Gian Piero de Bellis

Poliarchia : un Paradigma

(2002 - 2013)

 


 

Dall’idiota di massa seriale all’essere umano singolare

 

L’essere umano raffigurato
L’essere umano reale
La realtà storica attuale
L’idiota di massa seriale
La realtà sociale preferibile
L’essere umano singolare

 


 

L’essere umano raffigurato (^)

Nel corso della storia gli studiosi che hanno focalizzato la loro attenzione sulla realtà umana (filosofi, psicologi, sociologi, ecc.) hanno cercato di raffigurare l’essere umano attribuendogli specifiche caratteristiche fondamentali che sono state poi elencate e raggruppate sotto il nome di “natura umana”.

Tra le raffigurazioni più conosciute della natura umana vi sono quelle di Thomas Hobbes e di Jean-Jacques Rousseau. Essi presentano ritratti molto chiari ma del tutto antitetici della natura umana. Offrendo una risposta semplice, seppure differente, nei riguardi di una materia molto complessa, essi sono riusciti a far sì che le loro idee sulla natura umana diventassero ampiamente note. Infatti molte persone, senza neppure saperlo, fanno di solito riferimento all’una o all’altra immagine quando parlano degli esseri umani quali emergono dalla natura umana.

Thomas Hobbes
Per Thomas Hobbes l’essere umano naturale è una creatura fondamentalmente cattiva, sempre pronta a guerreggiare contro tutti (bellum omnium contra omnes) (De Cive, 1642). Questa condizione miserabile propria di una natura umana intrinsecamente violenta ed egoista (homo homini lupus) può essere tenuta sotto controllo solo dalla presenza attiva di un potere esterno (lo stato territoriale) che emerge dal processo civilizzatore. Senza la stato territoriale in quanto Leviatano che esercita il potere di vita e di morte su tutti, l’esistenza degli individui, proprio a causa della loro natura, sarebbe “solitaria, povera, sgradevole, brutale e corta”.

Jean-Jacques Rousseau
Per Jean-Jacques Rousseau, almeno in alcuni dei suoi scritti (Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes, 1754) lo stato di natura è, al contrario, quasi una condizione beata dell’umanità, non ancora macchiata dalla corruzione e dalla violenza che sarà introdotta dalla cosiddetta civiltà. L’essere umano in uno stato di natura è ancora capace di esprimere sentimenti di empatia e di simpatia nei confronti di altri esseri umani. È solo con l’introduzione di relazioni basate sul potere che la natura umana diventa corrotta e appare ogni sorta di squilibrio e di miseria.

In tempi posteriori queste due immagini sono state ampliate e ulteriormente elaborate dai sostenitori dell’una o dell’altra posizione, con gli uni che paragonavano l’essere umano primitivo ad un animale feroce (il crudele selvaggio) e gli altri che esaltavano le virtù dell’essere umano primitivo non rovinato dalla civiltà (il buon selvaggio).

Queste posizioni contrastanti si possono trovare, in nuce, nelle conversazioni di tutti i giorni e negli atteggiamenti di molti contemporanei che o condannano severamente la cattiveria e malvagità di base della natura umana o ne elogiano la sostanziale bontà e affabilità.

Da un punto di vista teorico, nel discorso corrente, due caratteristiche molto forti sono spesso assegnate alla natura umana:

Univocità: la natura umana è considerata avere una sola dimensione (o cattiva o buona). In aggiunta a ciò, è corretto affermare che l’accento generale è stato posto, in prevalenza sulla dimensione negativa.  

- Immutabilità: la natura umana (buona o cattiva) è vista come non soggetta a cambiamenti, un dato attribuito una volta per tutte all’inizio dei tempi. Anche questa posizione è carica di una valenza negativa nel senso che assume l’esistenza di una natura umana cattiva vista come non redimibile.

Molte persone sono arrivate a queste posizioni semplicemente perché esse sono quelle sostenute dalla maggioranza, oppure quelle trasmesse dall’elite politica e culturale, o anche solo per sentirsi in una posizione più accorta e non essere ritenuti individui ingenui.

In generale poi, coloro che producono e diffondono informazioni concentrano l’attenzione principalmente sul comportamento violento e noi siamo di solito impressionati e ricordiamo di più avvenimenti negativi che non situazioni positive o neutre. Per cui, se ci affidiamo a nozioni superficiali e impressionistiche come quelle propagate da giornalisti in cerca di sensazioni, il risultato più probabile sarà una conferma della malvagità di base della natura umana.   

Talvolta le persone passano da una posizione all’altra a seguito di eventi specifici o di esperienze contingenti che offrono appigli per l’una o l’altra opinione.
Va detto però che, sotto il profilo scientifico, non possiamo poggiare le nostre convinzioni generali su avvenimenti episodici anche se essi sono importanti e rilevanti per la nostra vita.

Per tutti questi motivi è appropriato fare riferimento ad altri studiosi che offrono una visione della natura umana capace di prendere in considerazione il ricco insieme delle sue varie facoltà e inclinazioni. Per fare ciò possiamo riferirci ad un umanista che, nel corso di una breve vita, ci ha offerto un ritratto della natura umana degno di considerazione.

Pico della Mirandola
Nel 1486 lo studioso rinascimentale Pico della Mirandola pronunciò un famoso discorso dal titolo De hominis dignitate. I punti principali del discorso mettevano in luce la natura umana come un qualcosa di:

Complesso: la natura umana è fatta di ogni possibile aspetto (tendenza) esistente in natura;

Indeterminato: la natura umana è aperta a qualsiasi possibile accadimento (istanza) esistente in natura;

Malleabile: la natura umana è modellabile in qualsiasi possibile forma (infima-elevata) esistente in natura. 

In altre parole, Pico della Mirandola ha cercato di presentare la natura umana come un universo contenente ogni possibile tendenza, istanza e forma. La responsabilità di ogni essere umano, dotato alla nascita di libero arbitrio, consiste nello sviluppare, a partire da queste risorse, un degno essere umano.
L’Orazione è dunque un inno ad una esperienza esistenziale fatta di libere scelte e sfide che emergono da una natura umana aperta a qualsiasi possibile risultato. Se l’esito è miserevole la colpa non va ascritta alla natura umana ma all’essere umano specifico che ha sprecato e mal utilizzato le potenzialità (le risorse umane) a lui concesse.

Questa immagine della natura umana era totalmente in contrasto con quella sostenuta dalle gerarchie religiose e secolari, interessate a raffigurare gli esseri umani come bambini fondamentalmente irresponsabili, sgradevoli e indisciplinati, bisognosi di controllo e di guida. Non c’è quindi da stupirsi che l’improvvisa misteriosa morte di Pico all’età di 31 anni sia stata vista da alcuni come la messa a tacere (tramite avvelenamento) di quella che sarebbe potuta divenire una voce potente contro i misfatti di un potere manipolativo.

È tempo ora di riprendere alcune posizioni e ipotesi sostenute da Pico della Mirandola riguardo all’essere umano e presentare una immagine della natura umana molto più articolata e scientifica, in modo da essere meglio in grado di affrontare gli attuali malesseri personali e sociali.

