Gian Piero de Bellis

Sullo statismo

(Maggio 2011)

 


 

Una delle formulazioni più famose della saggezza umana è l'esortazione socratica: Conosci te stesso. A questa potremmo aggiungere, per completare il quadro della consapevolezza umana, il suggerimento a conoscere la società in cui ognuno vive e ciò che la caratterizza e la contraddistingue.

Per raggiungere tale fine conoscitivo occorre selezionare, dall'insieme della realtà, dati e fatti rilevanti che vanno poi strutturati in modelli esplicativi e rappresentativi che utilizzano concetti appropriati e definizioni pertinenti.

Nella introduzione ad una raccolta di saggi sul capitalismo pubblicata molti anni fa, Daniel Bell e Irving Kristol espressero la seguente interessante considerazione: “Alla maggior parte delle epoche storiche è attribuito un nome solo dopo che esse sono state sepolte. Gli uomini che vissero nel Medio Evo non avevano alcuna cognizione di vivere sotto il “feudalesimo” o in un'epoca chiamata Medio Evo.” E poi, continuando nella loro analisi, essi affermarono che “la nostra epoca, estremamente consapevole della storia, costituisce una eccezione a questa regola.” Secondo loro, le generazioni vissute dall'ottocento ad oggi avevano ed hanno la consapevolezza di vivere in una fase specifica della storia che essi stessi chiamarono “epoca del capitalismo”, in quanto “il termine capitalismo è emerso verso la metà dell'ottocento ed ha fatto presa a partire da allora.” (Daniel Bell e Irving Kristol eds., Capitalism Today, 1970).

Per quanto riguarda la seconda parte delle loro affermazioni mi sembra che gli autori pecchino di presunzione riguardo alla nostra epoca e diffondano un errore molto comune. Le persone che vivevano nella metà dell'ottocento non sembra proprio fossero consapevoli di vivere nell'epoca del capitalismo anche perché questo preciso termine non era ancora apparso. Adam Smith impiega sì il termine capitale ma mai quello di capitalismo. David Ricardo utilizza occasionalmente il termine capitalista e Karl Marx parla sempre e soltanto di “modo capitalistico di produzione.” Questi e altri autori (come Charles Babbage e Andrew Ure) sapevano di vivere in una fase storica di incremento straordinario della produttività a causa della introduzione delle macchine, della divisione del lavoro e della libertà di commercio ma nessuno di loro, a quanto sembra, qualifica come “capitalismo” l'epoca in cui viveva.

La parola capitalismo compare per la prima volta in maniera precisa ed estesa all'inizio del XX secolo nel poderoso testo di Werner Sombart, Der moderne Kapitalismus (1902). Sombart faceva parte dei cosiddetti “socialisti della cattedra”, professori universitari che vedevano il socialismo sotto forma di intervento dello stato nella vita economica e sociale della nazione e ad esso erano particolarmente favorevoli. Per cui “capitalismo”, e qui Bell e Kristol hanno perfettamente ragione, “è soprattutto un termine inventato dai socialisti con implicite intenzioni di critica.” (“it is mainly a socialist term with an implied adversary intention.”).

Al testo di Sombart fece seguito il famosissimo saggio di Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905) e poi da lì una serie infinita di scritti volti a inneggiare o a deprecare l'esistenza del capitalismo.

L'ironia della sorte è che, proprio mentre apparivano questi testi, il capitalismo usciva di scena. Il primo grande colpo assestato al capitalismo fu rappresentato dalle avventure imperialistiche degli stati europei (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, e di altri stati a seguire) che si ritagliavano sfere di influenza politica e, al tempo stesso, gettavano le premesse per la fine del libero commercio mondiale che si trovava sempre più a fare i conti con spazi economici dominati dalle potenze imperialiste.

Ma la vera pietra tombale del capitalismo fu lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Lo storico A.J.P. Taylor inizia la sua English History 1914-1945 con questa famosissima constatazione :

"Fino all'Agosto del 1914 un cittadino inglese giudizioso e rispettoso della legge poteva trascorrere la sua vita quasi senza rendersi conto dell'esistenza dello stato, a parte la presenza dell'ufficio postale e del poliziotto. Egli poteva vivere dove e come volesse. Non aveva nessun numero di riconoscimento né carta di identità. Poteva viaggiare all'estero o lasciare per sempre il suo paese senza un passaporto o qualsiasi tipo di autorizzazione di alcun genere. Poteva cambiare il suo denaro in qualsiasi altra moneta senza restrizioni né limiti. Poteva acquistare merci provenienti da qualsiasi altro paese del mondo alle stesse condizioni dei beni prodotti nel proprio paese. A questo riguardo, uno straniero poteva passare tutta la sua vita in questo paese senza dover richiedere alcun permesso e senza dover informare la polizia."

