunto come sempre positivo) contro l’interesse personale (presunto come sempre negativo).
Come mai gli appartenenti all’elite dirigente (scelti dalla sorte o eletti dal popolo) dovrebbero essere i soli esenti da questa ipotetica malattia morale di provvedere al proprio interesse, intenti invece a promuovere l’interesse di tutti gli altri, è un punto che non è quasi mai stato esaminato o spiegato da nessuno scienziato sociale, soprattutto in epoca recente.

Ad ogni modo, mettendo da parte questo interrogativo, anche una analisi superficiale del tema dovrebbe persuaderci del fatto che la maggior parte degli interessi individuali non sono affatto in opposizione tra di loro, altrimenti la maggior parte dei rapporti sociali quali gli scambi culturali ed economici non avrebbero luogo.
Inoltre, se un valido interesse comune esiste (e cioè un interesse condiviso da tutti) consiste proprio nella libertà di tutti di far avanzare i propri personali interessi. Questa formulazione/soluzione del problema logicamente esclude qualsiasi situazione che blocca o danneggia la libertà di tutti gli individui di provvedere al soddisfacimento dei propri personali interessi.
Nella realtà dei fatti, promuovere (ed essere in grado di promuovere) il proprio interesse rappresenta uno dei principi etici ricorrenti da Aristotele a Spinoza, fino ad Erich Fromm.

“Quanto più ogni persona si impegna ed è capace di conseguire il proprio profitto, vale a dire, di preservare il proprio essere, tanto maggiore è la virtù che egli incarna; invece, nella misura in cui una persona trascura il proprio profitto, vale a dire, non si cura di preservare il proprio essere, egli è impotente.”
(Spinoza, Ethics, 1677, IV, Prop. 20.)


In sostanza, l’aver fatto equivalere l’attività degli individui volta a promuovere il loro interesse personale con la malevolenza e la noncuranza per l’interesse degli altri è uno dei postulati più perversi e maligni che sia mai stato formulato dagli scienziati sociali.


"Egoismo non è vivere secondo i propri desideri. Egoismo è chiedere agli altri di vivere secondo i nostri desideri."
(Oscar Wilde,  The Soul of Man under Socialism, 1891)


Le conseguenze logiche e pratiche di questa equazione sono ancora più riprovevoli; infatti tale equazione conduce, come conclusione generale scontata e non come materia di ricerca, alla intrinseca incompatibilità tra gli interessi e quindi allo scontro permanente e inevitabile tra gli esseri umani.
Tutte queste presunzioni sono alla base dell’ideologia dell’homo homini lupus e rappresentano la giustificazione somma per l’esistenza di un potere monopolistico totalitario quale lo stato. Se uno scienziato sociale vuole continuare a seminare paure e sospetti non ha altro da fare che sostenere queste convinzioni stereotipate, senza aggiungere alcuna precisazione che ne restringerebbe notevolmente la validità e applicabilità.

Personalità = identità

La continua perdita di individualità, promossa da alcuni scienziati sociali come segno di modernizzazione, e la crescita di uniformità all’interno di una società di massa, hanno portato all’uso diffuso da parte degli stessi scienziati sociali del termine identità al posto del classico concetto di personalità.
Se consideriamo la radice etimologica della parola identità (idem = lo stesso o identitas = uniformità) è abbastanza evidente che esso non si sarebbe mai dovuto applicare a un essere umano la cui personalità non solo dovrebbe essere considerata unica ma anche in continua evoluzione.
Nonostante ciò, gli scienziati sociali non solo non hanno sollevato alcuna obiezione critica riguardo alla equazione personalità = identità, ma l’hanno accettata apertamente e persino glorificata.
Tutto ciò è quanto di più assurdo ci sia se facciamo riferimento alla personalità di un individuo perché equivale a dire che

- l’individuo è identico a sé stesso (affermazione senza senso)
- l’individuo non cambia nel tempo (affermazione falsa).

Ciò che questa equazione infondata mette in luce è l’abbandono del vero concetto di personalità come individualità e dello sviluppo personale come individualizzazione. Il loro posto è stato preso, nei discorsi degli scienziati sociali, da identità (l’essere umano omogeneizzato) e identificazione (l’essere umano controllato).
Nella realtà, questi due termini (identità e identificazione) sono più in sintonia con espressioni quali l’identità nazionale (cioè l’adozione/imposizione degli stessi miti e modi culturali) e la carta d’identità (cioè l’introduzione/imposizione di restrizioni alla libertà di movimento) che con un discorso scientifico riguardante i tratti distintivi e evolutivi dell’essere umano.
Gli scienziati sociali, attraverso l’uso esteso del termine “identità” al posto di quello molto più appropriato di personalità rivelano chiaramente non solo la loro adesione/sottomissione all’ideologia dello statismo, ma anche come essi vedono e quale ruolo essi assegnino all’essere umano, vale a dire quello di un pezzo sostituibile di una macchina o un simbolo astratto di una equazione, pronto per essere manipolato nella maniera che appare utile agli alchimisti statali della società di massa.

Equità = uguaglianza

In una società di massa composta da (presunti) identici esseri umani la equità, vale a dire la lealtà e l’onestà nel comportamento reciproco, è equiparata all’uguaglianza.
Chiaramente questo sarebbe il caso, e l’uguaglianza sarebbe davvero equivalente all’equità (e quindi la migliore soluzione possibile), posto che avessimo a che fare con persone identiche (o estremamente simili) in circostanze identiche (o estremamente simili); ad esempio lavoratori coetanei celibi, che eseguono lo stesso identico compito, producono lo stesso identico risultato e ricevono la stessa identica paga.
Comunque questo è un assunto assurdo e stupido, lontano dalla realtà, se applicato su larga scala, perché non solo noi siamo tutti diversi in relazione a sesso, età, forza fisica, interessi, attitudini, e così via, ma viviamo e operiamo in condizioni differenti e mutevoli che richiedono forme e livelli differenti di trattamento, soddisfazione, compenso o altro.

“Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali.”
(I ragazzi della scuola di Barbiana, Toscana 1967)


Quello che i sostenitori dell’uguaglianza sociale vorrebbero attuare, anche se essi sarebbero i primi a negarlo, è una sorta di “comunismo da caserma” in cui ognuno riceve la stessa razione e deve mostrarsi contento per il solo fatto che nessuno è stato trattato in maniera diversa.
Questo è una posizione idiota, condivisa da scienziati sociali collocati nella preistoria, per i quali il fatto che tutti facciano la fame sarebbe preferibile all’avere stomachi riempiti in maniera disuguale.
Inoltre, va detto che la presunta distribuzione ugualitaria delle risorse sostenuta dai cosiddetti scienziati sociali progressisti ha la strana abitudine di trasformarsi magicamente, prima o poi, in modo tale che l’affermazione “tutti gli esseri sono uguali” debba essere integrata dalla glossa “ma alcuni sono più uguali di altri.”
Alla fine, la vera uguaglianza che gli scienziati sociali sostengono e promuovono presso la gente comune è il fatto che tutti devono essere ugualmente subordinati e, dovremmo aggiungere, ugualmente indifesi di fronte al potere statale.

Anarchia = disordine

Anarchia significa essenzialmente opposizione a un potere dominante e assenza di un centro monopolistico di comando, che emette norme per tutti e su tutto. Di certo non significa quello che gli scienziati sociali statalisti vogliono farci credere, e cioè il rifiuto di qualsiasi autorità e la mancanza di rispetto per qualsiasi regola.
Infatti l’anarchico riconosce e di buon grado accetta l’autorità delle persone che hanno sapere e saggezza ed è disposto a seguire i loro consigli in maniera volontaria.

“Io mi inchino di fronte all’autorità di persone speciali perché essa si impone a me attraverso la mia stessa ragione. Io sono consapevole di non riuscire afferrare, in tutti i suoi dettagli, e in tutti i suoi sviluppi positivi, se non una parte estremamente ridotta della scienza umana. L’intelligenza più grande non arriverebbe ad una comprensione della totalità. Da qui ne deriva, per la scienza come per l’industria, la necessità della divisione e della associazione del lavoro. Io ricevo e do - questa è la vita umana. Ognuno è dirigente ed è diretto, secondo il caso. Perciò non vi è una autorità fissa e costante, ma uno scambio continuo di autorità e di obbedienza reciproche, temporanee e, soprattutto, volontarie.”
(Mikhail Bakunin, Dieu et l’état, 1882)


Quello che l’anarchico non sopporta è l’imposizione per tutti di regole congegnate ad uso e consumo di una cricca di persone arroganti e ignoranti che si trovano semplicemente ad avere il potere grazie a promesse illusorie, favori disonesti, corruzioni continue.
Il ritratto dell’anarchia come il regno del disordine e della brutalità è una immagine di comodo, prodotta da propagandisti statali i quali raffigurano in toni altamente drammatici e obbrobriosi un numero esiguo di atti di ribellione violenta commessi in passato da alcuni anarchici contro alcuni governanti, e sulla base di tali atti, condannano l’intera concezione e l’intero movimento.
La realtà è che l’anarchia, lungi dall’essere uno stato di generale disordine, è un processo molto avanzato di ordine dinamico, messo in atto da individui che hanno raggiunto un elevato livello di umanità (libertà, sviluppo, conoscenza).


"Persino i teorici dell'anarchia, la cui filosofia si fonda sull'idea che il controllo statale o governativo è un male assoluto, ritengono che con l'abolizione dell'istituzione statale altre forme di controllo sociale opererebbero: infatti, la loro opposizione alla regolamentazione governativa sorge dalla convinzione che altri, e per loro ben più congegnali, modi di controllo entrerebbero in funzione parallelamente all'abolizione dello stato."
(John Dewey,  Experience and Education, 1938)

Riuscire nella pratica dell’anarchia richiede di possedere l’umiltà e la consapevolezza di riconoscere la necessità di un continuo apprendistato nell’arte del vivere.
Nel linguaggio comune, sarebbe appropriato parlare di ascesa verso l’anarchia (e cioè verso un ordine sempre più elevato di autogestione) e di discesa nella tirannia statale (e cioè il cadere sotto il dominio di un tiranno, di molti tiranni o anche di una maggioranza che agisce da tiranno come nella democrazia rappresentativa).

Benessere personale = crescita materiale

Nell’età delle statistiche e dei servizi forniti dallo stato, gli scienziati sociali raffigurano il benessere degli individui attraverso l’impiego di numeri nella contabilità nazionale.
Il benessere degli individui è indicato, secondo loro, quando le cifre mostrano una crescita negli indici quantificabili (produzione, occupazione, reddito, servizi, ecc.).
L’uso di simboli matematici produce un’aura di indiscussa oggettività e precisione all’intero processo di raccolta, elaborazione e presentazione dei dati.
Sfortunatamente, il contenuto e la qualità degli indici statistici non sono oggetto di analisi critica da parte di moltissimi scienziati sociali, appagati dal semplice fatto di ripetere le procedure di trattamento dati che sono state eseguite da precedenti studiosi e che sono di buon grado accettate nei circoli accademici e politici.
Per la quasi generalità delle persone che appartengono a tali gruppi, la crescita economica è un fatto sempre positivo. Ne consegue che la crescita del Prodotto Nazionale Lordo diventa l’obiettivo principale che guida la vita socio-economica di tutti e l’indice più sicuro del benessere personale.
Il benessere è equiparato alle disponibilità materiali, vale a dire ad una situazione caratterizzata dall'aumento della produzione e del consumo, senza tenere in alcun conto quello che viene prodotto/consumato e il livello già raggiunto dalla produzione e dai consumi in relazione ai bisogni effettivi.
Che questa equazione (benessere personale = disponibilità materiali) non sia affatto appropriata, soprattutto quando la maggior parte delle persone in una comunità ha già raggiunto un livello di vita pienamente soddisfacente (per produzione e consumo), è un fatto già messo in luce da John Stuart Mill con riferimento all’Inghilterra della metà dell’ottocento.