 

L’essere umano reale (^)

Gli equivoci e i pregiudizi intorno all’immagine dell’essere umano sono stati possibili perché in ogni affermazione al riguardo c’è una porzione di verità. Infatti, attraverso l’esperienza storica umana, troviamo numerose prove a sostegno di una posizione o della sua esatta antitesi. Comunque, questa semplice constatazione, invece di spingerci ad accettare in maniera incondizionata l’una o l’altra opinione, dovrebbe farci consapevoli di due importanti aspetti relativi alla conoscenza in generale e a quella della natura umana in particolare:

- Primo, che è altamente scorretto utilizzare prove parziali a sostegno di una certa posizione, ponendo l’accento su quello che è in sintonia con una determinata ideologia, ignorando o minimizzando tutto il resto.

- Secondo, che ciò che è qualificante in modo speciale per uno studio appropriato della natura umana è il rimarcare e il riflettere sulla presenza, all’interno dell’essere umano, di una complessa varietà di tendenze.   

La situazione riguardo alla natura umana è addirittura ancora più complicata e sottile di quello che potrebbe apparire ad una mente acritica, incapace o restia ad andare oltre le alternative convenzionali e le apparenze superficiali. Il fatto è che il gioco di interazione tra la natura umana e la realtà esterna è spesso contrassegnato da qualcosa di abbastanza inatteso e difficile da accettare:

Ambivalenza: la co-presenza di componenti buone e cattive, che si intrecciano all’interno degli individui ed emergono in maniera imprevedibile in molte occasioni. Per questo motivo la natura umana non può essere caratterizzata in un senso o nell’altro (buona o cattiva) e la maggior parte delle persone non possono essere assegnate in maniera certa e definitiva all’una o all’altra categoria. All’interno degli stessi esseri umani, angeli e demoni, santi e peccatori, possono co-esistere (in letargo o in azione) nel corso della stessa esistenza o anche durante il breve periodo di una stessa esperienza. Un esempio classico è quello di una persona solitamente tranquilla che prende parte, in una folla, ad atti di violenza a seguito della diffusione di determinate voci.

Ambiguità: l’emergere di qualcosa di buono da ciò che è generalmente ritenuto cattivo e di qualcosa di cattivo da quello che si ritiene di solito buono. Ci sono, ad esempio, molti casi di generosità altruistica e di totale devozione ad altri esseri umani (le cosiddette buone azioni) che producono come risultato individui passivi e gruppi sociali dipendenti (gli esiti apertamente negativi). In altri casi una sfortuna (un fatto apertamente negativo) può successivamente produrre qualcosa di positivo (il sorprendentemente buono) e simili avvenimenti trovano addirittura espressione in detti popolari (non tutto il male viene per nuocere).

In passato entrambi questi sconcertanti aspetti della natura e dell’esperienza umana sono stati messi in luce e descritti da romanzieri e saggisti. Abbiamo, ad esempio, il classico racconto di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hide, sul conflitto tra bene e male all’interno dello stesso essere umano, e gli scritti di Bernard de Mandeville e Adam Smith che sottolineavano il fatto che, da qualcosa considerato solitamente riprovevole, come il desiderio di accumulare ricchezze e l’interesse personale, può sorgere qualcosa di veramente positivo, come l’industria e il soddisfacimento reciproco dei bisogni tramite il commercio.

Nonostante ciò, tutte queste sottigliezze vanno continuamente perdute, schiacciate dal bombardamento incessante prodotto dagli individui al potere, che sono interessati ad offrire una versione semplificata, ma anche idiota, della realtà, nella quale essi si raffigurano come gli eroi totalmente buoni che combattono in maniera disinteressata contro esseri totalmente cattivi, in nome del bene collettivo. Questa è davvero una visione conveniente (per loro) ma ingannevole (per tutti).

Per questo è necessario sottolineare ancora una volta che, in riferimento alla natura umana, la realtà non è così banale e le apparenze non sono così reali come qualcuno potrebbe credere; per questo motivo l’ambivalenza e l’ambiguità della natura umana nel corso dell’esperienza umana sono realtà che devono essere in continuazione riscoperte ed esaminate.
Ha quindi sempre molto senso mettere in pratica l’esortazione greca classica Conosci Te Stesso, in cui si condensa una saggezza perenne dell’umanità.

Se ci incamminiamo in questo viaggio di conoscenza della persona scopriamo che l’essere umano reale, e conseguentemente la natura umana reale, lungi dall’essere una entità statica unidimensionale, è caratterizzata in maniera distinta da tre specifiche disposizioni:

potenzialità: l’essere umano alla sua nascita è fatto di molte tendenze/facoltà grezze [la potenzialità è associata alle scelte possibili]

plasticità: le tendenze/facoltà grezze sono, all’inizio, altamente flessibili e plasmabili [la plasticità è associata alle scelte preferibili]

polivalenza: la flessibilità e la plasticità consentono alle tendenze/facoltà grezze di diventare quasi ogni realtà concepibile all’interno di limiti molto ampi [la polivalenza è associata alle responsabilità personali].

In altre parole, l’essere umano è il risultato della potenzialità-plasticità-polivalenza che caratterizza la natura umana e che trova espressione e realizzazione in

Scelte possibili (espressione del libero arbitrio)

- Decisioni preferibili (consapevolezza delle alternative)

Responsabilità personali (accettazione delle conseguenze). 

Per comodità di analisi possiamo scomporre l’essere umano e la sua esperienza umana in una serie di componenti interne e di agenti esterni. Questo dovrebbe darci una idea della complessità potenziale che deriva dalle forze interagenti. Al tempo stesso, una conoscenza vera di questa dinamica dovrebbe permetterci di padroneggiarne gli intrichi e di mostrarne anche, paradossalmente, la basilare semplicità.

L’essere umano e l’esperienza umana sono caratterizzati da:

- aspetti: emotivo, cognitivo, volitivo
- dimensioni: morale, mentale, materiale
fattori: ruoli (funzioni), strutture (circostanze), insiemi (ambienti).

Il gioco di relazioni libero e coneniente tra le componenti interne (natura) ed esterne (educazione) produce l’essere umano.

Sfortunatamente, in passato alcuni studiosi hanno sottolineato in maniera eccessiva talune tendenze specifiche derivanti dalla natura umana quali, ad esempio, la ricerca del potere (Hobbes), del profitto (Marx), del piacere (Freud). Questa immagine riduttiva della natura umana e dei relativi esseri umani ossessionati da uno scopo unico è stata considerata universalmente valida ed è stata diffusa da divulgatori che non hanno tenuto in conto la finalità e il contesto specifici di quegli studi.

Per capire come mai ci ritroviamo con un ritratto dell’essere umano che non corrisponde pienamente alla realtà e che, in parecchi casi, costitusce una distorsione totale della realtà dobbiamo esaminare brevemente l’attuale situazione storica, con alcuni riferimenti alla sua origine e sviluppo.

