Gian Piero de Bellis

Italiani: un mito nefasto e scellerato

(Gennaio 2011)

 


 

Quando ero alle elementari un giorno la maestra ci parlò del conte Metternich e ce ne fece un ritratto piuttosto negativo perché, durante i lavori del Congresso di Vienna, egli aveva osato sostenere, sfrontatamente ed erroneamente a parere della maestra, che l’Italia era soltanto una espressione geografica. (La frase per intero era la seguente: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.»)

Negli anni successivi i fautori dell’unità d’Italia come entità politica utilizzarono questa frase per esaltare l’anelito alla libertà dei patrioti italiani e gettare disprezzo sull’odiato austriaco di cui il conte Metternich era una classica espressione. Noi tutti, in quel momento, in quella classe elementare della scuola di stato della repubblica italiana, ci sentivamo piccoli italiani e ci raffiguravamo il conte Metternich come un essere del tutto spregevole.

Solo dopo parecchi anni ho scoperto che il conte Metternich aveva ragione. Eppure qualcosa avrebbe dovuto già allora mettermi sulle avvisaglie e farmi sospendere il giudizio.

Infatti, qualche giorno dopo la stessa maestra, continuando nella sua opera di indottrinamento (pardon istruzione) delle nostre giovani menti, iniziò a parlarci di Massimo d’Azeglio, lo scrittore piemontese, autore di alcuni romanzi storici, patriota liberale il quale aveva anche lui lasciato ai posteri una frase famosa a commento dell’unificazione d’Italia: "Abbiamo fatto l'Italia ora dobbiamo fare gli italiani".

A quel punto, se fossi stato in grado di sviluppare da solo un pensiero analitico-critico, mi sarei detto: se gli italiani non esistevano prima dell’unificazione e bisognava farli, allora aveva ragione il conte Metternich nella sua affermazione al Congresso di Vienna. Forse la maestra mi sta ingannando, come forse è stata ingannata da altre maestre prima di lei.

In altre parole, se non avessi, come gli altri d’altronde, preso per oro colato tutto ciò che veniva detto in classe, avrei colto la contraddizione. E invece no. Mi ci è voluto molto tempo e ancora non è finita, né la conoscenza né la riflessione.

Nel corso degli anni, da München, a Oxford, a Lyon, passando per Bern, Zürich e infine poi a Saint-Imier, ho capito a poco a poco che dovevo sgomberare la mente da tutta una serie di storielle inventate per il godimento dei poteri nazionali statali. L'apprendimento è stato sia pratico che teorico.

Praticamente ho visto che, se era vero che all'inizio la comunicazione risultava più facile con altri italiani che parlavano la mia lingua, successivamente, apprendendo altre lingue, si aprivano nuovi orizzonti e si allargava la cerchia delle conoscenze e certe volte si trovavano maggiori affinità con una persona che veniva da molto lontano che non con l'amico/a italiani. A Oxford, soprattutto nel quartiere in cui vivevo, c'era e c'è tuttora una tale varietà e mescolanza di culture e di cucine e di lingue che si poteva avere l'impressione di vivere in un microcosmo del mondo. A Lyon, il gruppo del corso di ricerca documentaria a cui ho preso parte era composto da 10 persone di 8 nazionalità (chiamiamole così) differenti. Quando vivevo a Zürich durante i campionati del mondo di football (2006) quasi tutte le sere c'era ua celebrazione all'aperto perché la comunità che viveva lì scendeva in strada per manifestare la sua gioia per la vittoria. Adesso nel piccolo paese di montagna in cui vivo, ci sono 51 differenti “nazionalità” il che vuol dire, in altre parole, il superamento di una fantomatica identità nazionale e il passaggio ad una realtà post-nazionale (che si esprimerà probabilmente negli anni a venire in comunità parallele volontarie e flessibili di persone affini che vivono tutte sullo stesso territorio).