“[Perciò] io non posso considerare lo stato stazionario del capitale e della ricchezza con l’avversione spontanea manifestata dagli economisti politici della vecchia scuola.”
“È a malapena necessario notare che una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica uno stato stazionario riguardo al miglioramento dell’essere umano. Vi sarebbe ugualmente campo per ogni tipo di coltivazione dell’intelletto e di progresso morale e sociale: così tanto spazio per affinare l’Arte del Vivere, e maggiore probabilità di tale miglioramento quando le menti cessano di essere preoccupate dal mestiere di sopravvivere.”
(John Stuart Mill, Principles of Political Economy, 1848)


Ciò che è necessario aggiungere è che non solo l’incremento del Prodotto Nazionale Lordo non è più, nelle economie avanzate, un segno di benessere ma è l’esatto opposto, un indice di uno sfruttamento eccessivo e di uno sperpero criminale delle risorse, simile all’ingrassamento inverosimile e disgustoso di una popolazione di obesi.
Inoltre, il meccanismo dell’assistenzialismo statale che è stato congegnato e si è diffuso sulla base di una crescita continua della produzione materiale, sta immiserendo l’essenza culturale e morale di troppi esseri umani, intrappolandoli in uno stato malsano di dipendenza che è proprio l’opposto del benessere personale.

Moralità = legalità

Nella società di massa composta da uomini-massa, quello che è un comportamento accettabile è un qualcosa definito da esperti consulenti a pagamento (giuristi, psicologi, economisti, ecc.), votato da legislatori ben retribuiti, e sanzionato da magistrati di professione che ricevono uno stipendio elevato.
Sotto lo statismo la produzione di leggi è un affare gigantesco che coinvolge affari giganteschi, per la difesa dei quali vale la pena di spendere un notevole ammontare di denaro e di energie da parte di grandi gruppi di pressione. Non ci si dovrebbe quindi stupire del fatto che questo enorme apparato utilizzato per influenzare, produrre e far obbedire regole di condotta valide per tutti all’interno di un certo territorio ha relegato in soffitta la moralità (vale a dire i costumi del popolo con la loro lunga gestazione e profonda accettazione) rimpiazzandoli con la legalità (e cioè con le leggi dello stato e la loro produzione opportunistica e accettazione superficiale).

Sempre più gli scienziati sociali e i commentatori politici approvano o disapprovano qualcosa (ad esempio l’immigrazione, un’attività lavorativa, il commercio, ecc.) in relazione al fatto che sia legale o illegale (vale a dire sotto il controllo e la sanzione dello stato) senza minimamente curarsi che sia di per sé morale o immorale. Se è legale è, automaticamente, qualcosa di giusto e buono. In un mondo che ha fatto l’esperienza di leggi che hanno promosso la schiavitù, lo sterminio razziale, la discriminazione religiosa, lo sfruttamento e l’espulsione di minoranze, l’imperialismo e il militarismo, oltre a molte altre attività statali di impronta criminale, questa posizione è nauseabonda.

L’esistenza di leggi che regolano ogni aspetto della vita è considerata talmente importante dagli intellettuali e accademici dei nostri giorni che essi si danno da fare presso i parlamentari per l’introduzione di questa o quella norma legislativa come se il comportamento morale potesse essere formato automaticamente sulla base di qualche articolo di legge.
Se questo fosse vero, la Costituzione introdotta in Unione Sovietica sotto Stalin, giudicata come una delle più avanzate e progressiste mai adottata, avrebbe messo fine prima o poi a qualsiasi ingiustizia e atrocità.
Eppure, nonostante l’abbondanza di leggi nazionali e internazionali, ingiustizie e atrocità crebbero a dismisura non solo sotto la Costituzione di Stalin, ma avvengono anche ai giorni nostri, principalmente sotto e attraverso gli apparati degli stati e le loro leggi “mirabili” (vedi, a conferma di ciò, qualsiasi rapporto di Amnesty International).

È solo quando gli stati oltrepassano un certo limite, commettendo ripetutamente crimini contro l’umanità (genocidi, deportazioni di massa, torture) che gli esseri si rendono conto che la legalità statale non è affatto un sostituto della moralità umana ma potrebbe persino esserne l’ostacolo più subdolo e il nemico più grande.
In ogni caso, anche in presenza della più grande immoralità qualche esperto legale o consigliere statale troverà una via d’uscita o un artificio apposito per giustificare qualsiasi atto di depravazione con qualche cavillo giuridico o nascondendosi dietro la solita nebbia del bizantinismo giuridico.

"Summum ius, summa iniuria" (Cicero, De Officiis I-10-33, 44 B.C.)

Società = stato

L’apice delle equazioni infondate è raggiunto dagli scienziati sociali quando essi identificano la società con lo stato.
La convinzione della loro identità è instillata molto presto nella mente dei piccoli attraverso la scuola di stato ed è rinforzata in continuazione durante tutto il corso della vita delle persone da ogni insegnante, docente universitario, giornalista, fino a quando diventa una associazione mentale scontata, indiscussa e indiscutibile.
Questa equazione di identità è storicamente insostenibile in quanto lo stato è una entità relativamente abbastanza recente, che è apparsa sulla scena nel corso degli ultimi secoli, mentre le società esistono da tempo immemorabile, laddove un gruppo di persone ha stabilito contatti e scambi ripetuti.
A questa obiezione alcuni scienziati sociali rispondono (1) che per stato essi intendono qualsiasi potere di regolare la vita sociale e (2) che nessuna organizzazione sociale può esistere senza di esso. L’attuale potere di regolazione è lo stato (o il sistema internazionale di stati). Qualsiasi essere umano è parte di una società nella misura in cui egli è soggetto statale. Per cui, ne deriva secondo questo modo di ragionare, che stato e società sono un fenomeno unico e identico.
Questa argomentazione regge se accettiamo alcune premesse nascoste che conducono a talune conclusioni abbastanza sgradevoli per molti esseri umani pienamente maturi, quali:

- la necessità assoluta ed eterna di un potere esterno di regolazione (lo stato burocratico);
- la concentrazione del potere di regolazione in un’unica entità dominante (lo stato centrale);
- la automatica ascrizione di qualsiasi individuo sotto uno specifico potere di regolazione (lo stato territoriale).

Nessuna di queste premesse è valida in maniera universale ed inequivocabile. Sempre più esse non rappresentano nemmeno la realtà empirica attuale.
Per sottolineare un solo fatto, l’esistenza di comunità virtuali nell’iperspazio (Internet) sta già frantumando la falsa pretesa degli scienziati sociali di assegnare ogni essere umano ad un contenitore sociale ed ogni contenitore ad un potere statale territoriale.

“Società è solamente una parola per indicare un numero di individui connessi da interazioni.”
(Georg Simmel, Grundfragen der Soziologie, 1917)


Quindi, non solo l’identificazione della società con lo stato è più che mai insostenibile, ma anche l’identificazione dell’essere umano con una (e solo una) specifica società e cultura è impropria e sta sgretolandosi.
Eppure, a causa della loro formazione ideologica e dipendenza economica, quasi tutti gli scienziati sociali sono spinti a sostenere l’equazione società = stato. Solo in questo modo essi possono tranquillizzare la loro coscienza, continuando a credere di essere individui progressisti e onesti al servizio di altri esseri umani, cioè della società, mentre essi sono, in realtà, ostaggi intellettuali del potere corrente o, in altre parole, i mercenari e i burattini dello stato.

Le fondamenta instabili della teoria sociale (^)

Gli scienziati sociali, specialmente coloro che sono inclini a ripetere idee elaborate nel passato piuttosto che testarle e sostituirle nel caso non siano più adatte o efficaci, hanno l’abitudine di basare, quasi esclusivamente, le loro conoscenze su divulgatori e fonti di seconda mano.
È molto probabile che da questa pratica derivi una continua semplificazione nelle formulazioni concernenti il passato fino al punto di una distorsione o banalizzazione totale.
Poiché questo tipo di scienziato sociale è molto diffuso, la teoria sociale corrente poggia su fondamenta molto instabili, e la pratica sociale, che dovrebbe offrire materiali a sostegno della teoria sociale, è generalmente inesistente.
Gli errori grossolani più comuni commessi dagli scienziati sociali sono i seguenti.

Plausibilismo

Gli scienziati sociali, specialmente quelli che sono affascinati dalla popolarità, si trovano ad essere fortemente spinti verso spiegazioni e soluzioni plausibili.
Considerato il fatto che la conduzione di una serie di esperimenti impegnativi o cruciali non fa parte della pratica consueta e diffusa nelle scienze sociali, il caso più probabile è che gli scienziati sociali si affidino a passate teorie che hanno ancora largo seguito.
Sfortunatamente per loro, la vita sociale presenta, oltre ad alcuni aspetti di base che continuano nel tempo, anche una schiera di nuovi problemi che richiedono nuove soluzioni.
Talvolta queste soluzioni non sono così facilmente identificabili ma emergono attraverso la cosiddetta “logica controintuitiva” vale a dire per mezzo di idee e di pratiche contrarie a quello che indicherebbe la plausibilità e il senso comune.
Un simile approccio alla risoluzione di un problema può essere ricavato dalle scienze mediche quando l’immunizzazione da un virus si consegue non attraverso l’isolamento totale da esso ma inoculandolo in dosi minime (immunizzazione).
Un’altro serio svantaggio del plausibilismo consiste nel fatto che alcune soluzioni altamente plausibili proposte dagli scienziati sociali danno origine a “conseguenze inattese” che aggravano il problema invece di risolverlo. Ciò è abbastanza evidente, ad esempio, nel caso dei trasferimenti monetari per lo sviluppo che, assai spesso, lungi dal promuovere lo sviluppo, rendono la dipendenza dagli aiuti (e quindi il non-sviluppo) un fatto ancora più acuto e persistente.