 

La realtà storica attuale (^)

La realtà storica attuale può essere vista come uno dei possibili scenari che potrebbero essersi verificati tenuto conto della potenzialità, plasticità e polivalenza della natura umana. Solitamente ciò che diviene realtà, nel breve-medio periodo, è lo scenario più facile da mettere in atto o quello che offre la minore resistenza ad alcune tendenze che prevalgono al momento. Questo significa che c’è una ragione (un fondamento reale) che giustifica il verificarsi di una certa realtà ma questo non ci autorizza ad equiparare il reale con il razionale.

La ragione che sottostà alla realtà storica va individuata in una miscela di aspetti, dimensioni e fattori che caratterizzano un numero rilevante di esseri umani in un punto specifico nel tempo e nello spazio. Questa miscela è fatta di alcune componenti che sono universali (relative alla essenza vera della natura umana) e di altre che sono contingenti (relative ad aspetti specifici, transitori o localizzati).
In altre parole, per comprendere la realtà presente dobbiamo mettere in luce quelle componenti universali della natura umana che, in associazione con alcuni aspetti contingenti, hanno prevalso e hanno quindi prodotto l’essere umano attuale e la conseguente realtà.

Come precedentemente sottolineato, la natura umana, complessa e sfaccettata, può essere vista come un continuum le cui opposte polarità possono essere caratterizzate utilizzando le categorie facilmente comprensibili di angeli e diavoli. Chiaramente la maggior parte delle persone (se non la quasi totalità) non sono né angeli né diavoli ma si collocano in qualche punto intermedio del continuum, muovendosi verso l’uno o l’altro dei due poli in situazioni differenti nel corso delle loro vite.

Questa rappresentazione semplificata di due opposte modalità dell’essere è stata, purtroppo, sfruttata ripetutamente, con finalità ingannevoli, da coloro che occupano posizioni di influenza morale e di potere materiale.
Infatti, ad un osservatore non prevenuto risulta chiaro che lo stragrande numero degli esseri umani occupa quello spazio neutrale e abbastanza opaco del continuum in cui la persona si cura dei propri affari e attende alle proprie faccende senza quasi la minima traccia di un comportamento dai toni eccessivi (angelico o diabolico). Questa è la normalità così noiosa da descrivere che non suscita alcuna attenzione.

Inoltre, se spingessimo l’osservazione un po’ più in là potremmo scoprire che la maggior parte degli esseri umani ordinari non ha mai ucciso neanche una gallina o un coniglio in vita loro, e si rifiuterebbe di farlo a meno che non stesse morendo di fame (e anche in questo caso con una certa riluttanza e ribrezzo). Possiamo poi aggiungere che persino coloro che, dallo stato, sono addestrati e autorizzati ad uccidere, il commettere atti di violenza ha prodotto spesso patologie mentali e disturbi della personalità.

Nonostante ciò, come indicato in precedenza, l’immagine convenzionale che i governanti e la maggior parte degli intellettuali diffondono è un affresco a fosche tinte di un essere umano visto come un animale violento e aggressivo, o come qualcuno intento soddisfare ad ogni costo i suoi interessi e il suo piacere, in maniera del tutto egoista e irriguardosa degli interessi e delle esigenze altrui. Come affermato da un noto intellettuale “... dobbiamo insegnare ai nostri figli l’altruismo perché non possiamo attenderci che faccia parte della loro natura biologica” (Richard Dawkins, The Selfish Gene, 1976).

Sulla base di questa posizione “ufficiale” della natura umana e a seguito della introduzione di strumenti tecnologici che hanno reso possibile la produzione di massa di beni materiali e di servizi (informazione, sanità, istruzione, ecc.), la realtà corrente culturale e sociale può essere definita come una gigantesca società di massa frammentata in sotto-masse “nazionali” conformemente a qualche minimo comun denominatore (di solito, la lingua). Questa società di massa è governata da apparati burocratici e rappresentanti eletti che sono i riconosciuti rettori (regolatori) e insegnanti (formatori) di soggetti raffigurati come fondamentalmente indisciplinati ed egocentrici.

La perpetuazione di questa realtà culturale e sociale è quindi resa possibile principalmente dalla diffusione ampia e dalla accettazione passiva di un ritratto negativo della natura umana.
Questo ritratto negativo, sostenuto in passato dalla Chiesa Cattolica (attraverso la religione) e nel presente dallo Stato Nazionale Territoriale (attraverso la politica), è talmente parziale che non può essere visto altro che come una distorsione della realtà. Inoltre esso poggia su due pilastri molto traballanti:

Una fallacia. Se l’altruismo non fa parte della natura biologica, da dove proviene? Come può avvenire che alcune persone siano in grado di insegnare qualcosa (l’altruismo) che non fa parte della natura biologica? Come possono, gli alti sacerdoti della cultura e del potere (i rettori e gli insegnanti) essere diversi dal resto della popolazione e comportarsi in una maniera (cioè, altruisticamente) che non fa parte della loro natura biologica? Queste domande inevase e a cui non si può dare risposta rivelano in questa posizione la presenza di un atto di fede incoerente e privo di fondamenta che, nel discorso scientifico, è definito una fallacia. 

Un paradosso. La fallacia è poi resa ancora più grave da un paradosso reale che deriva dal fatto che posizioni monopolistiche di potere materiale e di controllo culturale (come avviene sotto la sovranità territoriale dello stato) operano in direzione di una accentuazione delle tendenze negative della natura umana invece che di una loro attenuazione. Come acutamente espresso dallo storico A. J. P. Taylor: "Nello stato di natura immaginato da Hobbes, la violenza era l'unica legge, e la vita era 'brutta, violenta e breve.' Sebbene gli individui non siano mai vissuti allo stato di natura, le Grandi Potenze europee lo hanno sempre fatto." (A. J. P. Taylor, The Struggle for Mastery in Europe 1848-1918, prima edizione 1954)

Nonostante ciò, questa convinzione della natura malvagia dell’essere umano è stata ed è ancora accettata generalmente e non è messa in discussione criticamente a causa dell’esistenza di altre inclinazioni, a cui si accennerà tra breve, che il potere evita di menzionare e che le persone sono restie a riconoscere per paura di essere considerate o ingenue o immodeste.

Inoltre va detto che per la persona comune l’appoggiarsi ad una ipotesi pratica che caratterizza altri esseri umani come principalmente egoisti e falsi non è una strategia del tutto sbagliata in quanto ciò porta ad essere vigilanti e cauti (principio di precauzione). A dire il vero, nella realtà effettiva, altri principi e strategie prevalgono nella condotta quotidiana e all’interno di ambienti familiari. Infatti sarebbe terribilmente logorante e praticamente impossibile condurre relazioni di qualche tipo presumendo che l’altra persona stia sempre cercando di ingannarci e di danneggiarci. Questo è il motivo per cui spesso non mettiamo in atto il principio di precauzione, arrivando fino al punto di concedere un ammontare straordinario di fiducia e di potere a persone che non conosciamo personalmente e che potrebbero causare disastri nella nostra vita e in quella degli altri. Un classico esempio è costituito dal voto politico e dall’essere rappresentati da perfetti sconosciuti.

