Gian Piero de Bellis

Capitalismo & Socialismo, varianti economiche dello statismo

(Ottobre 2015)

 


 

Nell’ambito del discorso politico ed economico accade spesso che realtà simili o che hanno una stessa origine siano presentate e percepite come distinte o addirittura contrapposte. Lo scopo è, ad esempio, quello di attirare votanti (i partiti che si danno battaglia pur differenziandosi tra di loro solo a parole) o clienti (le benzine che sono tutte uguali se non fosse per la pubblicità delle diverse marche di distribuzione). Ma una persona che esamina tali fenomeni dall’esterno, in maniera obiettiva e non passionale, si dovrebbe accorgere della sostanziale identità e non lasciarsi distrarre dall’aspetto formale e superficiale della diversità.

Purtroppo i mezzi di informazione di massa e la scuola statale sono stati e sono maestri interessati nel presentare e sostenere distinzioni tutto sommato fasulle; e questo perché ciò fa comodo ai loro padroni che, tutti indistintamente, prosperano sulle divisioni e contrapposizioni.
Gli esempi di contrapposizioni fasulle sono tanti. Il più noto è quello tra democrazia e dittatura. Come già rimarcato in passato da Tocqueville, per l’individuo che vuole essere libero e indipendente, non vi è molta differenza tra il dominio di una persona (dittatura) e quello della maggioranza (democrazia).

Coloro che credono, ingenuamente, nell’esistenza di contrapposizioni vere anche quando tali non sono, fanno notare, a sostegno della loro tesi, che scontri reali esistono tra gruppi per l’affermazione delle rispettive posizioni. A questa obiezione si può però facilmente rispondere che, quanto più due persone o gruppi formalmente differenti vogliono sostanzialmente la stessa cosa in maniera esclusiva (ad es. il dominio monopolistico su uno stesso territorio e i suoi abitanti) tanto più ci saranno scontri anche molto aspri. Ed essi hanno luogo proprio perché i due gruppi hanno atteggiamenti e comportamenti pressoché identici.

Un altro esempio lampante è quello del fascismo e del comunismo, che hanno entrambi origine dal socialismo da caserma imbevuto di nazionalismo (la patria) e di settarismo (il partito).

Le identità tra questi fenomeni sono state a suo tempo rimarcate da individui criticamente percettivi.
C’è però una coppia di fenomeni che ancora vengono visti come antitetici anche se antitetici non sono. Essi sono diversi perché emergono in realtà culturali e sociali che si trovano a livelli diversi di sviluppo, ma questa diversità non va vista come alterità.
Facciamo qui riferimento alla coppia di fenomeni qualificati con i termini di capitalismo e socialismo. L’ipotesi che qui si avanza e che essi siano le due facce o varianti economiche dello stesso fenomeno storico : lo statismo. In particolare che:

- il capitalismo sia la forma economica dello statismo dei paesi avanzati industrializzati;
- il socialismo sia la forma economica dello statismo dei paesi arretrati o in via di industrializzazione.

Vediamo allora di portare elementi a chiarificazione di questa ipotesi.

Il capitalismo come statismo

Il capitalismo moderno è sorto e si è sviluppato in presenza della formazione degli stati nazionali. La contemporaneità dei due fenomeni mostra di certo una correlazione che però non significa causazione. Per questo dobbiamo vedere se esistono altri elementi comuni, strettamente legati tra di loro in una dinamica di causa ed effetto. Vediamo di elencarne alcuni che potrebbero avvalorare l’ipotesi dell’unione genetica tra capitalismo e statismo:

- Lo stato come levatrice del capitalismo. La formazione degli stati nazionali permette la creazione di un mercato nazionale e la fine dei particolarismi feudali. Questo rappresenta uno dei fattori più importanti alla base della nascita del capitalismo industriale.

- Lo stato come finanziatore del capitalismo. Il debito statale e le banche sostenute dallo stato hanno giocato un ruolo rilevante nella industrializzazione di alcuni paesi europei (ad es. Germania, Italia). Inoltre gli espropri attuati dallo stato delle terre comuni e delle proprietà della Chiesa hanno permesso a talune persone dotate di spirito imprenditoriale l’accumulo di capitali e l’avvio di imprese capitalistiche nell’agricoltura e nell’industria.

- Lo stato come stampella del capitalismo. La Banca Nazionale è intervenuta regolarmente per salvare banche private e imprese capitalistiche da crisi ricorrenti nel corso di tutto il secolo XIX. In Inghilterra questo è avvenuto anche in dispregio delle leggi bancarie (Bank Act, 1844) che vietavano tali interventi.

- Lo stato come garante del capitalismo. La difesa della proprietà borghese, come rimarcato da Adam Smith e da molti altri dopo di lui, ha richiesto la presenza costante dello stato. Mises arriva addirittura a dire che senza lo stato non ci sarebbe alcuna protezione di beni e persone e quindi nessuna attività capitalistica.