Teoricamente poi ho scoperto il filone che possiamo qualificare come critica alla “invenzione delle identità nazionali” (per riprendere il titolo di un saggio di Anne-Marie Thiesse). Innanzitutto Elie Kedourie che inizia il suo illuminante saggio Nationalism (1960) con questa frase rivelatrice: "Nationalism is a doctrine invented in Europe at the beginning of the nineteenth century." (Nazionalismo è una dottrina inventata in Europa all'inizio del diciannovesimo secolo). Quindi l'idea nazionale, a differenza della idea e realtà di un gruppo culturale locale, non é qualcosa che sorge spontaneamente nella mente delle persone; infatti per secoli gli esseri umani sono vissuti senza avere alcun interesse a sviluppare una identità nazionale. Per questo Benedict Anderson parla di Imagined Communities (1983) ed altri autori quali Ernest Gellner identificano la nascita del nazionalismo con l'emergere dello stato centrale territoriale con tutto il suo armamentario di propaganda e di indottrinamento (a cominciare dalla scuola statale). Altri ancora (Eric Hobsbawm e Terence Ranger) esplorano il campo della invenzione delle tradizioni che si fanno (falsamente) risalire a tempi lontanissimi e che danno una (falsa) convinzione dell'esistenza di comunanze culturali all’interno di certi gruppi, anche laddove queste non sono mai esistite.

In sostanza, per farla breve, noi tutti che viviamo all'interno di stati nazionali, e che ci crediamo ancora italiani, inglesi, francesi o tedeschi, siamo il risultato di un grande imbroglio. Queste categorie sono pura invenzione, inesistenti nel passato e che probabilmente cesseranno di esistere in un futuro non molto lontano. Il dramma di queste categorie non è comunque quello di essere soltanto invenzioni arbitrarie (una invenzione può essere utile e benefica) ma di essere divenuti miti nefasti e scellerati che hanno prodotto immani conflitti e stragi abominevoli (per una documentazione al riguardo si veda Crimini e misfatti dello stato italiano).

Coloro che parlano di identità nazionale o di identità padana o di purezza razziale non hanno la più pallida idea della realtà delle cose. Siamo talmente mescolati dopo millenni di storia che pretendere una purezza razziale inesistente sarebbe come se Cicciolina proclamasse ad alta voce la sua immacolata verginità. Addirittura sembra che Hitler avesse antenati di origine ebraica.

In sostanza, ritornando al discorso sugli italiani, se siamo nati in una regione geografica che è storicamente chiamata Italia possiamo anche continuare a qualificarci o lasciare che ci qualifichino come italiani, ma niente di più. Possiamo aggiungere che parliamo su per giù una lingua comune, ma anche i ticinesi parlano l’italiano e adesso anche molti dalla pelle scura o dagli occhi a mandorla parlano l’italiano (e talvolta anche meglio di me). Gli italiani mangiano spaghetti, ma anche il mio amico Roger che abita in New Zealand adora gli spaghetti (e il risotto). Insomma, dal punto di vista politico-culturale, l’italiano come gruppo distinto e unico, non esiste, è una invenzione dei propagandisti e degli affaristi della politica.  Come giustamente affermato da Henry A. Murray e Clyde Kluckhohn (Personality in Nature, Society, and Culture, 1953) ogni essere umano è per certi aspetti

- Come nessun altro [personalità]
- Come qualcun altro [comunità]
- Come tutti gli altri [umanità].

È proprio tenendo conto di queste varie sfaccettature che noi possiamo definirci esseri umani. Se invece uno si vede solo come parte di un gruppo, come una entità insignificante e quasi inesistente senza la presenza del gruppo di riferimento, allora rischia di non avere più né personalità (unicità) né umanità (universalità).

Per cui, solo quando abbandoneremo una italianità fasulla per riscoprire la nostra personale unicità e universale umanità, saremo in grado di dar vita e partecipare a esperimenti interessanti e appaganti di comunità volontarie a-territoriali al di fuori di qualsiasi imposizione. Solo allora ci scrolleremo di dosso quintali di spazzatura e torneremo a vivere e agire come esseri umani invece di continuare a vegetare e a subire come sudditi italiani.

 


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