Gian Piero de Bellis

Oltre i miti e le illusioni

(Novembre 2010)

 


 

L'essere umano è portato a produrre miti e a coltivare illusioni perché ciò allevia il grigiore della vita quotidiana e genera piacevoli entusiasmi.

Anche la ricerca del sapere, in un lontano passato, si è nutrita di miti e di illusioni.

Il mito della pietra filosofale è stato uno dei più potenti nell'ambito della ricerca alchemica, basato sull'illusione che fosse possibile produrre l'elisir dell'eterna giovinezza, trasformare metalli non pregiati in oro o arrivare a possedere la conoscenza assoluta. Successivamente, il progresso della ricerca ha portato ad un maggiore rigore sia nei mezzi che nei fini della scienza, facendo piazza pulita di moltissime illusioni e false spiegazioni (la macchina del moto perpetuo, l'esistenza del flogisto, ecc.). Nel corso del tempo l'alchimia cedette il posto alla chimica e a procedure sperimentali fondate sulla osservazione e sulla verifica pratica.

Mentre questo avveniva nelle scienze cosiddette esatte (chimica e fisica in primo luogo), le scienze sociali rimanevano e rimangono tuttora pervase da miti e da credenze illusorie. Le (cosiddette) scienze politiche e scienze economiche ne sono un esempio lampante.

Il '900 è stato un secolo estremamente fertile per la produzione di miti nel campo dell'economia e della politica. In particolare, per semplificare il discorso, si può affermare che molti individui-massa vissuti nel secolo scorso hanno ondeggiato tra miti-illusioni di destra e miti-illusioni di sinistra (anche se le categorie “destra” e “sinistra” sono classificazioni di comodo che fanno esse stesse parte del mito).

Dopo la prima guerra mondiale, Mussolini e Hitler hanno incarnato i miti della destra (la nazione, la razza) e Lenin e Stalin i miti della sinistra (la rivoluzione, la classe operaia). Molti hanno sottolineato il contrasto tra queste due realtà mentre pochi sono stati coloro che hanno visto, al di là della opposizione di facciata, la sostanziale similarità delle pratiche degli uni e degli altri, basate entrambe sul dominio totalitario dello stato e sull'annullamento degli individui.

Con il crollo del fascismo e del nazional-socialismo, il terreno è divenuto fertile per una lunga stagione di miti quasi esclusivamente di sinistra. A partire dagli anni '60 una serie di personaggi sono diventati figure culto per masse giovanili desiderose di cambiamento. Abbiamo allora Ho Chi Minh, leader della lotta di liberazione nazionale in Vietnam; abbiamo Fidel Castro e soprattutto Ernesto “Che” Guevara, i rivoluzionari dell'America Latina che cacciarono il dittatore cubano Fulgencio Batista; e, ultimo ma non meno importante, abbiamo Mao-Tse-Tung e le guardie rosse, la cui rivoluzione culturale ha ispirato o interessato una parte consistente di una generazione. Questi personaggi venivano ritratti anche dalla stampa cosiddetta “borghese”, in maniera tutto sommato romanticamente positiva. Solo in una fase successiva, di fronte all'evidenza dei fatti, miti e illusioni relativi a queste figure e alle loro azioni hanno iniziato a sgretolarsi. Quando sono apparse le foto dei “boat people” che cercavano di scappare dal Vietnam (fine anni '70-inizio anni '80) molti hanno capito che il “paradiso” Vietnam non era altro che uno dei tanti inferni prodotti dallo stato. Lo stesso è avvenuto per Cuba; anche la figura del “Che”, eroe senza macchia e senza ambizioni di potere, è stata posta sotto attento scrutinio (si veda Alvaro Vargas Llosa, The Killing Machine, 2005) e il mito è praticamente andato a pezzi. Per quanto riguarda Mao, gli autori (Jung Chang e Jon Halliday) di una recente biografia gli attribuiscono la responsabilità di 70 milioni di morti che è forse un primato storico (abominevole) a livello mondiale.

La fine dei miti della sinistra, su cui il crollo dell'impero sovietico e del muro di Berlino hanno posto infine la pietra tombale, ha dato spazio alla produzione di nuove mitologie, questa volta di destra, che hanno riguardato, in particolare, due personaggi politici del mondo anglosassone: la signora Margaret Hilda Thatcher e il signor Ronald Wilson Reagan. I miti e le illusioni concernenti la Thatcher erano in diretta relazione con le speranze e le voglie di una parte della élite inglese che, trovandosi in un vicolo cieco, aveva assolutamente bisogno di nuove strade da percorrere e di nuove speranze da coltivare. Per questo, con l'aiuto di una stampa desiderosa anch'essa di nuove storie e di nuove figure, è stato creato il mito di una Lady di ferro che abbassava le tasse, riduceva il peso dello stato, mandava a lavorare gli assistiti di professione e poneva la struttura economica dell'Inghilterra su solide basi.