Ad un esame più ravvicinato, nell’essere umano comune troviamo quindi molta accortezza professata unita a molta ingenuità praticata, e questo non è qualcosa da denunciare come un che di sommamente negativo. Infatti, la realtà storica presente caratterizzata dall’esistenza di potenti istituzioni e di impotenti individui è in relazione diretta con la presenza di certe tendenze fondamentali della natura umana che potrebbero essere considerate altamente positive se non fossero utilizzate dal potere a fini di manipolazione e di sfruttamento. Le tendenze a cui si fa qui riferimento sono le seguenti:

Socializzazione (impegnarsi in ogni sorta di scambi)
Partecipazione (associarsi a ogni sorta di gruppo)
Imitazione (assimilare ogni sorta di comportamento)   

Sulla base di queste tendenze fortemente presenti in ogni essere umano (eccetto coloro affetti da gravi patologie della personalità) e prendendo in considerazione la nostra vita e le nostre esperienze quotidiane in una maniera non preconcetta, la maggior parte di noi può facilmente  arrivare alla conclusione che l’essere umano, noi inclusi, è per la maggior parte del tempo:

- più gregario che ribelle
- più compassionevole che egoista
- più ingenuo che ingannevole.

Ad ogni modo, la presenza generalizzata di queste caratteristiche non è di per sé un qualche cosa di costruttivo, personalmente e socialmente, a meno che non sia unito ad altre caratteristiche che fanno da contrappeso (il pensiero critico, la capacità di iniziativa, la forza di essere indipendenti, ecc.). Da sole, queste caratteristiche umane hanno generato una realtà fatta di aspetti estremamente sgradevoli e orrendi (guerre, campi di concentramento, torture, ecc.) che non sono la conseguenza scontata di una natura umana malvagia ma di individui a cui è stato consentito di comportarsi in maniera malvagia dall’apatia accomodante e dal desiderio di quieto vivere della maggior parte delle persone (i molti gregari, compassionevoli, ingenui individui a cui si fa riferimento).

Nel corso del secolo passato, gli individui che hanno commesso atrocità su grande scala lo hanno potuto fare dietro lo schermo protettivo di un potere territoriale monopolistico chiamato stato. Questo potere monopolistico ha anche controllato l’apparato culturale di formazione che ha plasmato gli esseri umani. Tenendo in considerazione la flessibilità della natura umana, è allora necessario esaminare che cosa questo potere ha prodotto come esseri umani.

 

L’idiota di massa seriale (^)

La società degli ultimi cento anni è stata precedentemente caratterizzata come una società di massa.

Se confrontiamo la società di massa attuale con quella aristocratica di un’epoca passata troviamo aspetti che non sono affatto negativi. Infatti, la società di massa significa anche che molti individui (e non solo alcuni ricchi aristocratici) sono in grado di godere di beni e servizi che erano un tempo appannaggio di una elite, e questo è un fatto positivo. Inoltre, molti individui sono fuoriusciti da una situazione di rigida soggezione ad un padrone aristocratico, dalla nascita alla morte, e controllano maggiormente il corso della loro vita.

Tuttavia, accanto ad alcuni cambiamenti positivi, dovuti in larga parte al progresso tecnologico, sono apparse anche molti aspetti sgradevoli. Il più significativo è il fatto che la società di massa, soprattutto nella prima metà del secolo XX, non è composta da una moltitudine di individui distinti che si ritrovano assieme; la parte più consistente è fatta di esseri-massa più o meno identici (el hombre masa descritto da Ortega y Gasset ne La Rebelion de las masas, 1930) sotto la guida e la tutela di potenti capi politici (Mussolini, Hiter, Stalin, Roosevelt, Churchill, Franco, Salazar). In una società di massa dominata dallo stato territoriale monopolistico gli uomini sono prodotti dai governanti come oggetti in serie nella catena di montaggio delle scuole gestite dallo stato, dei mezzi di comunicazione dominati dallo stato, delle industrie controllate dallo stato.

In un periodo successivo (la seconda metà del secolo XX) con la fine dei capi politici potenti assistiamo all’emergere di figure (Adenauer, De Gaulle, Attlee, De Gasperi, Eisenhower, Macmillan) scelte come per rassicurare il popolo stanco di combattimenti. Alcune di queste figure quasi paterne hanno coesistito con altre più giovani e più vibranti (Kennedy, Trudeau) che hanno prefigurato la situazione attuale in cui il capo è essenzialmente uno show-man o show-woman o è capace di agire come tale. Dai politici e dalla politica l’uomo massa chiede sempre più di essere intrattenuto, oltre che di essere esentato dallo sforzo di pensare e di agire, sperando che altri risolveranno magicamente tutti i suoi problemi.

Quello che si suppone caratterizzasse soprattutto il secolo XIX, e cioè la lotta per l’esistenza e la sopravvivenza del più adatto (the survival of the fittest), è stato rimpiazzato nel corso del secolo XX secolo dall’incessante consumo di beni e dall’emergere del più grasso (the arrival of the fattest). Il compito più importante al giorno d’oggi è quello di consumare e di continuare a consumare perché ciò esige l’Economia, questa entità magica che nessuno ha mai visto.

Chiaramente tutto ciò è stato possibile perché, durante il XX secolo, sulla base di un incredibile aumento della produzione, lo stato militare prima e lo stato assistenziale poi sono riusciti a generare quello che può essere definito come l’idiota di massa seriale.
Focalizzando l’attenzione sull’attuale idiota di massa prodotto dallo stato con il supporto dei mezzi di distruzione mentale (e cioè i mass-media), tre aspetti, espressi da molti, balzano all’occhio. Essi sono:

- l’obesità fisica
- l’apatia mentale
- l’aridità morale

L’esistenza dell’idiota di massa seriale è stata sostanziata da studi sperimentali e anche da episodi reali. Esaminiamo brevemente solo alcuni casi esemplari che mettono in luce la manipolazione e la degenerazione di quanti vivono in una società di massa sotto il controllo e la tutela dello stato. La manipolazione e la degenerazione sono stati resi possibili, come accennato in precedenza, dal fatto che coloro che hanno il potere politico e culturale hanno sfruttato a loro vantaggio alcuni aspetti della dinamica natura umana - formazione culturale quali ad esempio:

Prestigio connesso allo status (caratteristica umana: docilità).
Stanley Milgram, forse uno degli psicologi più anticonvenzionali e geniali di tutti i tempi, ha escogitato un esperimento (1963) in cui un soggetto era autorizzato, da una presunta autorità scientifica (un attore), ad amministrare delle scariche elettriche (simulate) di varia intensità ad una persona (un altro attore) al fine di migliorare le sue capacità mnemoniche. Il fatto che molti soggetti (in un caso specifico 26 su 40) siano stati pronti ad infliggere quelle che essi ritenevano fossero davvero scariche elettriche di eccezionale intensità (450 volt) seguendo le istruzioni di un uomo in camice bianco (un esperto) era ed è tuttora indicativo della propensione umana ad essere obbedienti all’autorità anche quando si tratta di mettere in atto richieste estremamente immorali (Stanley Milgram, Obedience to Authority, 1974).   