Stereotipismo

Una volta introdotte e accettate, è alquanto raro che le spiegazioni e le soluzioni plausibili vengano messe in discussione anche in presenza di risultati scarsi o negativi. Esse diventano atteggiamenti profondamente consolidati e interiorizzati.
La loro messa in dubbio sarebbe come riconoscere che le premesse familiari su cui si basano queste spiegazioni e soluzioni potrebbero essere errate. Questo richiederebbe un cambiamento di paradigma che, per molti accademici, sarebbe un fatto troppo sconcertante, faticoso e doloroso da accettare.
Per questo motivo essi cercano in tutti i modi di mantenere in vita quelle premesse che, nel corso del tempo, diventano stereotipi (vale a dire immagini e categorie stantie) nell’armamentario teoretico e pratico degli scienziati sociali.
Questo armamentario si è riempito di concetti familiari (ad esempio, destra-sinistra, pubblico-privato, capitalismo-socialismo, ecc.) che molto spesso hanno perso il loro valore scientifico (cioè cognitivo) ma continuano ad essere utilizzati in maniera estesa e protratta.
L’uso ampio e ricorrente di tali termini li rende infatti ancora più familiari e popolari e blocca non solo qualsiasi discussione riguardo la loro validità attuale ma anche qualsiasi verifica sul fatto se il significato attribuito è lo stesso per persone diverse o se tali termini hanno ancora un qualche significato nel rappresentare realtà diverse.

“Se utilizzi frasi fatte, non solo non hai bisogno di scervellarti sulle parole, ma non devi neanche preoccuparti del ritmo della frase dal momento che essa generalmente si dispiega in modo da essere più o meno musicale all’orecchio.”
“Quando uno osserva un oratore forsennato su una pedana che ripete meccanicamente le frasi familiari - le atrocità bestiali, il tallone d’acciaio, la tirannia sanguinaria, i popoli liberi del mondo, stare uniti spalla a spalla - si ha spesso l’impressione curiosa di stare osservando non un essere umano vivente ma una sorta di manichino: una impressione che all’improvviso diventa più forte quando, in taluni momenti, la luce si riflette sulle lenti dell’oratore e le trasforma in dischi vuoti che sembrano non avere occhi dietro di esse.”
(George Orwell, Politics and the English Language, 1946)


Meccanicismo

Rappresentazioni e spiegazioni semplicistiche della realtà richiedono la formulazione di una causa semplice (preferibilmente unica) alla base della maggior parte dei fatti sociali.
Questo evita allo scienziato sociale di impegnarsi in quella che viene chiamata la ricerca sul campo che, in realtà, non è altro che l’effettuazione di una serie di osservazioni e sperimentazioni che dovrebbero costituire l’attività costante di ogni ricercatore, in qualsiasi progetto serio di ricerca.
Invece, la mente meccanica dello scienziato sociale, simile alla mente infantile, costruisce rapporti causali senza verificare in maniera appropriata se siamo o no in presenza di semplici correlazioni ricorrenti.
Un’altra premessa scontata della mente meccanica concerne l’accettazione indebita di una causa preponderante che determina inevitabilmente il risultato finale.
Per gli scienziati sociali sarebbe troppo faticoso concepire un sistema aperto e multiforme di cause ed effetti che agiscono le une sulle altre diventando ognuna di esse, a sua volta, causa ed effetto.
Riconoscere l’esistenza di una realtà così complessa sarebbe tragico per il ruolo e la funzione degli scienziati sociali. Infatti significherebbe ammettere che non esistono soluzioni meccaniche verticistiche, da attuare manovrando leve e bottoni secondo istruzioni dettagliate al fine di conseguire, infallibilmente, il risultato desiderato.

Economicismo

Il consiglio o l’assillo comune della mente meccanica allorché è alle prese con qualsiasi problema politico o sociale è di mettere sempre in primo piano le motivazioni economiche che si presume determinino, inevitabilmente e forzatamente, il comportamento di tutti gli agenti sociali.
Questo equivale a suggerire a qualsiasi investigatore sulla scena di qualsiasi tipo di crimine la pista classica del “cherchez la femme”.
La spiegazione economica dei fatti sociali che caratterizza molti scienziati sociali come un riflesso condizionato, è erroneamente ritenuta come facente parte della interpretazione marxiana della storia, ma è, in realtà, solo un grossolano travisamento delle sue idee. Per Marx la forza materiale che modella le relazioni sociali nel corso della storia è la tecnologia e non l’economia o l’avidità di possesso economico.
L’interpretazione e la spiegazione di qualsiasi evento storico in termini di forze economiche o di calcolo economico riduce tutto e tutti al livello di bottegai o di macchinette calcolatrici.
È vero che le capacità intellettuali di molti protagonisti della storia (politici, generali, alti burocrati, ecc) non sono superiori a quelle di un ottuso commesso o di un cassiere avido ma questo non significa che le loro decisioni siano basate solo su una stretta razionalità economica fatta di entrate e uscite. Miti ideologici, fedi religiose, considerazioni di potere e di prestigio, desiderio di avventura e paura del rischio, queste sono motivazioni più probabili che non il calcolo economico, i cui dati non sono spesso sicuri o sono addirittura non disponibili nella fase iniziale di presa di decisioni.
Ciò nondimeno, essendo la spiegazione economica la più semplice e la più comprensibile in un mondo che si ritiene caratterizzato da scarsità fino alla Rivoluzione Industriale, essa è la prima e la più corrente anche se non è sostenuta dai fatti (come nel caso di molte decisioni politiche riguardanti le guerre e le avventure imperialistiche degli stati).
Ma questo è un inconveniente minore, considerando che l’aderire ai fatti non rappresenta un punto di forza di molte spiegazioni teoriche sostenute dagli scienziati sociali.

Dialetticismo

L’uso del dialetticismo da parte di molti scienziati sociali poterebbe apparire come un antidoto al meccanicismo.
Il fatto è che la dialettica adottata non è quella Socratica per mezzo della quale si cerca di pervenire alla verità attraverso un esame attento e un dibattito tra le diverse posizioni. È invece la dialettica Hegeliana della tesi-antitesi-sintesi impiegata nella maniera più banale e artificiale.
Nel passaggio da Socrate a Hegel, il dialogo aperto e franco come strumento per la ricerca della verità è stato sostituito da polarizzazioni dogmatiche chiuse e tendenti, in definitiva, alla imposizione di una veduta preconcetta.
Inoltre, la dialettica è stata utilizzata per trasmettere ogni sorta di acrobazie pseudo-intellettuali (e cioè, pure e semplici assurdità).
Ne sono esempio le affermazioni che la concorrenza genera i monopoli (e quindi la concorrenza è stata limitata o persino eliminata e i monopoli nazionali sono sorti prontamente) o che la concentrazione di tutto il potere nelle mani dei governanti statali rappresenta il passaggio necessario verso l’emancipazione universale, suggerendo quindi, implicitamente, che dall’asservimento totale dovrebbe sorgere la liberazione per tutti.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la logica controintuitiva. In termini dialettici è definita come la negazione della negazione ma dovrebbe essere qualificata più volgarmente come la balla delle balle.

“A nostro giudizio, il ‘metodo dialettico’ è o un guazzabuglio di banalità, una forma di doppiosenso, un oscurantismo pieno di pretese, - o un insieme dei tre.”
(Charles Wright Mills, The Marxists, 1962)


Sensazionalismo

Il grigio mondo degli scienziati sociali fatto di banalità e di stereotipi è anche arricchito di sensazionalismo, generalmente sotto forma di teorie del complotto o della sindrome del “c’è sotto qualcosa”.
Il sensazionalismo è più opera di giornalisti che di accademici ma, di tanto in tanto, appaiono saggi con titoli sensazionalistici (come “La fine della storia” o “Lo scontro delle civiltà) che sono presentati come contributi storici sensazionali intesi a provocare sensazione.
Inoltre, alcuni scienziati sociali sostengono, apertamente o implicitamente, la convinzione, promossa e rafforzata da dalla stampa popolare e dalla TV, che noi tutti siamo dominati da poteri quasi invincibili molto più grandi di noi (le imprese multinazionali, i servizi segreti, ecc) che fanno e disfanno le nostre vite secondo i loro piani, il tutto sotto un velo di segretezza.
Il sensazionalismo è un modo di spiegare i fatti che si basa e produce un insieme miserevole di atteggiamenti (auto)protettivi e (auto)giustificativi. Il risultato generale del sensazionalismo è di:

- abbassare e sminuire l’essere umano, compatendolo o trattandolo con condiscendenza;
- innalzare e ingrandire l’immagine del potere, attribuendogli una forza e delle capacità, positive o negative, che esso non ha.

Questa convinzione popolare è molto tenace. Essa sopravvive imperturbata nonostante il verificarsi di molti casi contrari quali l’attacco e il ridimensionamento da parte di attivisti sociali di organizzazioni internazionali (vedi l’Organizzazione Mondiale del Commercio) e di imprese multinazionali (vedi McDonald’s); oppure il crollo del Muro di Berlino e lo sbriciolamento dell’impero sovietico ritenuto estremamente potente.
Questi sono tutti fatti storici che gli scienziati sociali sensazionalisti avrebbero dovuto prevedere se fossero meno preoccupati nel confermare i loro preconcetti a sostegno dei poteri correnti e più intenti a osservare, con mente attenta e critica, quello che sta avvenendo realmente attorno a loro.

Ipostaticismo

Il pasticcio più dannoso, e ciò nondimeno il più comune, commesso dagli scienziati sociali è quello della ipostatizzazione, vale a dire l’attribuzione di concretezza e personalità ad astrazioni concettuali.
Questo mostra quanto gli scienziati sociali contemporanei siano ancora influenzati dall’animismo tribale e dalla credenza nella transustanziazione che potrebbero essere giustificati o accettati nell’ambito della fede nel soprannaturale. ma non nell’area della ricerca scientifica, altrimenti ne deriverebbe ogni sorta di conseguenze svianti ed assurde.

“Il nemico peggiore della lucidità di pensiero è la propensione a ipostatizzare, vale a dire attribuire sostanza o esistenza reale a costrutti o concetti mentali.”
“La ipostatizzazione non à solamente una fallacia epistemologica e non porta solo ad errori nella ricerca della conoscenza. Nelle cosiddette scienze sociali molto spesso è utilizzata per realizzare obiettivi politici ben precisi, pretendendo per il collettivo una dignità superiore a quella dell’individuo o persino assegnando una realtà fisica solo al collettivo e negando l’esistenza dell’individuo, definito una semplice astrazione.”
(Ludwig von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science, 1962)


Trattare i costrutti mentali come se fossero entità reali e materiali è una fallacia che è talmente radicata e diffusa in qualsiasi discorso sociale che non ce ne rendiamo più nemmeno conto.
Infatti, noi perpetuiamo e diffondiamo questa fallacia utilizzandola in maniera continua nelle nostre conversazioni di ogni giorno, in quanto questo è il modo in cui siamo stati formati a scuola fin dalla più tenera età. Parliamo della Francia e dell’Italia come se fossero persone reali, facciamo riferimento alla società come se esistesse sopra e al di là delle relazioni fra individui e abbiamo creato la categoria dell’interesse pubblico come se qualcosa di tal sorta potesse essere concepibile di per sé, totalmente diverso o persino contrario all’interesse di ciascuno e di tutti presi individualmente.
Il problema non risiede nel fatto di usare (in maniera consapevole e appropriata) concetti astratti come generalizzazioni di realtà empiriche o come simboli di stati d’animo, ma nel credere nell’esistenza di entità mitiche dotate di una personalità propria e di una autonoma volontà di agire (la nazione interverrà, il mercato è avido, la città è crudele, ecc.).

