Gian Piero de Bellis

Il territorialismo come base indispensabile del banditismo

(Luglio 2012)

 


 

Nel marzo del 1519, l'avventuriero spagnolo Hernán Cortés sbarcò sulle coste del golfo del Messico e dichiarò l'intero territorio proprietà esclusiva della corona spagnola.
Ecco, questo è uno dei tanti casi nella storia in cui il territorialismo ha fatto la sua comparsa.

Che cos'è dunque il territorialismo?
Il territorialismo è la pretesa, fondata sulla forza, sull'inganno o sulla manipolazione, che un determinato territorio, di solito estremamente vasto, sia sotto la sovranità esclusiva e legittima, di un certo potere. Ai nostri tempi questo potere è, quasi sempre, lo stato.

All'interno del territorio su cui pretende di esercitare la sua esclusiva sovranità, questo potere accampa anche il monopolio legittimo della violenza. Stato e sovranità (monopolio territoriale) sono quindi le due facce di una stessa medaglia forgiata attraverso l'esercizio della forza e della violenza. Nel corso del tempo l'uso della forza bruta e della violenza aperta è scemato, negli stati occidentali, perché altri metodi, meno costosi e più raffinati, quali la propaganda, l'indottrinamento, la manipolazione, sono stati impiegati. Infatti, la scuola statale dell'obbligo ha sostituito l'obbligo necessario, da parte dello stato, di utilizzare continuamente mezzi più rozzi di coercizione.

Sulla base di quanto detto precedentemente, l'equazione

territorialismo = statismo (o statalismo)

appare quindi del tutto appropriata (non ci può essere statismo senza territorialismo o, detto altrimenti, il territorialismo è la condizione indispensabile per lo statismo).

Occorrerebbe però estendere il termine statismo fino a includere tutti quei fenomeni e tutti quei soggetti che hanno accampato la pretesa di dominare un determinato territorio. Quindi Al Capone che spadroneggia a Chicago, la mafia che controlla varie zone della Sicilia, la camorra che gestisce alcuni quartieri di Napoli e dintorni, e via discorrendo, tutte queste sono manifestazioni del territorialismo. Per cui è necessario introdurre una equazione di più vasto raggio e cioè:

territorialismo = banditismo

(nel senso che non ci può essere banditismo senza territorialismo, o, detto altrimenti, il territorialismo è la condizione indispensabile per il banditismo).

Lo stato non è altro che uno dei tanti banditi sulla scena mondiale, quello che ha tuttora la maggiore diffusione e il maggiore successo. Ma non è il solo. Nuovi concorrenti stanno emergendo sotto forma di staterelli e feudi (ad es. i movimenti indipendentisti a base territoriale) o addirittura sotto forma di oligarchie che hanno messo le mani su risorse territoriali (come nel caso della Russia di Putin e della sua banda).
Eppure, questo svolgimento della storia non avrebbe dovuto avere luogo se facciamo riferimento a tutte le correnti di idee illuminate e progressiste che sono emerse nei due secoli passati. Infatti, il liberalismo classico, il socialismo marxiano e l'anarchia promuovevano l'idea del superamento di tutti i monopoli, e il territorialismo, per chi non l'avesse ancora capito, è il peggiore dei monopoli.

Ludwig von Mises ha colto in parte quello che avrebbe potuto essere un mondo fatto di organizzazioni sociali non territoriali (che si potrebbero anche continuare a chiamare stati ma che non assomigliano affatto agli stati attuali) quando ha scritto:

"Non fa alcuna differenza dove le frontiere di un paese siano disegnate. Nessuno ha un interesse speciale ad allargare il territorio dello stato in cui vive, nessuno soffre la perdita se una parte di quest'area si separa dallo stato. È, inoltre, irrilevante se tutte le parti del territorio dello stato sono in diretto collegamento geografico o separati da un pezzo di terra appartenente ad un altro stato. Non ha alcuna importanza economica se il paese ha uno sbocco sul mare o meno. In un mondo così gli abitanti di ogni villaggio o distretto potrebbero decidere a quale stato vogliono appartenere." (Omnipotent Government, 1944).

Poche parole chiare ed efficaci e il concetto di territorialismo è distrutto in mille pezzi e con esso tutti i discorsi di stati e staterelli territoriali. Perché, sulla base dell'ipotesi von Mises, se un villaggio della Lombardia decide di far parte di Singapore o di uno dei cantoni meglio amministrati e con minore carico fiscale della Svizzera (salvo poi a cambiare decisione se le cose non andassero come voluto), mi dite voi dove è andato a finire l'istinto territoriale dei Lombardi e dove andrà a finire il territorialismo dello stato italiano?

Nel marzo del 2008, mi trovavo a Bobo-Dioulasso, grosso centro nell'Africa sub-sahariana (Burkina Faso) e stavo visitando la città accompagnato da un ragazzino del luogo che si era offerto di farmi da guida per mostrarmi la Grande Moschea.
Mentre assieme stavamo attraversando la città vecchia qualcuno, un altro ragazzino, si è avvicinato a noi domandandoci del denaro. Secondo lui noi avremmo dovuto pagare qualcosa per accedere a quella zona che era il quartiere in cui lui viveva. Dopo un primo momento di stupefazione, confermata anche dagli sguardi dell'altro ragazzino, ho capito che eravamo in presenza di un bullo, di un piccolo delinquente. Probabilmente, a tempo debito e se le cose non cambieranno, diventerà un funzionario statale ed estorcerà soldi alle persone, sotto la copertura della legge, nell'ambito del suo stato territoriale monopolistico.

Ecco, questo è il territorialismo e fino a quando esso durerà, comunque lo si voglia chiamare e sotto qualunque forma lo si voglia far passare (stato autonomo, stato indipendente, stato libertario, stato liberale, stato popolare, stato privato e via di questo passo) esso significherà il prevalere dello sfruttamento e del parassitismo, in una parola, il dominio obbrobrioso e rivoltante del banditismo.

 


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