Potere connesso al ruolo (caratteristica umana: accettazione).
Nell’esperimento condotto dallo psicologo Zimbardo (1971) furono assegnati a caso ad un gruppo di studenti i ruoli di carcerato e di guardia in una prigione fittizia ricavata da spazi all’interno dell’edificio di psicologia dell’Università di Stanford in California. Le guardie furono, quasi fin dall’inizio, talmente prese dal loro ruolo e consapevoli del loro potere che si comportarono in maniera molto autoritaria e sadica nei confronti dei loro compagni studenti che interpretavano il ruolo di carcerati; questi ultimi a loro volta divennero, quasi tutti, stranamente sottomessi e obbedienti. L’esperimento dovette essere sospeso dopo solo sei giorni (invece delle due settimane previste) perché stava sfuggendo di mano, sollevando problemi morali di violenza materiale e psicologica incompatibili con una ricerca scientifica (Philip Zimbardo, The Lucifer Effect, 2007). 

- Pressione connessa al numero (caratteristica umana: conformità).
L’esperimento di Asch (1955) ha rappresentato una sorta di test scientifico della famosa fiaba di Hans Christian Andersen, Gli abiti nuovi dell’imperatore, in cui le persone ripetono quello che la maggioranza proclama anche se quanto detto non è altro che pura e semplice idiozia. Nell’esperimento un soggetto è messo in un gruppo in cui è stato richiesto agli altri membri di dare risposte sbagliate ad una serie di domande concernenti linee geometriche. Il risultato è stato che in molti casi (36,8%) il soggetto si è adeguato alla maggioranza dando risposte grossolanamente sbagliate andando contro la sua percezione e il suo giudizio. La pressione sociale a conformarsi era per taluni così forte che essi preferivano sbagliare con la maggioranza che sostenere il vero da soli (Solomon Asch, Opinion and Social Pressure, 1955). 

L’aspetto centrale, estremamente sconcertante e preoccupante, che emerge da tutti questi esperimenti, è che alcune caratteristiche della natura umana che sono quanto mai necessarie ed utili per promuovere la socialità e pacifiche relazioni sociali (la docilità, l’accettazione, la conformità) possono diventare anche, nelle mani di un qualche potere, armi aggressive che spingono le persone a commettere ogni sorta di idiozia, misfatto e perfino atrocità.

In altre parole, l’idiota di massa seriale così caro al potere statale per la sua docilità, accettazione, conformità, è un bravo ometto, generalmente incapace di far male ad una mosca, il quale potrebbe benissimo prender parte ad atti di brutalità o a programmi di sterminio di massa, basta solo che riceva ordini da persone vestite in maniera appropriata (scienziati in camice bianco o militari in alta uniforme), i quali godono di una posizione sancita dalla legge (ad es. i burocrati statali) e sono riconosciuti e sostenuti da un consistente numero di altri ometti (cioè, individui appropriatamente manipolati). Questo è quello che è stato già qualificato come “la banalità del male”. (Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem, 1963)

Quindi, quando avvenimenti atroci hanno luogo non c’è bisogno poi di discorsi indignati riguardo alla malvagità della natura umana e di esortazioni altisonanti in favore di un percorso di redenzione e di conversione. Questi sono proclami del tutto superficiali che servono solo a mascherare il meccanismo reale marcio che ha reso tutto ciò possibile, e cioè l’attribuzione di una sovranità monopolistica ad una certa entità (lo stato territoriale) nel cui nome e sotto la cui istigazione quasi tutte le atrocità sono commesse. L’esistenza di questo potere monopolistico costituisce il pericolo più spaventoso per il buono sviluppo della natura umana. Fino a quando questo potere non è denunciato e dissolto continueremo probabilmente ad assistere o addirittura a partecipare a casi estremi di follia collettiva (come il genocidio in Ruanda del 1994) o ad eventi ordinari di miseria morale.

Presentiamo allora alcuni di questi casi di ordinaria oscenità morale per chiarire meglio ciò a cui si fa qui riferimento:

L’accoltellamento di Kitty Genovese. Nel 1964, Catherine Susan Genovese, nota agli amici con il soprannome di Kitty, fu colpita a morte con un coltello vicino alla sua casa a Queens, New York. Lo stesso uomo la violentò e la colpì ripetutamente in due attacchi successivi. Molte persone che vivevano nell’area furono almeno parzialmente consapevoli che qualcuno era stato aggredito ma essi non fecero praticamente nulla. Finalmente, dopo il secondo attacco, una persona telefonò alla polizia; Kitty Genovese morì nell’ambulanza che la portava in ospedale. Le circostanze riguardanti la sua morte, pur non essendo così orribili come riportato allora da un cronista del New York Times (Martin Gransberg, "Thirty-Eight Who Saw Murder Didn't Call the Police." 27 Marzo 1964) sono nondimeno terrificanti e indicative dell’apatia e dell’indifferenza delle persone che vivono in una società di massa.

L’uccisione di James Bulger. Nel 1993, James Bulger, un bambino di due anni, fu portato via e ucciso da due adolescenti di dieci anni. I ragazzini condussero il bambino prima in un lontano canale e poi in vari altri luoghi. Durante il lungo tragitto a piedi, il bambino impaurito e già con alcuni lividi fu visto da 38 persone ma solo due intervennero in maniera molto blanda lamentandosi del modo in cui era trattato; nonostante ciò, alla pari di tutti gli altri, essi non fecero praticamente nulla. James Bulger fu alla fine condotto sulla linea ferroviaria vicino alla stazione di Walton & Anfield (Liverpool) e colpito con una sbarra di ferro che gli fracassò il cranio. Dopo aver provocato 42 ferite dappertutto sul corpo, i ragazzini collocarono il bambino sui binari ferroviari dove fu tagliato in due da un treno dopo che essi si erano allontanati. Questo episodio ripete lo stesso modello del caso precedente; molte persone videro che c’era qualcosa di sbagliato, ma non ebbero l’energia, il coraggio e la voglia di intervenire. Per l’idiota seriale di massa l’intervento spetta allo stato. È necessario quindi fare riferimento a un episodio in cui lo stato fu chiamato ad intervenire.

L’annegamento di Jordan Lyon. Nel 2007 Jordan Lyon, un ragazzo di 10 anni si gettò in uno stagno nei pressi di Manchester (Inghilterra) per salvare sua sorella. Dopo averla trascinata verso la riva scivolò sott’acqua a causa del peso della sorella. I poliziotti chiamati sul posto per cercare di salvarlo non intervennero perché, come è stato in seguito precisato, non avevano seguito lezioni di salvataggio in acqua e di pronto soccorso.