“Ecco le prime parole del preambolo [della Costituzione Francese del 1848]
« La Francia si è costituita in Repubblica per ... chiamare tutti i cittadini verso un livello sempre più elevato di moralità, saggezza e benessere. »
Così, è la Francia o l'astrazione, che richiama i Francesi o le realtà della vita alla moralità, al benessere, ecc. Non significa questo sprofondare in quella bizzarra illusione che ci porta ad aspettare tutto da una energia che non è la nostra? Non significa forse dare ad intendere che esiste, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può riversare su di loro la sua beneficenza? Non significa forse supporre, e di certo in maniera del tutto gratuita, che vi sia tra la Francia e i Francesi, tra la semplice denominazione condensata ed astratta di tutte le individualità e queste stesse individualità, rapporti simili a quelli che esistono tra il padre e il figlio, del tutore e del pupillo, dell'insegnante e dello scolaro?”
(Frédéric Bastiat, Lo stato, 1848)


“Noi confondiamo continuamente l’etichetta con l’oggetto, e così assegniamo un valore spurio ad un termine, come se fosse qualcosa di vivo e attivo, in maniera autonoma. Quando questa tendenza a generare identità si allarga dai cani a più elevate astrazioni come ‘la libertà’ ‘la giustizia’ ‘l’eterno’, dando ad esse il valore di entità concrete, quasi nessuno capisce quello a cui tutti gli altri alludono. Se siamo consapevoli di operare astrazioni, non c’è nessun problema, in quanto possiamo maneggiare questi termini elevati come fa un domatore esperto nei confronti di un leone. Se non siamo consapevoli di ciò, è molto probabile che cadremo in una serie di difficoltà.”
(Stuart Chase, The Tyranny of Words, 1938)


I miti capitali della dottrina sociale (^)

L’essere umano è un fertile creatore di miti, soprattutto quando non è in grado di offrire una spiegazione razionale al verificarsi di un fenomeno.
Questa è, in realtà, una strategia interessante e astuta in quanto elimina incertezze e dubbi che potrebbero ingenerare ansietà.
Questa strategia è stata impiegata in passato nella spiegazione di fenomeni fisici, attribuendo agli Dei o a qualche entità misteriosa il potere di generare accadimenti. Essa ha funzionato fino a quando gli esseri umani sono stati capaci, attraverso l’osservazione e la sperimentazione, a fornire risposte sempre più accurate e efficaci ad un numero crescente di eventi terreni.
Ad ogni modo, vi è una zona di conoscenze in cui le credenze che non hanno fondamento su fatti, persistono e abbondano tuttora.
Questa zona è la riserva di caccia delle cosiddette scienze sociali in cui gli scienziati sociali sono restii o incapaci di affrontare la realtà e quindi si rifugiano in miti sorti nel corso del tempo e che essi trasmettono alle generazioni future.
Cerchiamo di esaminare alcuni dei miti più comuni.

Epopee

Nel preparare e consolidare la formazione dello stato moderno, le persone (i governanti e i loro soggetti) hanno prodotto saghe, vale a dire narrazioni fantastiche concernenti le loro lotte per l’indipendenza e l’emancipazione.
A questo scopo, i fatti sono stati abbelliti e gli obiettivi sono stati presentati in modo tale che l’instaurazione di ogni stato nazionale apparisse come un episodio non solo della liberazione del popolo da un potere straniero ma anche come un aspetto della emancipazione dell’intera razza umana.
Abbiamo quindi il mito Americano dei padri fondatori della nazione, coloro che scrissero la Dichiarazione di Indipendenza (1776) in cui si afferma solennemente che “tutti gli uomini sono creati uguali … dotati di alcuni Diritti inalienabili, … tra i quali la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.” Mentre queste affermazioni venivano espresse, l’uomo che contribuì maggiormente alla redazione del documento, Thomas Jefferson, era il fiero padrone di 5000 schiavi nella sua tenuta di Monticello in Virginia.
Per quanto riguarda la libertà di parola, di commercio e altro, non passarono molti anni prima che il nuovo stato federale intervenisse con costrizioni e vincoli nei confronti degli individui.
Già nel 1798 il Congresso aveva introdotto le “leggi contro le sedizioni” che condannavano come un crimine qualsiasi discorso o scritto contro il Governo, il Congresso o il Presidente.
Nel 1821 un Rapporto del Congresso già si pronunciava a favore della introduzione di tariffe per proteggere gli industriali; e, a partire da allora, pur con cambiamenti e ripensamenti, notevoli barriere doganali sono state innalzate nella mitica terra del libero commercio.
Altre pratiche che, ad un occhio critico, avrebbero dovuto scuotere profondamente da tempo il caro mito della Rivoluzione Americana sono:

- l’introduzione, all’interno del paese, del sistema delle prebende (“spoils system”), che significa che i rappresentanti eletti a cariche statali si ritengono in diritto di appropriarsi di ampie quote di risorse della comunità per loro e per i loro associati e sostenitori;

- l’assunzione, verso l’esterno, di un atteggiamento imperialistico non appena la ex-colonia cessò di essere un cucciolo politico diventando un mastino sulla scena mondiale.

Nonostante questi e altri avvenimenti, inconsistenti con il messaggio originale, la mitologia di un Nuovo Mondo fatto di Libertà e di Felicità è ancora, per certi aspetti, nella mente di molte persone, debitamente coltivata da ogni successiva generazione di americani.

Lo stesso si può affermare per quanto riguarda il mito della Rivoluzione Francese. Essa è raffigurata come la rivoluzione che ha posto fine al feudalesimo e ha avviato il mondo nell’era contemporanea dominata dall’illuminismo e dal razionalismo.
In realtà, dopo alcuni mesi di lotta e di fervore rivoluzionari, la Rivoluzione Francese si trasformò in uno scontro per il potere statale tra vari gruppi illiberali al cui confronto l’assolutismo del re Luigi XVI può essere considerato come un paternalismo molle e di scarso effetto.
La Rivoluzione Francese, al di là di ciò che affermano gli storici di orientamento statale, non segna il passaggio dal feudalesimo alla società borghese ma la trasformazione del feudalesimo in statismo, che non è altro che un feudalesimo centralizzato e organizzato burocraticamente su più larga scala, sotto le insegna del "dispotismo della libertà".

“Il moderno radicale è un Giacobino rabbioso, centralista e statalista.”
(Piotr Kropotkin, Lo Stato. Il suo ruolo storico, 1897)


Un’altra saga potente è stata quella della Rivoluzione Russa, la cosiddetta rivoluzione socialista che doveva costruire l’Uomo Nuovo e la Nuova Società, mettendo fine a qualsiasi sfruttamento e ineguaglianza. Nulla di tutto ciò ha mai iniziato a materializzarsi in Russia dopo la Rivoluzione.
Eppure giornalisti amanti dell’avventura (come John Reed) e una schiera di intellettuali e di agitatori da salotto, si sono impegnati a diffondere il mito della Rivoluzione Proletaria e dei suoi profeti.
Va da sé che, fin dall’inizio, il mito non aveva alcun fondamento teorico nel marxismo né rifletteva quello che avveniva nella realtà.
Per quanto riguarda i suoi profeti e capi, Lenin, Trotsky, Stalin e i suoi successori, essi erano molto più autoritari e efficaci nelle loro attività omicide (più di 60 milioni di persone uccise sotto il regime comunista in Unione Sovietica durante il periodo 1917-1987) che non il debole zar Nicola II o qualsiasi autocrate del passato, incluso Ivan il terribile.

Potremmo continuare con altri miti relativi alle lotte per la libertà e l’indipendenza che hanno portato alla instaurazione dei nuovi stati, e scopriremmo lo stesso modello: ben presto la lotta perse qualsiasi motivazione idealistica per l’emancipazione dell’individuo e divenne uno scontro ordinario per il potere statale, con milioni di morti (ad esempio, tra 65 e 70 milioni di persone uccise sotto il compagno Mao nella Cina a regime comunista).
Nonostante ciò, grazie agli scritti degli storici nazionali e di altri scienziati sociali schierati con il nuovo potere, la lotta, nonostante tutti questi sviamenti e atrocità, ha continuato ad essere celebrata come un esempio luminoso del genio di un popolo alla ricerca della libertà e del progresso.

Eroi

Oltre alle epopee prodotte e promosse dagli scienziati sociali nazionali, sono stati creati anche eroi nazionali o interi gruppi sociali sono diventati eroi dotati di qualità sovrumane e a cui sono tuttora attribuite o assegnate missioni di progresso.
In riferimento agli eroi nazionali, è appropriato rimarcare il fatto che essi sono considerati eroi solo perché la loro parte ha prevalso; a motivo di ciò, le loro azioni violente sono state celebrate invece di essere condannate. Se gli esiti fossero stati diversi essi sarebbero stati dimenticati o addirittura esecrati.
Infatti, la persona che uno schieramento considera un martire o un combattente per la libertà è vista dall’altra parte, con tutta probabilità, come un agitatore pericoloso o addirittura un terrorista.
Nel corso del XX secolo, specialmente sotto l’influsso di Marx, molti scienziati sociali (storici, sociologi, ecc.) sono stati inclini ad attribuire le qualità di eroi a interi gruppi considerati come classi sociali omogenee (la borghesia, il proletariato).

Ad esempio, secondo Marx ed Engels, la borghesia è stata una classe prodigiosa che ha “prodotto meraviglie che superano di gran lunga le piramidi Egiziane, gli acquedotti Romani e le cattedrali Gotiche.” (Karl Marx-Friedrich Engels, Il Manifesto dei Comunisti 1848).
Nella loro concezione, questa classe straordinaria sarebbe stata soppiantata da un’altra classe, il proletariato, destinata ad una missione ancora più elevata e a realizzazioni ancora più grandiose.
Comunque, se rimaniamo ai fatti storici, scopriamo che, già nel Medio Evo, la borghesia (vale a dire la classe produttiva che viveva nei borghi cittadini) aveva cessato di essere questa classe meravigliosa e progressista ed era preoccupata soprattutto ad introdurre restrizioni alla libertà di produzione (ad es. limitando l’apertura di nuove botteghe) e al commercio (ad es. controllando l’accesso di beni dal contado).
Se facciamo riferimento al ruolo progressista che la borghesia industriale (la classe economicamente produttiva), a detta di molti storici, avrebbe svolto nell’ambito della Rivoluzione Francese, è sufficiente affermare che la maggior parte dei membri del Terzo stato (578 in totale) erano proprietari terrieri che esercitavano alcune cariche pubbliche o individui appartenenti alle professioni liberali (di cui 180 erano avvocati). Persino Robespierre, il cui nome per esteso è Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, tradisce la sua origine dalla piccola nobiltà di Arras e, con la sua professione di avvocato, fa comprendere l'origine del suo orientamento legalista e formalista.
Questi sono stati i veri protagonisti e beneficiari della rivoluzione, non una rivoluzione della borghesia ma della burocrazia guidata da avvocati e esperti in arti giuridiche. Sono questi colo che hanno scalato la vetta del potere del nuovo stato come governanti e alti burocrati al centro (Parigi) e alla periferia (nei Dipartimenti).