Tutto questo cambiò di colpo nell'estate del 1914, quando gli stati europei iniziarono quell'immane reciproco macello noto come Prima Guerra Mondiale. Negli anni che seguirono, politicanti, intellettuali e propagandisti, trovarono sempre più conveniente nascondere i loro misfatti e le loro menzogne dietro l'etichetta strumentale del “capitalismo” (a cui venivano addossate tutte le colpe) mentre un sistema di potere, del tutto diverso, veniva eretto e organizzato. Tale sistema era caratterizzato da:

- totalitarismo politico (la democrazia totalitaria)

- protezionismo economico (il neo-mercantilismo)

- nazionalismo culturale (la nazionalizzazione delle masse).

Questo sistema di potere ha un nome ben preciso: statismo o statalismo in italiano, statism in inglese, étatisme in francese. Esso non è altro che feudalesimo (cioè potere monopolistico territoriale) su scala allargata.

Questo sistema ha dominato la vita delle persone in maniera più o meno soffocante, utilizzando tutta una serie di denominazioni storiche: fascismo, comunismo, socialismo, nazional-socialismo, social-democrazia, franchismo, peronismo, stato assistenziale, New Deal, capitalismo di stato e finanche il termine capitalismo da intendersi come corporativismo neo-mercantilista.

Per rendersi conto della trasformazione del nascente capitalismo in putrido corporativismo basta osservare l'atteggiamento dei produttori e commercianti nei confronti dello stato. Verso la fine del XVII secolo, come racconta il Marchese d'Angerson, sembra che Colbert, ministro del re di Francia, abbia chiesto ai rappresentanti dei ceti produttivi «Que faut-il faire pour vous aider?» ricevendo come risposta dal mercante Legendre: «Laissez nous faire».

Nel corso del novecento invece e ancora ai giorni nostri i cosiddetti ceti imprenditoriali hanno piagnucolato presso il potere, sentendosi soli e abbandonati, chiedendo, senza sosta, aiuti e protezione dallo stato. Da notare il fatto che il mercante Legendre non era definito un capitalista pur essendolo nei fatti e nello spirito, mentre i cialtroni corporativi di oggi si richiamano al capitalismo pur essendoci lontani mille miglia.

Lo statismo ha dominato per quasi un secolo, dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 alla Caduta del Muro di Berlino nel 1989. Durante quegli anni tutti (tranne pochissime eccezioni), in maniera consapevole o inconsapevole, vedevano lo stato territoriale come un qualcosa di eterno e di indispensabile. In Italia Carlo Levi ha messo a nudo in maniera magistrale questa realtà facendo riferimento ai suoi amici torinesi di varia estrazione politica (liberali, comunisti, socialisti, conservatori) i quali, con la fine del fascismo,vedevano nel nuovo stato il risolutore di tutti i problemi, anche del problema del Mezzogiorno:

“Erano, in fondo, tutti degli adoratori, più o meno inconsapevoli, dello Stato; degli idolatri che si ignoravano.” “Per tutti, lo Stato avrebbe potuto fare qualcosa, qualcosa di molto utile, benefico, e provvidenziale: e mi avevano guardato con stupore quando io avevo detto che lo Stato, come essi lo intendevano, era invece l'ostacolo fondamentale a che si facesse qualunque cosa.” (Cristo si è fermato ad Eboli, 1944)

Adesso lo stato territoriale monopolistico e la sua ideologia, lo statismo, sono al tramonto anche se, ad alcuni, lo stato può apparire più vivo e presente che mai. Quelli che vediamo sono però gli ultimi sussulti prima della morte che dovrebbe avvenire nel corso di questo decennio, forse (vendetta della storia) negli anni di ricorrenza dell'immane macello della prima guerra mondiali che gli stati scatenarono proprio cento anni fa. Per coloro che volessero documentarsi al riguardo c'è il bel libro di Martin van Creveld, The Rise and Decline of the State (Cambridge University Press, 1999) oltre a una serie infinita di documenti che appaiono giornalmente sul Web soprattutto nel sito del Mises Institute e in quello di Lew Rockwell.

Sapere in quale società viviamo è il requisito essenziale per decidere in quale società vogliamo vivere, caratterizzata da quali rapporti sociali che ognuno di noi si costruisce poi in maniera libera e volontaria. Altrimenti saremo sempre lì, come i finti progressisti del socialismo o gli inconcludenti parolai del liberalismo, a correre dietro a ideologie morte da un pezzo, ignari che esse sono state tutte sostituite da una ideologia, lo statismo, promossa e sostenuta da opportunisti, parassiti e cialtroni di tutti i tempi e di tutti i colori, che ci vorrebbero portare con loro, lentamente, alla morte, ma da cui ci vogliamo liberare per ritornare, al più presto, a vivere.

 

 


[Home] [Top] [Sussurri & Grida]