Quello che questi episodi mostrano non è la malvagità della natura umana ma la pura e semplice cancellazione dell’umanità (e quindi della natura umana) e la riduzione degli individui a macchine prive di sentimenti, pensieri, volontà. L’idiota seriale di massa ha rinunciato al suo compito di essere umano e ha delegato tutto al Grande Fratello, lo stato territoriale monopolistico, a cui ha consegnato il suo corpo, il suo cervello, la sua anima.

L’idiota di massa seriale generato dal Grande Fratello è ora:

- Un professionista nello scaricare le responsabilità.
- Un esperto nell’evitare i biasimi.
- Un campione nell’arte della credulità.  

A parte alcuni casi gravi di straordinaria violenza a livello individuale, l’idiota di massa seriale può essere assimilato più ad un gregge di pecoroni che ad un branco di lupi. In realtà, l’immagine convenzionale degli uomini come lupi non ha mai colto particolarmente  nel segno e quindi la vecchia (falsa) affermazione “homo homini lupus” dovrebbe essere sostituita da una nuova e più realistica espressione: “homo homini loco”. Questa caratterizzazione (loco=stupido) significa che noi siamo lentamente diventati idioti totali che si autoingannano credendo che i problemi sociali derivano dalla malvagità intrinseca alla natura umana mentre essi sorgono a causa della perdita di qualsiasi traccia di natura umana. Coloro che sono al potere hanno manipolato le qualità umane (senza trovare alcuna opposizione) al fine di distruggere la natura umana (umanità) e giustificare così il loro ruolo oppressivo di guardiani. Quella che è emersa è la “follia sotto controllo” (“controlled insanity”) così bene descritta da George Orwell in 1984, in cui “la vera caratteristica della vita moderna non è la sua crudeltà e insicurezza, ma semplicemente il suo squallore, la sua tetraggine, la sua apatia”.

Il diventare un idiota seriale di massa privo di natura umana è la principale o quanto meno la più probabile strada aperta alla maggior parte delle persone nella società di massa plasmata dal Grande Fratello, lo stato monopolistico.
Questa non è però la sola opzione per coloro che non vogliono essere triturati come individui e ridotti a poltiglia informe, pressata nella stesso stampo identico per tutti (la manifattura statale delle identità).

Paradossalmente i governanti approfittano specialmente delle qualità peculiari all’essere umano (potenzialità, plasticità, polivalenza) per farne un docile strumento, cristallizzato in un comportamento stabilito e, alla fine, privo di quelle qualità proprie della natura umana. Per cui coloro che non sono interessati a diventare idioti seriali di massa devono impegnarsi a recuperare le loro qualità umane che possono essere messe pienamente in uso in una realtà sociale totalmente differente che non è solo possibile ma anche preferibile. 

 

La realtà sociale preferibile (^)

La complessità della natura umana e la varietà degli esseri umani e delle esperienze umane (gli aspetti, le dimensioni e i fattori) è un qualcosa che osserviamo ogni giorno a meno che la nostra visione non sia distorta da pregiudizi ideologici.
Una volta che ci rendiamo conto di questo, dobbiamo anche accettare il fatto che bontà e cattiveria, apatia ed vitalità, creatività e conformismo, all’interno della stessa persona o come tratti dominanti di persone differenti, sono espressioni della natura umana che non possono essere modificate o abolite per decreto ma che devono essere tenute sempre in considerazione.

In presenza di questa situazione, sussistono tre punti importanti che devono essere sottolineati quando facciamo riferimento a dinamiche sociali e che dovrebbero essere fatti valere quando abbiamo a che fare con una organizzazione sociale:

1. A nessuno (e certamente non all’individuo violento, scroccone, apatico) dovrebbe essere consentito, da solo o in gruppo, di definire la realtà generale a cui tutti si devono adeguare. Sotto il dominio della massa (che chiamiamo democrazia) questo è purtroppo ciò che avviene; ed è questa una situazione che non può mai essere giustificata per quanto forte possa apparire il peso che sorregge tale imposizione (la volontà della maggioranza) o per quanto persuasivi siano le parole impiegate per farla accettare (solidarietà, uguaglianza, sicurezza, ecc.).

2. L’interrelazione ricca tra natura umana - esseri umani - esperienze umane richiede una organizzazione sociale caratterizzata da un meccanismo che consenta a questa complessità  e varietà di esprimersi liberamente; questo significa la nascita e l’accettazione, l’una accanto all’altra, di società parallele basate su forme volontarie di associazione prodotte e scelte dagli individui.

3. Una molteplicità di società volontarie parallele, ognuna legittima di per sé stessa, è possibile solo se il potere è altamente diffuso tra tutti gli individui e nessuno è in grado di imporre il suo volere arbitrario sugli altri.     

Come è stato detto precedentemente, la società di massa racchiudeva certe potenzialità che si sarebbero potute sviluppare in qualcosa di simile alle società parallele se le tossine del nazionalismo, monopolismo, territorialismo non fossero state incubate dalle persone violente e da coloro che vogliono vivere alle spalle degli altri e inoculate nella maggioranza apatica, convogliando tutti verso lo statismo monopolistico territoriale e i conseguenti disastri materiali e morali.

L’emergere delle masse da una condizione di soggezione e di sfruttamento è stato un risultato positivo della modernità se dalle masse fossero germogliati individui con personalità distinte e responsabilità interiorizzate.

Questo avrebbe potuto essere possibile in quanto l’incantesimo dell’autorità sacrale (impersonata dalla gerarchia ecclesiastica) era scemato e la venerazione per i dogmi era stata infranta da convinzioni più illuminate, basate sulla ricerca scientifica. Eppure, ciò non avvenne perché la lotta contro l’oscurantismo della Chiesa e contro l’elitismo sociale fu alla fine monopolizzata da una entità, il nascente stato nazionale territoriale, che assumeva e assommava gli aspetti peggiori del potere della Chiesa e li moltiplicava per la sua immensa gloria.

Quella che abbiamo adesso è una società di massa in cui possiamo identificare grosso modo tre tipologie di persone:

I deboli. Coloro che non sanno e sono consapevoli, in una certa misura, di non sapere; per questo motivo essi sono timorosi di prendere decisioni concernenti la loro vita. La loro aspirazione è la delega del potere.

Gli amanti della libertà. Coloro che sanno abbastanza per sentirsi sicuri di affrontare la vita a modo loro e che sono anche consapevoli della complessità della realtà generale; per questo motivo non sono interessati a prendere decisioni riguardanti tutti in quanto sono già abbastanza occupati a prendere le decisioni giuste per sé stessi. Non vogliono essere né servi né padroni. La loro aspirazione è l’autonomia.

- Gli impostori. Coloro che non sanno abbastanza e soprattutto non vogliono sapere quanto complessa è la realtà generale per cui si illudono e pretendono di sapere tutto; per questo motivo essi sono convinti che è del tutto appropriato prendere decisioni per tutti riguardo ogni problema, in quanto le loro decisioni, a loro avviso, sono le migliori. La loro aspirazione è l’accaparramento del potere.