La borghesia non ha messo in moto nemmeno la Rivoluzione Industriale a meno di non includere sotto la qualifica di borghesi persone e inventori di ogni estrazione sociale quali il barbiere Arkwright (utilizzo del telaio ad acqua nell’industria cotoniera), l’orologiaio Watt (invenzione della macchina a vapore) e una schiera di lavoratori nelle campagne che hanno contribuito con la loro volontà e creatività a impiantare molti laboratori industriali e ad introdurre molti miglioramenti meccanici.
Un ruolo importante lo svolsero anche i grandi proprietari terrieri che introdussero nelle loro tenute ogni sorta di innovazioni tecnologiche e contribuirono, con l’incremento della produzione agricola, a quella Rivoluzione Agraria che precede e stimola la Rivoluzione Industriale. E, alla fine ma non meno importanti vi sono gli artigiani e i piccoli proprietari terrieri che, nel corso del tempo, diventeranno la massa degli imprenditori e produttori industriali in Inghilterra.
In breve, in ogni caso troviamo persone reali prese da ogni condizione sociale, senza che vi sia una traccia sostanziale di un mitico gruppo o di una mitica classe.

Una argomentazione simile può essere avanzata anche per quanto concerne il proletariato, poderosa invenzione soprattutto della fertile mente di Marx e del suo amico imprenditore Engels.
Fare piazza pulita del concetto di proletariato non significa certo cancellare l’esistenza di milioni di lavoratori industriali ma solo sottolineare il fatto che, utilizzando quel concetto, accettiamo di porre sotto la stessa insegna individui con un retroterra culturale differente, che hanno avuto esperienze personali differenti e che, con tutta probabilità, seguiranno percorsi esistenziali differenti (ad es. rimanendo sempre nella stessa posizione lavorativa o emergendo come tecnici specializzati o anche diventando piccoli e grandi imprenditori).
Infatti, è accaduto che molti che sarebbero stati i migliori rappresentanti del proletariato (se fosse esistito come classe) ne sono ben presto usciti per diventare scienziati (Faraday), scrittori (D. H. Lawrence), industriali e banchieri (Carnegie), insomma tutto tranne che proletari.
Inoltre, molti di coloro che sono rimasti all’interno del cosiddetto proletariato (e cioè i lavoratori manuali dell’industria) sono diventati sempre più preoccupati nel bloccare qualsiasi miglioramento tecnologico che potesse compromettere la loro posizione economica (anche se poteva migliorare la condizione di altri) piuttosto che adempiere alla loro presunta missione rivoluzionaria di progresso

“Il sindacato operaio Americano è più l’espressione corporative della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto ‘progressivo’.”
(Antonio Gramsci, Americanismo e Fordismo, 1929-1935)


Per queste ragioni è difficile accettare, come valido strumento cognitivo, l'idea che esista una classe omogenea chiamata proletariato. Inoltre non è per nulla saggio, dal punto di vista dell'individuo, assegnare a una qualsiasi categoria o classe indistinta di produttori la missione di trasformare per il meglio la società e quindi anche noi stessi. Infine, è un errore storico conferire questo compito ad un gruppo di persone molte delle quali sono addirittura in ansia riguardo alla trasformazione dei processi lavorativi per paura di perdere il posto di lavoro o di essere retrocessi nella loro professione, sostituiti da una macchina o da metodi produttivi più avanzati.
Questo errore di dimensioni colossali potrebbe essere anche un inganno voluto e utile, considerando che la maggior parte dei sostenitori del proletariato non erano essi stessi proletari ma hanno continuato a usare il concetto, che li faceva apparire socialmente progressisti, soprattutto per realizzare le loro aspirazioni di potere e di prestigio politici.

Santi

Oltre ad eroi inventati abbiamo anche santi inventati.
I santi sono coloro che non commettono mai alcun male, soffrono privazioni e ingiustizie non per colpa loro e quindi il loro comportamento non può essere sottoposto a serio scrutinio o addirittura criticato perché ciò equivarrebbe ad assumere un atteggiamento cinico o del tutto blasfemo. Nel cuore e nella mente degli scienziati sociali, che hanno preso il posto dei religiosi come nuova voce morale, i diseredati e gli emarginati sono diventati i nuovi santi, per i quali essi sentono l’obbligo di agire da patrocinatori e da portavoce.
I diseredati sono soprattutto coloro che vivono nei paesi sottosviluppati, chiamati in blocco e per semplicità, il Terzo Mondo.
Gli emarginati sono soprattutto coloro che vivono nei paesi sviluppati, e sono quanti non hanno avuto fortuna nel lavoro e nella vita, sono scarsamente istruiti, spesso disoccupati e a carico dell’assistenza pubblica.
Il fatto che gli scienziati sociali si pongano, per lo più, dalla parte degli individui più deboli delle società mondiali non è certo qualcosa di criticabile, nemmeno da un punto di vista scientifico. La scienza è l’attività volta alla identificazione e risoluzione di problemi e l’esistenza di persone che vivono in ambienti sociali disastrosi o che sono soggette a condizioni di vita disumane dovrebbe di certo attrarre l’interesse e provocare l’intervento degli scienziati sociali. Ma il modo in cui ciò è fatto attualmente manca completamente di rigore scientifico.

I popoli del Terzo Mondo, ad esempio, sono trattati come una massa omogenea, senza che vi sia una chiara distinzione tra condizioni e culture, e tra governanti e governati. Si assume che tutti costoro siano stati, per un certo tempo in passato, sfruttati e espropriati delle loro risorse da parte del Primo Mondo (l’Europa). Questa è presentata come la ragione principale della ricchezza del Nord e della povertà del Sud del mondo.
Questa raffigurazione non lascia trapelare nemmeno un accenno di analisi critica e di possibile spiegazione sul perché talune popolazioni abbiano permesso di essere conquistate e assoggettate così facilmente. Per quanto riguarda poi il legame causale tra la ricchezza del Nord e la povertà del Sud, si tace del tutto sul fatto che alcune delle più prospere popolazioni d’Europa o non ebbero mai colonie (ad es. gli Svizzeri, i popoli scandinavi) o le persero ben presto (ad es. i Tedeschi).
Lo stesso approccio falsamente puro ma del tutto disonesto si applica al periodo, abbastanza lungo, che ha fatto seguito all’indipendenza quando la corruzione statale interna ha sostituito l’imposizione statale esterna.

“Chiaramente non è stato il dominio degli europei che ha generato povertà, arretratezza tecnologica, sovrappopolazione o consuetudini dispotiche in Asia e in Africa. Piuttosto, è la precedente esistenza di queste caratteristiche che ha reso possibile il potere degli europei in quei paesi; e non è la partenza degli europei, dopo un periodo così breve di dominazione, che cambierà la natura di quei territori, trasformerà la loro povertà in ricchezza, o creerà all’improvviso la probità nei giudici, la moderazione e lo spirito di servizio negli uomini di governo, o l’onestà negli impiegati statali.”
(Elie Kedourie, Nationalism, 1960)


L’assenza di analisi critica ha portato e ancora porta molti scienziati sociali, soprattutto economisti, ad avanzare proposte assurde per la promozione di una dinamica di sviluppo, e cioè l’aiuto economico dall’esterno e la pianificazione statale all’interno, come se lo sviluppo potesse mai essere un problema di sponsorizzazioni esterne e di alchimia statale.
Queste proposte senza senso degli scienziati sociali contemporanei sono sullo stesso piano di alcune vedute idiote avanzate da precedenti scienziati sociali, vale a dire:

- che l’imperialismo era determinato soprattutto, se non esclusivamente, da ragioni economiche; in realtà molti finanzieri hanno perso denaro nelle colonie ma ad essi fu chiesto dai politici di investire nei nuovi territori in nome di un fantomatico interesse nazionale.

- che i capitalisti industriali stavano facendo enormi profitti esportando capitali e sfruttando la manodopera locale; in realtà praticamente quasi nessuno di essi installò industrie nelle colonie eccetto quando si trattava di estrarre localmente prodotti minerari.

- che la spinta imperialistica dei capitalisti era motivata dalla ricerca di nuovi mercati; in realtà il potere di acquisto delle popolazioni locali era praticamente nullo;

- che i guadagni ottenuti da termini di scambio ineguali sono stati favolosi; in realtà il commercio tra il Primo e il Terzo Mondo è stato quasi inesistente o del tutto trascurabile, ed è ancor oggi relativamente ridotto.

“Nella realtà dei fatti, i finanzieri francesi furono spinti a investire in Marocco nonostante fossero estremamente contrari a ciò, in modo da preparare la strada al controllo politico dello stato francese. Essi sapevano che avrebbero perso i loro soldi, e così avvenne puntualmente. Ma il Marocco divenne un protettorato francese.”
“… vi era scarsa coincidenza tra le zone in cui i capitalisti effettuavano i loro investimenti e i territori annessi politicamente.”
“Il metro di misura [degli imperialisti] era il Potere, non il Profitto. Quando essi litigavano sopra un’area dell’Africa tropicale o si agitavano per una concessione ferroviaria in Cina, il loro scopo era quello di rafforzare i rispettivi imperi, non di beneficiare i finanzieri della City di Londra o della Borsa di Parigi. Hobson ha mostrato che l’imperialismo non ha arricchito la nazione. Dopo una esperienza più lunga, possiamo addirittura dire che non arricchisce nemmeno gli investitori.”
(A. J. P. Taylor, Economic Imperialism, 1952)


"… sembrerebbe che le nazioni tuttora obbediscano alle loro passioni molto più facilmente che ai loro interessi. I loro interessi servono, tutt'al più, come razionalizzazioni per le loro passioni; esse mettono in primo piano i loro interessi in modo da giustificare razionalmente il soddisfacimento delle loro passioni."
(Sigmund Freud, Thoughts for the Times on War and Death, 1915)


Ma adesso stiamo arrivando alla resa dei conti perché molti scienziati sociali che vivono in maniera confortevole nell’Occidente cosiddetto civilizzato, in presenza di una liberalizzazione economica e di una conseguente crescita del commercio mondiale in cui i popoli del Terzo Mondo incominciano a prender parte, accusano quei produttori di dumping economico e chiedono la protezione dello stato e l’introduzione di barriere commerciali.
I poveri non sono più i santi una volta che essi incominciano a fuoriuscire dalla loro condizione di povertà sussidiata e di attesa passiva di una ciotola di riso o di un assegno dai ricchi o dall’ufficio di assistenza sociale.
Tutto ciò rivela l’atteggiamento sostanzialmente disonesto di molti scienziati sociali che si dichiarano avvocati e sostenitori dei diseredati e degli emarginati fino a quando essi rimangono al loro posto, e cioè diseredati ed emarginati.
Il comportamento degli scienziati sociali verso queste persone è dunque fatto di un paternalismo disgustoso. Ha funzionato finora con risultati devastanti in termini morali in quanto, sfortunatamente, è riuscito a mantenere molti dei presunti “santi” in una condizione di debolezza, da perfetti idioti che chiedono e aspettano continuamente aiuto e assistenza.
Ma le cose stanno cambiando e la prospettiva che i “santi” possano un giorno, molto presto, emanciparsi è una prospettiva buia per molti economisti che lavorano nel Terzo Mondo, per molti assistenti sociali che operano nel Primo Mondo e per tutti gli scienziati sociali che hanno costruito le loro fortune discettando e scrivendo libri sui diseredati e sugli emarginati.