Per coloro che (come me) hanno vissuto in Inghilterra durante gli anni della Thatcher tutto ciò va notevolmente ridimensionato e collocato nell'ambito di una quasi normale e fisiologica evoluzione storica. Per correttezza documentaria va infatti rilevato che i primi tagli al bilancio dello stato e le prime dichiarazioni nettamente anti-keynesiane ebbero luogo già prima dell'avvento della Thatcher ad opera del primo ministro laburista James Callaghan. La Thatcher continuò quindi, con maggiore convinzione e slancio quello che non solo era già stato iniziato ma anche quello che era quasi un percorso obbligato; la differenza è che lo fece con maggiore fanfara e attribuendo alla sua politica il valore di una rottura ideologica con il passato. Infatti, data la situazione dell'economia inglese, era praticamente inevitabile che, prima o poi, le industrie statali decotte fossero privatizzate e che lo stato tagliasse sugli sprechi più clamorosi, per evitare la bancarotta. E questo la Thatcher lo ha proclamato in maniera molto chiara (bisogna riconoscerlo) ma in modo non sempre conseguente.

Infatti, se facciamo riferimento al mito giornalistico che sotto la Thatcher le tasse sono scese notevolmente e che lo stato inglese quasi scompariva di scena, beh, tutto questo lasciamolo credere e ripetere ai giornalisti e ai gonzi. Tutti coloro che vivevano in Inghilterra nel 1979 hanno visto la VAT (tassa sul valore aggiunto) passare di colpo dall'8 al 15% (primo governo conservatore della Thatcher) e l'introduzione della famigerata "community charge" in base alla quale, il semplice fatto di esistere come individuo comportava il pagamento di una tassa diretta (oltre appunto quelle indirette che tutti pagano ogni volta che consumano qualcosa). Nel loro complesso, le tasse erano più elevate al termine del periodo in cui la Thatcher è stata al potere di quanto non lo fossero all'inizio.

Per quanto riguarda poi lo stato, la Thatcher ha eliminato sì un po' di burocrazia (famosa l'abolizione del London Greater Council) ma solo per meglio centralizzare il potere, anticipando il modello cinese attuale (permissivo in economia, autoritario e verticistico in politica). A proposito dell'assistenzialismo statale, basta andare a vedere i numeri e si scopre che esso si accrebbe sotto la Thatcher (si veda James Bartholomew, The Welfare State we're in, 2004). Non ha quindi sorpreso le persone attente il fatto che la “rivoluzione thatcheriana” sia poi sfociata nel New Labour nazional-socialista della coppia criminale da avanspettacolo Tony Blair e Gordon Brown, venditori di aria fritta e spacciatori di denaro falso. Questi due figuri sono stati il prodotto di quella corrente di pensiero elaborata dal genio della patacca ideologica, l'attuale Lord Peter Mandelson, che si è sempre vantato di essere il degno erede e continuatore della Thatcher.

Sul mito Reagan, basta leggere quello che Rothbard ha scritto in due articoli che si trovano sul sito di Lew Rockwell, per sgombrare il campo da ogni residua illusione. Uno degli articoli (The Reagan Phenomenon) comincia così: “La presidenza di Ronald Wilson Reagan è stata un disastro per il movimento libertario negli Stati Uniti, e potrebbe anche risultare in una catastrofe per l'intera umanità.” Più chiaro di così!

Con l'arrivo di Internet che registra e diffonde l'informazione in maniera straordinaria, si potrebbe pensare che sia arrivato il tempo per la fine dei miti e delle illusioni. Con Internet abbiamo uno strumento potente per frantumarli non appena accennano ad emergere. Detto ciò, va comunque tenuto presente che noi tutti, esseri umani fragili e ingenui, abbiamo talvolta bisogno di miti. Per questo la sinistra si è beata recentemente del mito Obama, l'uomo venuto dal nulla che avrebbe risolto i problemi economici di 300 milioni di persone; e la destra si bea adesso del mito del Tea Party che abbasserà le tasse per tutti, riducendole quasi ad un fatto simbolico. È chiaro che tutto ciò non sta né in cielo né in terra. Infatti il mitico Obama, premio Nobel della pace, è quello che si è rimangiato tutte le promesse sulla chiusura del carcere di Guantanamo ed ha inviato in Afghanistan altri 30mila soldati a uccidere e a fare disastri. E per quanto riguarda il Tea Party, i suoi esponenti parlano molto di taglio delle tasse (come faceva Bush junior) ma non fanno il minimo accenno al (giusto) ridimensionamento di massa dei burocrati di stato e al (giusto) taglio colossale delle spese (parassitarie) dello stato che sarebbero le due misure preliminari indispensabili per rendere praticabile e credibile il taglio delle tasse.

Allora, va bene essere indulgenti coi miti e con le illusioni perché tutti ne potremmo avere bisogno in situazioni di personale disperazione, ma smettiamola di entusiasmarci per un nulla altrimenti rischiamo di comportarci come in una famosa battuta di Cher (la cantante e attrice americana) che lessi alcuni anni fa sui cartelloni pubblicitari nella metropolitana di Londra: The trouble with some women is that they get all excited about nothing - and then marry him.

Traducendo e applicando il concetto alla sfera politica potremmo dire: Il problema con alcune persone è che si entusiasmano per un nulla – e talvolta lo votano anche, questo nulla.

 

 


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