La connivenza non dichiarata del debole con l’impostore (in una sorta di dinamica che richiama quella tra il masochista e il sadico) ha schiacciato l’individuo amante della libertà alla ricerca della sua indipendenza. Il meccanismo delle società parallele permetterebbe di realizzare le aspirazioni di ciascuno senza coinvolgere forzatamente tutti, in particolare coloro che non vogliono decidere per gli altri o delegare agli altri. Infatti permetterebbe anche a coloro che non vogliono prendere decisioni in maniera autonoma di avviare specifiche istituzioni da essi finanziate e che si occupino esclusivamente di loro.

La realtà sociale preferibile che qui si prefigura non è una realtà che sorge da voli straordinari della fantasia o da imprese ambiziose in cui solo gli aspetti migliori della natura umana trovano collocazione e il resto è scartato per legge. Questa visione rosa che troviamo, in vario modo e misura, nei proclami sociali e nei programmi dei partiti, non è né quello di cui abbiamo bisogno né quello che possiamo avere. Quello a cui dovremmo mirare è un meccanismo sociale, possibile e praticabile, che non pretende di conseguire il compito impossibile, illusorio e idiota di modificare la natura umana (ad esempio, di sopprimere per sempre ogni aggressività) ma che utilizza le inclinazioni umane, anche quelle che sono considerate negative come l’egoismo e l’aggressività, nella maniera migliore e più feconda.

Ad esempio, la cooperazione e la competizione sono aspetti entrambi insiti nella natura umana e non serve a nulla lodare l’uno a scapito dell’altro o cercare di sopprimere l’uno a vantaggio dell’altro, come hanno fatto e continuano a fare insistentemente e inutilmente uomini politici e giornalisti.

C’è stato un periodo in cui la competizione era accettata come la sola dinamica sociale valida (la lotta per l’esistenza), mentre in tempi più recenti la cooperazione è diventata la parola d’ordine.

Ad ogni modo, quello che non è chiaro alle persone fissate in una ideologia è il fatto che, ad esempio, se si sopprime la competizione potremmo dire addio alla competenza e alla persona competente (tutti questi termini hanno la stessa radice etimologica) ed essere instradati verso un mondo da incubo abitato da atomi sociali privi di energie, sfide, ambizioni, e che devono rimanere tali per non compromettere una situazione egalitaria statica.

Per quanto riguarda la cooperazione, questa potrebbe sfociare nel corporativismo, nel nepotismo e in ogni sorta di attività dannosa in cui il gruppo locale o nazionale “coopera” a danno di tutti gli altri.

Quello che invece si richiede è ciò che è stato sostenuto in precedenza, e cioè una realtà sociale caratterizzata da un meccanismo sociale in cui i molteplici aspetti, dimensioni e fattori sono lasciati liberi di operare e a cui dà forma e direzione il libero gioco di tutti gli attori, e in cui nessuno è sostenuto in maniera disonesta da un potere monopolistico sovrastante o messo al riparo ingiustamente per quanto riguarda le sue responsabilità personali.

Se questo meccanismo sociale altamente possibile e preferibile è assente o è ostacolato nel suo funzionamento il risultato è un realtà sociale carente e mutilata e di conseguenza, con tutta probabilità, un essere sociale carente e mutilato.
Ecco perché una nuova realtà sociale richiede un nuovo essere umano e viceversa. In altre parole, per realizzare questa realtà sociale preferibile, aperta a molti percorsi possibili per tutti, abbiamo bisogno di un essere umano singolare.

 

L’essere umano singolare (^)

La persona che ci dovremmo attendere emerga dalle varie possibilità aperte all’individuo dalla natura umana non è di certo la figura idealizzata di un santo o di un eroe su larga scala. Questo scenario non è né probabile né forse tanto augurabile. Inoltre, se tutti fossero santi o eroi non ci sarebbe molto bisogno di atti di santità e di eroismo.

Quello di cui abbiamo bisogno è semplicemente un essere umano libero di sviluppare le sue potenzialità senza che altri esseri umani organizzati come blocco di potere cerchino di ostacolarne lo sviluppo e di sottometterlo ai loro capricci. Ogni qualvolta questo blocco ha successo il risultato è una personalità repressa, relegata in una posizione subordinata, in un determinato contesto, all’interno di un ambiente chiuso.

Gli attacchi all’essere umano sono partiti nella maggior parte dei casi da centri di potere e non da altri individui autonomi. Ai giorni nostri, lo stato centrale territoriale è il maggiore colpevole al riguardo. Infatti attacchi prolungati di violenza organizzata sono possibili solo attraverso una entità strutturata che si è arrogata il monopolio della violenza e la licenza di uccidere. La sola organizzazione con queste caratteristiche è lo stato territoriale.

Inoltre, questo potere territoriale monopolistico giustifica la sua esistenza attribuendo a tutti vizi e misfatti (inganno, aggressività, ruberie, ecc.) che sono invece propri a sé stesso.

È quindi del tutto indicato delineare i contorni dell’essere umano singolare qui contemplato indicando e sottolineando le differenze radicali con l’idiota di massa della società di massa. A questo fine tre aspetti alternativi emergono in primo piano:

- l’individualità al posto dell’identità
- la differenziazione al posto dell’integrazione
- la distinzione al posto dell’uniformità.

Individualità - Identità

L’individualità, un termine qui utilizzato a significare il processo di individualizzazione  e di formazione della personalità individuale, è un concetto rigettato dalla ideologia della società di massa. I promotori culturali della società di massa (intellettuali e giornalisti al servizio dello stato) usano il termine identità come un surrogato del termine individualità. Comunque questa è una sostituzione ingannevole e assurda perché i due termini significano esattamente l’opposto.

Per mettere in luce la differenza radicale possiamo dire che all’idiota seriale di massa è stata assegnata e porta su di sé una identità (di solito una similarità di gruppo prodotta artificialmente) mentre l’essere umano singolare sviluppa e mostra una individualità (cioè una personalità individuale formata autonomamente).

Una identità, al pari della sua espressione più nota, la carta di identità, è un qualcosa di dato/attribuito alla persona o registrato riguardo ad una persona da parte di un agente esterno (attualmente lo stato territoriale) e ha la funzione di identificare i soggetti per motivi di controllo dal centro e di organizzazione dall’alto. In una società di massa, al di là di queste distinzioni materiali burocratiche (età, sesso, nazionalità, ecc.) le persone sono più o meno simili l’una all’altra almeno all’interno di un certo territorio e si suppone che lo debbano essere perché si dice e ci si aspetta che abbiano appunto una identità nazionale (che parlino la stessa lingua, mangino lo stesso cibo, ubbidiscano alle stesse regole, ecc.).

Una individualità (una personalità individuale) è qualcosa di completamente diverso. Innanzitutto non può essere attribuita come il numero di un passaporto. Infatti, più si usano strumenti burocratici di identificazione (come numeri o codici a sbarre) più l’individuo è spersonalizzato e perde la sua individualità. Certamente un numero (come quello impresso sul braccio di un prigioniero in un campo di concentramento o quello stampato su un passaporto concesso a coloro che vivono nelle gabbie nazionali) è un modo abbastanza buono per identificare un individuo ma è del tutto inutile per definire/descrivere una individualità.