Demoni

Gli scienziati sociali, mentre innalzano alcuni gruppi alla posizione di santi (i buoni) relegano altri nella posizione di demoni (i cattivi). Il fatto che noi tutti potremmo essere buoni e cattivi in circostanze e ruoli differenti, non è nemmeno preso in considerazione dalla mente meccanica e stupidamente semplificatrice della maggior parte degli scienziati sociali.
Data l’importanza da essi attribuita al fattore economico e considerando che gli scienziati sociali sono essenzialmente degli intellettuali con una cultura nazionale e un pubblico nazionale, è abbastanza semplice supporre quali siano i malfattori, cioè i demoni a cui si attribuiscono tutte le malefatte.
Possiamo collocare i demoni in due gruppi:

- Le persone attive. In tale categoria poniamo tutti gli imprenditori/innovatori, specialmente coloro che, avendo avuto successo, hanno raggiunto una posizione di considerevole ricchezza, pur senza godere di favoritismi politici e di protezionismo economico. Sembra che vi sia un atteggiamento quasi congenito degli scienziati sociali, specialmente di coloro che svolgono il ruolo di insegnanti, nell'essere invidiosi di coloro che riescono in attività pratiche di natura economica mostrando una forza di resistenza non comune e la capacità di assumere rischi che qualsiasi persona che preferisce parlare piuttosto che agire troverebbe insostenibile. A questi intellettuali invidiosi si applica molto appropriatamente la notazione sarcastica di Bernard Shaw: “Colui che è capace fa, colui che non è capace insegna (Maxims for Revolutionists, 1903). A questo rilievo potremmo aggiungere che l’insegnamento di coloro che non sono capaci di fare contiene, molto spesso, larghe dosi di disprezzo e di superiorità nei confronti di coloro che sanno fare. In cima alla lista delle persone e dei gruppi attivi visti come demoni troviamo le multinazionali. Agli occhi degli intellettuali nazionali esse assommano la volgarità dei loro scopi, il profitto economico, con il peccato originale di essere straniere, cioè non radicate nella nazione. Le multinazionali sembrano avere, in un certo qual modo, preso il ruolo di oggetto di disprezzo che era un tempo riservato agli Ebrei come entità cosmopolite che non avevano un loro posto fisso nel mondo perfettamente integrato delle società di massa dominate dagli stati nazionali.

- Le persone diverse. Dopo la tragedia dell’Olocausto e la formazione dello stato di Israele dove molti Ebrei hanno trovato rifugio, è diventato inaccettabile, almeno in Occidente, raffigurare gli Ebrei come demoni. L’attenzione si è spostata verso altre categorie considerate come estranee alla cosiddetta società occidentale. Durante il periodo della Guerra Fredda i demoni erano i comunisti o i capitalisti, secondo il potere statale a cui gli intellettuali prestavano obbedienza. Molti intellettuali hanno costruito le loro fortune proclamando la loro sudditanza all’uno o all’altro campo, fino a quando i cosiddetti stati comunisti sono scomparsi. In tempi recenti gli intellettuali hanno rimpiazzato la Guerra Fredda con lo Scontro delle Civiltà e hanno inventato nuovi demoni aventi le sembianze del mondo Musulmano, assegnando la stessa etichetta e le stesse vedute a più di un miliardo di persone. Questo è l’ennesimo esempio della totale grossolanità e disonestà intellettuale degli scienziati sociali nell’utilizzare categorie fuorvianti.

Il diffondere la convinzione dell’esistenza di demoni assolve per lo stato la stessa funzione che tale stratagemma compì quando la Chiesa era il potere supremo: instillare paura per ottenere sottomissione. Le parole minacciose della gerarchia ecclesiastica: “Extra Ecclesiam Nulla Salus” [Fuori della Chiesa non vi è Salvezza], sono diventate, secondo l’insegnamento degli scienziati sociali dell’età dello statismo: “Fuori dello Stato non vi è Sicurezza.”

Dogmi

La Rivoluzione Francese ha innalzato sulle proprie bandiere il motto Liberté - Egalité - Fraternité che è stato assunto, almeno in linea di principio, come valore guida della vita sociale da parte di molte persone civilizzate.
Nel corso del tempo e in diretta relazione all’accesso sempre più ampio a posizioni di potere statale da parte di nuove figure sociali quali avvocati e intellettuali, quel motto sembra essere stato sostituito da uno nuovo basato sui principi di Unité - Identité - Securité.
Questi principi sono diventati i nuovi dogma degli intellettuali di successo, prontamente diffusi da giornalisti in cerca di popolarità e accettati senza obiezioni dall’uomo-massa.
Esaminiamo brevemente il contenuto di questi nuovi dogmi.

Unità = la perpetuazione dello status quo = il branco compatto
Una delle paure maggiori degli scienziati sociali è la rottura dell’unità nazionale. La Balcanizzazione è una parola relativamente abbastanza recente inventata dagli storici con lo scopo di suscitare ansie e timori per un futuro incerto e ostile in cui la geografia politica del mondo è caratterizzata dall’esistenza di molte piccole unità. Per gli scienziati sociali più ambiziosi questo rappresenterebbe la fine di grandi progetti, grandi piani e soprattutto grandi occasioni di impiego e di guadagno.
L’unità è favorita dagli scienziati sociali anche perché richiederebbe il loro intervento ben retribuito per l’integrazione (cioè, manipolazione) delle minoranze nel mare magnum del pensiero e del comportamento convenzionale (cioè, di stampo nazionale).
Il dogma dell’Unità, di cui continuano a farne le spese tutte le minoranze, porta quindi al secondo dogma.

Identità = la conformazione allo status quo = il branco omogeneo
Come già precedentemente sottolineato, gli scienziati sociali sono molto legati alla parola “identità” che ha sostituito del tutto il termine personalità. Secondo il Vocabolario Zingarelli (undicesima edizione, 1983) il primo significato della parola identità è (1) “Uguaglianza completa e assoluta. Sinonimo: coincidenza. Contrario: Differenza, Diversità.” L’attribuzione ad individui del termine identità da parte degli scienziati sociali rivela la loro concezione dell’essere umano come un fenomeno puramente di massa (un oggetto fatto in serie o un dato statistico) che rimane lo stesso nel corso della vita, dopo il periodo iniziale di indottrinamento nella scuola di stato. Il trasformarsi e il differenziarsi potrebbe portare alla introduzione di elementi di incertezza e di rischio che potrebbero compromettere il conseguimento del terzo dogma.

Sicurezza = la salvaguardia dello status quo = il branco protetto
Per l’idiota di massa plasmato dalle idee e dalle vedute degli scienziati sociali di massa, una condizione di sicurezza è ritenuta un fattore di importanza straordinaria. Non stiamo certo qui sottovalutando il valore della sicurezza ma solo sottolineando il fatto che essa non dovrebbe essere perseguita in opposizione ad altri valori (libertà, giustizia, vivibilità, ecc.). Inoltre, quello che è assolutamente bizzarro se non assurdo in questa ricerca di sicurezza è il fatto che, secondo le concezioni propagate dagli scienziati politici e sociali, essa dovrebbe giungere al di fuori del controllo del singolo individuo e soprattutto da una organizzazione che ha operato, più di ogni altra nel corso della storia, nel compromettere proprio la sicurezza e nel distruggere la vita e le risorse di milioni di persone. Per coloro che, manipolati dalle sirene degli scienziati sociali, non avessero ancora afferrato a quale organizzazione ci stiamo riferendo è necessario chiamarla per nome: lo stato.

“Dal punto di vista della psiche il compito che ogni persona può e deve assolvere per sé non è quello di sentirsi sicura, ma quello di essere capace di padroneggiare l’insicurezza senza panico o paura fuori posto.”
“La vita, nei suoi aspetti intellettuali e spirituali, è necessariamente insicura e incerta. L’unica certezza è che siamo nati e che un giorno moriremo.”
“La persona libera è necessariamente insicura; l’essere pensante è necessariamente incerto.”
(Erich Fromm, The Sane Society, 1956)


Sospetti

Prima del consolidamento dello stato nazionale centralizzato, che ficca il naso dappertutto e ha le mani in ogni tasca, esistevano numerose associazioni e gruppi di mutuo soccorso che formavano quella che si usa chiamare la società civile.
Lo stato è riuscito ad eliminare molte di quelle organizzazioni, assumendone il ruolo e la funzione. Adesso vi è soltanto da una parte l’individuo atomizzato e omogeneizzato e, dall’altra, lo stato con il suo potere. L’uguaglianza assai celebrata dagli scienziati sociali contemporanei non è altro che l’uguale debolezza e vulnerabilità dell’uomo comune di fronte allo stato.
Questa condizione generalizzata di impotenza personale rappresenta un terreno fertile per ogni sorta di diffidenze degli individui nei confronti l’uno dell’altro.
Il detto “homo homini lupus” è diventato, dunque, se non una realtà almeno un avvertimento e una preoccupazione costanti nelle menti di molte persone nell’età dello statismo.
L’avvertimento è stato sottilmente articolato dagli scienziati sociali e diffuso in vari modi secondo i loro orientamenti ideologici. Nei loro libri e negli articoli di giornale essi, in genere, indirizzano al pubblico i seguenti messaggi:

- Stai in guardia contro gli altri ma abbi fiducia solo nell’autorità statale.

- Stai in guardia contro una autorità statale straniera ma abbi fiducia solo nella tua autorità nazionale statale.

- Stai in guardia contro una pretesa autorità nazionale statale che vorrebbe subentrare all’attuale governo (cioè l’opposizione) ma abbi fiducia solo nella legittima autorità nazionale statale (il governo) o viceversa.

Tutto ciò appare come il capovolgimento abominevoli, da parte degli scienziati sociali, di un insegnamento di Cristo che risale a duemila anni fa: Chi non è contro di noi è con noi. Questo è un principio di universale razionalità che sorge dall’amore e dall’accettazione di tutti.
Gli scienziati politici e sociali, soprattutto quelli, e ve ne sono molti, che si pongono a difesa di un cosiddetto interesse nazionale e sono sospettosi di ogni cambiamento o miglioramento della situazione di altri, hanno formulato una diversa versione di quell’insegnamento: Chi non è con noi è contro di noi. Questo è uno slogan obbrobrioso basato sul conformismo e sulla violenza nei confronti di tutti coloro che non sono dalla nostra parte, o che non sono disposti a celebrare quando 'grandi' (cioè prepotenti) e 'buoni' (cioè arroganti) noi siamo.
La diffusione di sospetti riguardo le intenzioni di ognuno, che è un dato tipico del potere (in contrasto con la fiducia che emana personalmente da una autorità morale o da un sapere autorevole) è addolcita e resa accettabile dalla diffusione di illusioni sulla realtà del potere e sulla sfera sociale nella quale gli individui agiscono e interagiscono.