- Lo stato come valvola di sfogo del capitalismo. L’aspetto attualmente più importante che caratterizza il capitalismo come variante economica dello statismo è rappresentato dall’assorbimento dei prodotti del capitalismo, reso possibile dall’intervento statale attraverso:

- l’imperialismo: la ricerca di sbocchi per l’impiego dei capitali e per la vendita delle merci che accompagna l’espansione del capitalismo è stato uno dei motivi alla base dello sviluppo dell’imperialismo. E anche se il mercato coloniale locale non è stato mai molto esteso, tuttavia le avventure imperiali hanno richiesto l’impiego di risorse fianziarie che hanno generato un canale per le vendite (consumi) e l’occupazione (burocrazia, esercito).
- l’assistenzialismo: i capitalisti, per salvaguardare i loro interessi, si sono generalmente opposti, tranne rare eccezioni (ad es. Henry Ford), ad un aumento dei salari e ad un abbassamento dell’orario di lavoro. Ma così facendo, in presenza di un incremento progressivo della produttività, hanno provocato crisi ricorrenti di sovrapproduzione. Con l’invenzione da parte di conservatori e dei liberali dell’assistenzialismo statale si è allora creato un meccanismo volto a garantire la pace sociale e l’assorbimento della produzione.
- il parassitismo: il produttivismo capitalistico richiede inoltre veri e propri sprechi e comportamenti insensati (scavare e riempire buche, stampare moneta in quantità abnormi) in modo da permettere al capitalismo di sopravvivere occupando persone e vendendo merci. Senza le ricette del liberale Keynes (l’occupazione assistita e il debito statale per stimolare i consumi) il passaggio, nel corso del tempo, ad una società post-statista e post-capitalista (sempre meno grandi imprese e lavoratori dipendenti) sarebbe stato uno sbocco altamente probabile.

- Lo stato come beneficiario del capitalismo. Infine va sottolineato il fatto importante che senza il capitalismo lo stato non avrebbe mai avuto i mezzi per dominare la società nel suo complesso. Il produttivismo capitalistico e il parassitismo statalistico sono dunque le due facce della stessa medaglia. Attraverso il capitalismo lo stato ha potuto contare su risorse costanti e crescenti per espandersi e sopravvivere (ad es. il pizzo incassato su ogni bene prodotto e venduto dal capitalista).

Lo statismo, essendo un fenomeno epocale di portata generale (anche se non eterno e onnipresente), si è presentato in forme diverse a seconda del grado di sviluppo di civiltà delle popolazioni. Passiamo allora ad esaminare un altro tipo di statismo che riguarda gruppi che si trovavano in situazioni sociali ed economiche più arretrate.

Il socialismo come statismo

Se nelle società dell’Europa occidentale l’aristocrazia terriera ha posto in luce tendenze imprenditoriali (messa a coltura delle terre comuni recintate in Inghilterra) o si è sviluppata una vera e propria classe urbana (la borghesia) dedita alla produzione e ai commerci, nulla di tutto ciò si è verificato nell’Europa orientale (Impero Russo) dove le strutture socio-economiche erano autoritarie e di tipo feudale. Indice di ciò è il fatto che la servitù nelle campagne è stata abolita solo nel 1861 per decreto dello zar, e questo per evitare che sommovimenti dal basso la sopprimessero in maniera violenta.

È quindi nel paese più arretrato d’Europa che, nel 1917, scoppia la Rivoluzione Russa che avrebbe dovuto portare benessere ed uguaglianza per tutti. Ma le condizioni culturali, sociali ed economiche sono del tutto inesistenti per questo passaggio verso il « paradiso » socialista.
Dopo un primo periodo di sbandamento, Lenin capisce che non si tratta di sviluppare il socialismo ma di introdurre il capitalismo nella Russia semi-feudale. Infatti come da lui affermato, l’obiettivo era quello di instaurare « il capitalismo di stato [che] costituirebbe un passo in avanti rispetto alla situazione corrente nella repubblica dei soviet. » L’esempio da seguire era la Germania di allora che rappresentava la punta più avanzata in fatto di « sistema produttivo basato su grandi imprese capitalistiche e organizzazione pianificata. » (vedi qui)
In assenza però di una classe imprenditoriale borghese, il partito bolscevico si assume il compito di guidare e attuare l’industrializzazione. In sostanza lo stato diventa il capitalista supremo per supplire alla mancanza di alternative rappresentate da capitalisti borghesi in carne ed ossa.

La modernizzazione dell’economia russa, messa da parte la retorica socialista, è tutta sotto il segno del capitalismo. Si potrebbe addirittura affermare che quel processo di industrializzazione accelerata e su grande scala va visto come il più grande esperimento di capitalismo mai tentato fino allora. Esso è caratterizzato da:

- accumulo rapido di capitale
- sviluppo di fonti energetiche per l’industria (elettrificazione)
- formazione di imprese di grandissime dimensioni
- introduzione dell’organizzazione scientifica del lavoro (taylorismo e stakanovismo)
- produzione di massa in serie
- rifiuto dell’egalitarismo
- proibizione degli scioperi
- celebrazione dei milionari proletari.