In secondo luogo, una individualità (una personalità individuale) è principalmente il risultato di uno sviluppo personale in cui gli elementi esterni possono agire come leva o ostacolo ma non possono essere in alcun modo considerati come gli agenti che hanno costruito quella individualità.

Differenziazione - Integrazione

La totale noncuranza assegnata, in una società di massa, all’individualità si unisce con l’accento posto sull’integrazione. A una persona cresciuta in una certa cultura la quale si trasferisce in un regione differente del mondo è richiesto di integrarsi in quella cultura e di assimilare le linee di comportamento dettate dal gruppo dominante. Chiaramente non facciamo qui riferimento a forme di condotta che hanno valore universale (tolleranza, rispetto, ecc.) perché si suppone che la persona le osservi già e, se questo non è il caso, ciò che è richiesto non dovrebbe essere chiamato integrazione ma umanizzazione o maturazione. Qui si fa invece riferimento al fatto che il gruppo dominante pretende di assimilare il nuovo venuto in un modo di vita ritenuto superiore in tutto (altrimenti non esisterebbe una giustificazione accettabile per questa pretesa). Comportandosi così il gruppo dominante vuole trasformare quello che lui etichetta come lo straniero in un altro idiota seriale di massa per controllarlo meglio. Questa è tra le più sgradevoli manifestazioni di arroganza e la punta massima di quell’egoismo che i governanti della società di massa sono così pronti a condannare. Infatti “egoismo non è vivere come uno vuole. Egoismo è chiedere agli altri di vivere come vogliamo noi”. (Oscar Wilde, The Soul of Man under Socialism, 1891)

L’integrazione sostenuta dal potere statale nazionale non è altro che la nazionalizzazione dell’individuo e la soppressione/sottomissione delle sue tendenze naturali e preziose verso la specificità (individualizzazione) e l’universalità (cosmopolitismo). È un vero peccato che l’espressione francese “vive la difference” originariamente utilizzata come apprezzamento della differenza tra i sessi non sia stata applicata anche ad ogni singolo individuo, avendo a cuore la sua unicità come una qualità da proteggere e da rispettare.

Chiaramente non si intende qui ignorare il desiderio di una persona di far parte di un gruppo e quindi di integrarsi in quel gruppo e di assimilarne i tratti culturali. Comunque questo dovrebbe avvenire in maniera volontaria, lasciando la persona totalmente libera di scegliere il gruppo (o i gruppi) a cui intende associarsi e gli aspetti che vuole assumere.

La scelta caratterizzante: Mi associo - Mi separo - Mi isolo, con tutte le possibili sfumature e gradazioni, dovrebbe essere sempre disponibile per tutti. Alla fine il risultato sarebbe un essere umano distinto, che si definisce e si sviluppa in maniera autonoma, liberamente e pienamente associato ai gruppi dei quali egli vuole essere membro.

Distinzione - Uniformità

La società di massa, in cui identità e integrazione sono considerati aspetti positivi e necessari, è una società basata sull’uniformità. La scuola e gli strumenti di comunicazione di massa sono l’equivalente della catena di montaggio in cui un prodotto in serie è manifatturato tramite indottrinamento usando i soliti mezzi di inganno universale. Il prodotto di massa è, in questo caso, lo stesso essere umano, fatto in serie sulla base delle indicazioni specifiche fornite dai capi, i governanti statali. Il fatto che nella fabbrica-stato i lavoratori eleggono i capi non cambia per nulla il dato che i beni prodotti sono del tutto simili (una identica tetra esistenza) e non rappresenta una grande differenza rispetto alle epoche in cui il re era installato al potere dalla folla acclamante.

Sia nel passato che nel presente i governanti erano esaltati ed eletti in quanto riuscivano a presentarsi come i protettori della società e come coloro che avevano a cuore l’umanità; tuttavia quello che essi dimenticano sempre di menzionare è che non possono assolutamente sopportare l’essere umano singolare in carne ed ossa perché turba e mette in pericolo i loro piani di controllo totale e di imposizione dall’alto.

Ecco allora perché l’aspetto della distinzione degli esseri umani è un aspetto cruciale per coloro che vogliono procedere oltre la società di massa e l’uomo massa. Va detto ancora che ciò non significa che il condividere certe caratteristiche non sia un qualcosa non solo da attendersi ma anche da augurarsi. In fatti potremmo dire che più una persona esprime un insieme di caratteristiche condivise (un mestizo) più pronunciata è la sua singolarità.

 

L’accento posto qui su individualità, differenziazione e distinzione è dovuto al fatto che nella situazione corrente questi aspetti sono tutti soffocati in molti modi. Comunque, quello che è davvero congegnale alla natura umana è per l’essere umano poter sperimentare un continuum di realtà sociali e personali caratterizzate da:

universalità: la comunanza della razza umana
pluralità: la varietà dei gruppi sociali
unicità: la peculiarità degli esseri individuali.

Muovendosi lungo questo continuum l’essere umano sceglie volontariamente di collocarsi su vari punti in periodi differenti di tempo, sulla base delle sue esigenze personali e sociali. Quanto più si muove verso e si mescola con le persone tanto più ci si aspetta da lui che condivida i principi comuni dell’umanità. Quanto più vive per conto suo tanto più ha il diritto di non essere disturbato e di essere eccentrico alla sua maniera.

Tutte queste differenti possibilità/percorsi aperti all’essere umano sono ciò che fa l’essere umano singolare in contrasto con l’idiota seriale di massa.

La singolarità è qui caratterizzata da tre aspetti:

specificità: diventare un individuo specifico qualsiasi cosa ciò significhi in termini di differenze o di somiglianze rispetto ad altri esseri umani;
volontarietà: lo sviluppare questa specificità attraverso scelte personali libere;
responsabilità: essere responsabile delle scelte fatte e accettare/sopportare tutte le conseguenze, positive o negative.   

Siamo allora tornati all’immagine dell’essere umano presentata da Pico della Mirandola come l’artefice della propria vita attraverso l’uso di un insieme di strumenti (la natura umana) a sua disposizione.

Questo è ciò che è stato sottolineato da Sallustio (Fabrum esse suae quemque fortunae) a Francis Bacon (Chiefly, the mould of man’s fortune is in his own hands).

Questo è esattamente quello che Thoreau aveva in mente quando scrisse:

"Non conosco fatto più incoraggiante dell'indiscutibile abilità dell'essere umano di elevare la sua vita attraverso uno sforzo consapevole" (Henry David Thoreau, Walden, 1854).

Lo stesso concetto è stato in seguito riaffermato da un’altra mente criticamente indipendente:

"L'accettazione cosciente delle difficoltà ha sempre distinto la vita dell'uomo da quella degli animali domestici: galline pecore giornalisti-ufficiosi pappagalli e simili" (Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, 1938).

E questa è la vera essenza e finalità dell’essere umano singolare che emerge dalla natura umana.