Illusioni

Gli scienziati sociali, incapaci di comprendere e di raffigurare la realtà nella sua vera essenza e dinamica, sono parimenti incapaci di avanzare proposte che non siano altro che soluzioni illusorie.
Essi giocano il ruolo di illusionisti, che ripetono parole e formule magiche che appartengono al passato e si applicavano a realtà passate.
Eppure, molti scienziati sociali contemporanei continuano a fare affidamento ad esse senza compiere il minimo sforzo mentale nell'analizzare il loro significato attuale e la loro effettiva utilità (a parte quella propagandistica di intorpidire la mente).
Per esempio, democrazia significa, letteralmente, potere del popolo, ma il fatto di avere il permesso, ogni quattro o cinque anni, di decidere su chi saranno i futuri padroni (e vedendo ciò realizzato solo se si è dalla parte della maggioranza) è qualcosa che nessuno scienziato politico degno del suo nome e nel pieno possesso delle sue capacità mentali, dovrebbe caratterizzare come potere del popolo.
E certamente non nel secolo presente, in cui assistiamo e godiamo di notevoli progressi tecnologici che stanno mettendo nelle mani degli individui molto più potere (di informazione, comunicazione, circolazione) di qualsiasi ingannevole rito politico.

“La dottrina democratica è una fonte di produzione ideologica a cui la mente ricorre volentieri per dare un travestimento di tolleranza e di apparente consensualità agli istituti più rudi della coazione statale, generata dalla volontà di potenza dei forti sulle masse.”
(Enrico Leone, Teoria della politica, 1931)


“Ogni votazione è una specie di gioco, come gli scacchi o la tavola reale, con una tinta di moralità, un puntare su ciò che è giusto o sbagliato, coinvolgendo problemi morali; e la scommessa accompagna naturalmente il tutto. Il carattere morale dei votanti non è coinvolto. Io do, forse, il mio voto come ritengo opportuno, ma non sono preoccupato del fatto che ciò che è giusto prevalga. Sono disposto a lasciare tale incombenza alla maggioranza. Gli obblighi di questa, perciò, non vanno mai al di là della pura convenienza. Anche votare per il giusto non vuol dire operare per il giusto. Significa solo esprimere debolmente di fronte agli altri il desiderio che il giusto si affermi. Una persona saggia non lascerebbe ciò che è giusto nelle mani del caso, né vorrebbe che si attuasse attraverso il potere della maggioranza.”
(Henry David Thoreau, On the Duty of Civil Disobedience, 1849)


Per giustificare il mantenimento di questa illusione, molti scienziati sociali e, nella loro scia, molte persone comuni, continuano a ripetere la famosa frase di Winston Churchill: "È stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre che sono state sperimentate." (Discorso alla Camera dei Comuni, Novembre 1947) Sfortunatamente Churchill non aggiunse la parola "finora"; se lo avesse fatto ci avrebbe risparmiato un insieme di miti idioti sulla democrazia.
Detto ciò, se gli scienziati sociali avessero esaminato attentamente quella frase, avrebbero notato che, ciò che Churchill intendeva dire è che la democrazia è

a. solo una delle tante forme di governo concepite nel corso della storia
b. una cattiva forma di governo
c. accettabile solo perché tutte le altre esistenti quando lui era in vita erano ancora peggio.

Per cui, sentire gli scienziati sociali reiterare lo stesso concetto dopo più di 50 anni dal momento in cui è stato espresso, dovrebbe rappresentare un dato molto preoccupante per tutte le persone creative e di spirito progressista.
Infatti, significa che in passato le persone sono state in grado di introdurre forme di organizzazione sociale più accettabili (o meno cattive) mentre noi siamo completamente incapaci o del tutto impossibilitati a fare ciò perché, secondo gli attuali governanti democratici e i loro intellettuali servi, con la democrazia rappresentativa abbiamo raggiunto il vertice delle umane possibilità.
Questa non è solo un'idea del tutto assurda ma anche una prospettiva del tutto deprimente, considerate le enormi manchevolezze della democrazia rappresentativa.

Facendo riferimento ad altre realtà illusorie come il capitalismo e il libero mercato, qualsiasi scienziato sociale onesto avrebbe dovuto notare molto tempo fa che, anche quando il capitalismo era trionfante, il libero mercato era più un ideale che una realtà. Questo ideale fu alla fine soffocato e sia la produzione che il commercio passarono sotto il controllo (o addirittura sotto la gestione diretta) dello stato.
Continuare a chiamare “capitalismo” e “libero mercato” un sistema economico così ampiamente guidato (vale a dire distorto e ingarbugliato) dallo stato non è soltanto ridicolo ma anche intellettualmente disonesto perché, sotto il mantello di un discorso autorevole, diffonde illusioni oltre che confusioni.
Se per capitalismo gli scienziati sociali intendessero riferirsi ad un sistema economico in cui le persone sono impegnate a far soldi producendo e commerciando, questo è qualcosa che è sempre esistito, molto prima che si inventasse la parola capitalismo.
Questo sarebbe un utilizzo davvero stupido del termine “capitalismo” e dovrebbe gettare il ridicolo su qualsiasi scienziato sociale che volesse impiegarlo in una maniera così idiota.
Ad ogni modo, molti scienziati sociali sono famosi per utilizzare le parole con un significato ambiguo o volutamente offuscato per far credere alle persone che esiste una certa realtà, caratterizzata da certe caratteristiche, mentre, ad un esame più attento, tutto ciò non è altro che un insieme di illusioni create ad arte.

“Le parole democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realistico, giustizia, hanno ognuna di esse parecchi significati differenti che non possono essere riconciliati l’uno con l’altro.”
“Le parole di questo tipo sono usate spesso in una maniera volutamente disonesta.”
“Altre parole utilizzate con significati variabili, più o meno disonestamente nella maggior parte dei casi, sono: classe, totalitario, scienza, progressista, reazionario, borghese, uguaglianza.”
(George Orwell, Politics and the English Language, 1946)


Una delle illusioni più grandi prodotte dagli scienziati sociali fa riferimento all’impiego di fondi raccolti dallo stato in maniera coatta attraverso la tassazione.
Gli scienziati sociali hanno diffuso il mito che la tassazione è un dovere morale come contributo al benessere generale. Questo è, bisogna dirlo, un mito molto conveniente per molti di essi in quanto, dalla tassazione, essi ricavano il loro stipendio.
Ma, a parte ciò, nella realtà dei fatti, storicamente la tassazione fu introdotta per finanziare le guerre. L’ottenimento di fondi dalla gente risultò essere una mossa talmente buona per i politici al governo che le tasse sono rimaste anche in tempo di pace e adesso sono utilizzate per foraggiare una vasta burocrazia, per sostenere e zittire un vasto sottoproletariato (soprattutto nei paesi del Nord Europa), comperando i favori di grossi settori dell’opinione pubblica attraverso l’allocazione di fondi (ai giornali, alle imprese, ecc.). Tutto questo, oltre a finanziare ancora le guerre anche se ora sono chiamate interventi per la diffusione della democrazia.
In sostanza, le risorse rastrellate attraverso la tassazione coatta sono impiegate, in genere, per fini repressivi, parassitari o manipolativi all’interno e all’esterno del paese.
E le tasse devono essere riscosse in maniera obbligatoria non perché, in caso contrario, le persone non contribuirebbero al bene comune (essi fanno ciò in maniera molto ampia attraverso ogni sorta di organizzazione ed evento caritativo); ma perché nessuno, sano di mente, darebbe il suo denaro ad una istituzione come lo stato che ha precedenti così spaventosi nello sprecare le risorse o nell’utilizzarle in modi così distruttivi e sciagurati.
In generale, le illusioni inventate dagli scienziati sociali fanno tutte riferimento, direttamente o indirettamente, al ruolo e alla funzione dello stato. L’obiettivo principale di troppi scienziati sociali è quello di abbellire tale ruolo e funzione e di proteggere questa istituzione da ogni critica, tirando fuori ogni sorta di giustificazioni e di diversivi.
Ecco perché tutti i miti precedentemente messi in luce convergono e conducono direttamente verso il super-mito di ogni discorso sociale popolare: il mito dello stato.


Il super-mito dell’attuale realtà sociale: lo stato (^)

Gli scienziati sociali, facciano essi parte dello schieramento cosiddetto conservatore o di quello cosiddetto progressista, sono tutti uniti da un super-mito comune: il mito dello stato.
Lo stato è ritenuto da (quasi) tutti gli scienziati sociali come il motore indispensabile e insostituibile di ogni forma di vita sociale.
Nella realtà dei fatti, lo scienziato sociale contemporaneo assegna allo stato un ruolo ancora più grande di quello che già era ad esso assegnato dai filosofi idealisti con la loro concezione dello stato etico.
Per gli scienziati sociali lo stato non è solo il burbero Grande Fratello (il rude ma quanto mai necessario protettore e garante di disciplina e sicurezza) ma anche la Madre soccorritrice, il Padre benevolo, lo Zio consigliere, la Nonna ispiratrice, il Prete assolutore.
In altre parole, consciamente o inconsciamente, volutamente o no, lo stato è diventato per gli scienziati sociali quello che era la Chiesa per il suo gregge di fedeli: il rappresentante in terra di Dio Onnipotente.
Nella mitologia degli scienziati sociali lo stato è:

- Benevolo. Lo stato non può volere il male dei cittadini. Può essere che un governo sbagli e arrechi occasionalmente difficoltà ad alcuni gruppi di persone, ma lo stato, in quanto rappresentante della suprema volontà generale, è una entità intrinsecamente buona e giusta, volta ad operare con giustizia per il bene del suo popolo.

- Provvido. Lo stato benevolente, al pari di un pastore che cura le sue pecore, si occupa del benessere del suo gregge che, altrimenti, sarebbe lasciato all’inclemenza delle stagioni o alla cattiveria degli uomini. Nel mitico mondo costruito da alcuni scienziati sociali nessuna vita sociale esisteva prima che lo stato sorgesse per regolarla. Nelle epoche precedenti vi era il “bellum omnium contra omnes”. Ma poi apparve lo stato e ci fu pace sulla terra, o questo è quello che il mito vorrebbe farci credere. Un mito così fortemente sostenuto e diffuso che i suoi inventori possono persino ammettere l’esistenza di eccezioni (stati malvagi e guerre mondiali) senza per questo mettere in discussione la validità generale del mito stesso.

- Onnisciente. Al fine di essere pienamente benevolo e provvido lo stato non solo deve disporre di una ricchezza di risorse ma deve anche essere dotato di onniscienza per riuscire nel soddisfacimento appropriato delle necessità di ogni individuo. Se non vi è piena conoscenza dei bisogni il compito non potrebbe essere assolto. Credendo nella onniscienza dello stato, gli scienziati sociali assegnano a professionisti all’interno dello stato (vale a dire a sé stessi) ruoli molto importanti e decisivi come pianificatori territoriali, economisti dello sviluppo, amministratori sociali, consiglieri psicologi, esperti legali, e così via. Sfortunatamente, l’impossibilità di base di predire e trattare il comportamento dell’animale uomo compromette, così essi sostengono, molti degli sforzi e dei progetti degli scienziati sociali. Per questo motivo, lo scienziato sociale, seppure onnisciente, non dovrebbe essere considerato responsabile per quello che avviene o non avviene nell’ambito di qualsiasi progetto. Per cui i fallimenti sono accantonati o sono presentati come difficoltà temporanee che vanno trattate avendo a disposizione fondi maggiori e un numero maggiore di scienziati sociali impegnati in interventi ancora più grandiosi e risolutori.