Che poi tutto ciò sia stato chiamato socialismo invece di capitalismo deriva da alcuni aspetti importanti ma tutto sommato secondari rispetto alla realtà delle cose:

- le potenze capitalistiche occidentali erano state alleate dello zar e accettavano o sostenevano più o meno tacitamente la sua politica autoritaria;
- il loro intervento contro la rivoluzione (guardie bianche contro guardie rosse) ha inimicato definitivamente il gruppo dirigente bolscevico nei confronti del capitalismo occidentale;
- sventolare la bandiera del socialismo era il solo mezzo per mobilitare le masse contadine e operaie a compiere uno sforzo sovrumano verso l’industrializzazione.

Quindi, che si tratti di industrializzazione capitalistica non ci dovrebbero essere molti dubbi. Che tutto ciò sia stato promosso da un capitalista collettivo (lo stato dominato dal partito) è conseguenza del fatto, già precedentemente sottolineato, che non esistevano i capitalisti individuali (i borghesi). Chiaramente se ci fossero state espressioni diffuse di imprenditoria privata, il « socialismo » come capitalismo di stato non si sarebbe manifestato o non si sarebbe imposto in maniera così brutale e totalizzante. Avremmo assistito a forme più attenuate e più avanzate di capitalismo di stato come sono emerse nell’Europa occidentale, spesso a seguito di crisi sociali ed economiche. Ne sono esempi:

- Il Fascismo. Un capitalismo debole e gracile come quello italiano si è affidato ad un socialista (Mussolini) per risolvere i suoi problemi e vedere salvaguardata la sua esistenza. La stessa cosa avverrà in Germania e, non a caso, il capitalismo sotto la protezione dello stato sarà guidato da un partito che si è qualificato espressamente come socialista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei = Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi).

- Il New Deal. La crisi epocale del ’29 in America, frutto di un produttivismo esuberante che non trovava sbocchi adeguati alle sue merci (anche per la presenza di salari relativamente bassi rispetto al livello di produttività raggiunto e di un protezionismo crescente e generalizzato), richiede l’intervento dello stato federale. In sostanza, il « socialista » Franklin Delano Roosevelt non ha fatto altro che cercare di salvare il capitalismo rilanciando il potere di acquisto interno delle masse. E il New Deal è stato lo strumento per rianimare il blocco industriale-sindacale sotto la direzione statale.

- Le socialdemocrazie dell’Europa del Nord. Il socialismo capitalistico dei paesi nordici è stata un’altra variante del social-capitalismo a protezione statale. In effetti, è stata l’espressione dello statismo di maggior successo in termini di benessere materiale delle masse.

Se l’ipotesi qui presentata che il capitalismo e il socialismo, in quanto realtà empiriche e non come modelli inventati, siano le due facce dello statismo, ovvero le sue due varianti economiche, allora ne consegue che per andare oltre lo statismo occorre superare sia il capitalismo che il socialismo. Riproporre una contrapposizione fittizia fa solo il gioco dei padroni dello stato e dei loro sostenitori e fiancheggiatori.
Purtroppo moltissimi sono ancora succubi di una de-formazione che ha avuto luogo sotto la scuola statale e che ha dato loro un imprinting indelebile, fatto di distinzioni e scontri ideologici, tanto più assurdi quanto più essi sono obsoleti e fuorvianti. Per cui si può ben dire che i maggiori sostenitori, nei fatti, dello statismo, sono proprio coloro che si danno battaglia acerrima sulla base delle contrapposizioni fasulle di capitalismo e socialismo.

Per fortuna esistono persone che non sono affatto interessate dalle diatribe ideologiche e sono invece affascinate dalle sperimentazioni tecnologiche. Al giorno d’oggi queste sperimentazioni sono possibili anche con l’impiego di risorse materiali abbastanza limitate (poco capitale) e non richiedono masse di lavoratori dipendenti, grandi edifici, padroni e pianificatori, o tutto ciò che è stato visto come capitalismo o socialismo.

È quindi sperabile e augurabile che, da una parte, vecchi e nuovi tromboni dello scontro ideologico si logorino nelle loro diatribe inutili e appaiano sempre più come mummie senza vita; e, dall’altra, che il fascino della sperimentazione tecnologica e sociale coinvolga un numero sempre maggiore di persone sia come innovatori che come praticanti dell’innovazione.

Allora la contrapposizione capitalismo-socialismo apparirà come lo scontro tra Guelfi e Ghibellini. Chi era per il Papa e chi per l’Imperatore? O tra bianchi e neri. Chi era per chi e per che cosa?
E nel caso delle distinzioni destra-sinistra e capitalismo-socialismo ci si domanderà, come pura curiosità storica, chi era per lo stato e chi contro lo stato.
E allora si scoprirà definitivamente che erano tutti per lo stato, lo stato dei capitalisti (capitalismo) o il capitalismo di stato (socialismo).
Ed è questo che va superato da tutti coloro che non vogliono essere sottomessi ad alcuno stato, a meno che non lo abbiano scelto loro, liberamente e volontariamente.

 


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