Insomma, seconda il super-mito fabbricato dai servi sociali dello stato, noi dovremmo accettare, senza dubbi o interrogativi, una serie incredibile di presupposti, l'uno più assurdo dell’altro e cioè:

- che gli individui sono egoisti mentre i politici sono altruisti;

- che i governanti statali e i loro associati agiscono non nel loro interesse ma per i più nobili interessi del maggior numero possibile di persone:

- che i professionisti dello stato sono dotati per magia di una conoscenza superiore e di una superiore capacità nel prendere le decisioni migliori per la maggioranza se non per tutti;

- che la persona comune è incapace di badare ai propri interessi reali tranne che una volta sola ogni tanti anni quando è chiamata ad eleggere i suoi nuovi padroni.

"Mi si dice che è per il mio bene che mi si governa; o, dal momento che do il mio denaro per essere governato, è per il mio bene che io do il mio denaro, il che è possibile ma merita pe lo meno una verifica.
Del resto, a parte ciò, considerando che nessuno possa essere più a conoscenza di me dei mezzi che mi rendono felice, trovo ancora strano, incomprensibile, contro natura, fuori della portata umana, il fatto che ci si voti alla felicità di persone che non si conoscono; e io dichiaro che non ho l’onore di essere conosciuto dalle persone che mi governano.
È allora giusto affermare, dal mio punto di vista, che esse sono davvero troppo buone, e persino un po’ invadenti, a preoccuparsi tanto della mia felicità, soprattutto quando non è affatto provato che non sia capace io stesso a perseguirne la realizzazione."
(Anselme Belleguarrigue, 1848)


Certamente, non tutti gli scienziati sociali si sono uniti nella formazione del super-mito. Il fatto rimane che la (falsa) convinzione che senza lo stato ci sarebbe solo disordine e miseria esiste in troppe menti ed è molto probabile che sia stata confezionata e diffusa da qualcuno (storici, giornalisti, politologi, insegnanti, ecc.) in posizione di potere e di autorità. A meno che non si accetti l’esistenza di voci misteriose che, all’interno dell’individuo, sono responsabili nel plasmare le idee delle persone e il destino dei popoli.

Senza costrizioni e superstizioni (^)

Gli scienziati sociali, per la maggior parte al servizio dello stato o operanti come sacerdoti della religione statale (lo statismo), hanno pietrificato e permeato la vita delle persone e le loro relazioni sociali con ogni sorta di costrizioni e superstizioni. Per rendere queste accettabili, essi le hanno addolcite con parole suadenti di stampo progressista e con visioni umanitarie compassionevoli.

"… mentre la società si agita per realizzare la Libertà, i grandi uomini che si pongono al suo comando, imbevuti di principi del diciassettesimo e diciottesimo secolo, non pensano altro che a piegarla sotto il dispotismo filantropico delle loro trovate sociali e a farle portare docilmente, secondo l'espressione di Rousseau, il giogo della pubblica felicità, come essi l'hanno immaginata.”
(Frédéric Bastiat, La legge, 1850)


I governanti statali sostenuti dalla propaganda e dagli interventi degli scienziati sociali hanno messo in piedi quello che può essere chiamato un sistema odioso di Dispotismo Filantropico, fatto di tre componenti interconnesse:

- Il pietismo nefasto. I governanti statali, con l’assistenza degli scienziati sociali, hanno presentato ad un pubblico poco scaltro un enorme affresco fatto di umana cattiveria e debolezza quale risultato della intrinseca fragilità della natura umana. Una volta che questa immagine della realtà è accettata, gli scienziati sociali in combutta con i governanti statali, si presentano come l’eccezione benigna e progressista, capace di misericordiosa compassione unita alla necessaria fermezza. L’accettazione supina di questo svilimento della natura umana, a cui viene in soccorso soltanto lo stato benevolo e provvido, ha portato a considerare lo stato assistenziale in termini generalmente favorevoli, sulla spinta e con il favore degli scienziati sociali.

- Il paternalismo corruttore. I governanti statali hanno distrutto o assorbito tutte le associazioni di mutuo soccorso formate da individui e comunità nel corso della storia e al loro posto hanno messo, in posizione monopolistica, lo stato assistenziale. Lo scopo evidente dello stato assistenziale, chiaro da tempo, non è quello di aiutare le persone a diventare indipendenti, ma di instillare in loro un senso di obbedienza e di generare una condizione di soggezione permanente nei confronti dello stato. Infatti, la cosiddetta sicurezza sociale è il cammino certo verso la insicurezza psicologica dell’individuo e la sua continua dipendenza attraverso la perdita di autostima e la capacità di azione autonoma diretta.

- Il perfettismo omicida. Per coloro che non vogliono l’aiuto e la guida imposti dallo stato, vale a dire per i cosiddetti elementi indisciplinati (liberi pensatori, anarchici, cosmopoliti, eccentrici, persone mature e indipendenti ecc.) i governanti statali (soprattutto quelli “progressisti” così tanto esaltati dagli scienziati sociali “progressisti”) hanno in serbo tutta una serie di soluzioni pronte sotto forma di prigioni, condizionamenti mentali, ospedali psichiatrici, campi di concentramento, campi di lavoro, espulsione, pulizia etnica fino allo sterminio di massa. Certamente questi non sono i nomi che sono usati per definire tali pratiche perché ciò sarebbe altamente sconveniente e inappropriato. Inoltre, l’accento è posto solo sul fine proclamato, vale a dire il perfezionamento di una umanità deforme e la marcia verso uno splendido futuro, e non sui mezzi impiegati che purtroppo sono necessari per il compimento di una missione così nobile.

“Al giorno d’oggi i discorsi e gli scritti politici sono, in gran parte, la difesa dell’indifendibile.” “Per questo, il linguaggio politico deve consistere soprattutto di eufemismi, questioni retoriche, e pura aria fritta. Villaggi indifesi sono bombardati dagli aerei, gli abitanti sono messi in fuga nelle campagne, il bestiame viene sterminato con le mitragliatrici, le capanne sono messe a fuoco con pallottole incendiarie: questa è chiamata pacificazione. Milioni di contadini sono espropriati delle loro fattorie e mandati via nelle strade solo con gli oggetti che possono portare con sé: questo si chiama trasferimento di popolazione o rettifica delle frontiere. Le persone sono imprigionate per anni senza processo, o ammazzate con un colpo alla schiena o al collo o inviate a morire di scorbuto nei campi di lavoro forzato dell’Artico: questo si chiama pulizia di elementi inaffidabili.”
(George Orwell, Politics and the English Language, 1946)


“Rendi la guerra più pacifica” ("Make the war more peaceful.")
Affermazione resa il 20 Marzo del 2003 da Gorge W. Bush, il 43° presidente degli U.S.A., laureato in storia alla università di Yale e con un Master in amministrazione aziendale presso la Harvard Business School.

In presenza di una situazione così oscena, uscire dall’oscurantismo (le costrizioni) imposto dallo stato e superare le idiozie (le superstizioni) diffuse dagli scienziati sociali rappresenta la pre-condizione necessaria per l’avanzamento di quelli che sono gli aspetti essenziali della vita umana: libertà, sviluppo, conoscenza. Per fare ciò è necessario riesaminare, senza le lenti distorte dello statismo utilizzate dagli scienziati sociali sottomessi allo stato, proprio il significato di tali concetti di libertà, sviluppo, conoscenza, e la loro realtà, al di là e al di fuori dell’esistenza di stati e di servi degli stati.

 


 

Riferimenti (^)

[1677] Spinoza, Ethics, Dover Publications, New York, 1955

[1844] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1970

[1848] Frédéric Bastiat, L'Etat, 1848
http://www.panarchy.org/bastiat/etat.1848.html
traduzione italiana: http://www.panarchy.org/bastiat/stato.1848.html

[1848] Karl Marx and Friedrich Engels, The Communist Manifesto, Penguin, Harmondsworth, 1967

[1848] Henry David Thoreau, On The Duty of Civil Disobedience
http://www.panarchy.org/thoreau/disobedience.1848.html
traduzione italiana: http://www.panarchy.org/thoreau/disobbedienza.1848.html

[1850] Anselme Belleguarrigue, Manifeste de l'Anarchie
http://www.panarchy.org/bellegarrigue/manifesto.html

[1850] Frédéric Bastiat, La loi, 1850
http://www.panarchy.org/bastiat/loi.1850.html
traduzione italiana: http://www.panarchy.org/bastiat/legge.1850.html

[1882] Mikhail Bakunin, Dieu et l'état
per un estratto sul concetto di "autorità" si veda:
http://www.panarchy.org/bakunin/authority.1871.html

[1897] Piotr Kropotkin, The State. Its historic role
http://www.panarchy.org/kropotkin/1897.state.html

[1903] Bernard Shaw, Maxims for Revolutionists
http://www.panarchy.org/shaw/maxims.1903.html

[1917] Georg Simmel, Grundfragen der Soziologie, in [1950] Kurt H. Wolff, editor, The Sociology of Georg Simmel, The Free Press, New York, 1969

[1931] Enrico Leone, Teoria della politica

[1937] José Ortega Y Gasset, La Rebelión de las Masas, Espasa-Calpe, Madrid, 1969

[1938] John Dewey, Experience and Education, Britannica Great Books

[1938] Stuart Chase, The Tyranny of Words, Harcourt, Brace and World Inc., New York, 1938

[1943] Bertrand Russell, An Outline of Intellectual Rubbish, included later in, [1950] Unpopular Essays, Routledge, London, 1984
si veda: http://www.panarchy.org/russell/rubbish.1943.html

[1945] Arthur Koestler, The Yogi and the Commissar, Jonathan Cape, London, 1964

[1946] George Orwell, Politics and the English Language, in, Inside the Whale and Other Essays, Penguin, Harmondsworth, 1962
http://www.panarchy.org/orwell/language.1946.html

[1952] A. J. P. Taylor, Economic Imperialism
http://www.panarchy.org/taylor/imperialism.1952.html

[1955] Erich Fromm, The Sane Society, Routledge & Kegan Paul, London, 1968

[1962] Charles Wright Mills, The Marxists, Penguin, Harmondsworth, 1971

[1962] Ludwig von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science, 1962
si veda: http://mises.org/library/ultimate-foundation-economic-science

[1967] Scuola di Barbiana, Lettera a una Professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1967

[2005] I dati sui democidi sono tratti dal sito del Prof. Rudy Rummel
http://www.hawaii.edu/powerkills

[n.d.] Tom Paxton, What did you learn in school today?
http://www.polyarchy.org/enough/poems/paxton.html