Gian Piero de Bellis

Interlibertarians 2011

(Aprile 2011)

 


 

Coloro che hanno studiato un po’ le idee politiche dell’ottocento sanno che c’è una linea comune che unisce il liberalismo al capitalismo e al socialismo.

Se il collegamento tra liberalismo e capitalismo è chiaro a molti, non altrettanto lo è quello tra liberalismo e socialismo. Eppure, uno dei testi più famosi sul pensiero giovanile di Marx, scritto da uno storico francese (Auguste Cornu) ha come titolo: Du liberalisme démocratique au communisme. E il sociologo americano C. Wright Mills ha scritto (The Marxists, 1962): "What is most valuable in classic liberalism is most cogently and most fruitfully incorporated in classic Marxism." (Quello che vi è di più valido nel liberalismo classico è incorporato in maniera quanto mai valida e fruttuosa nel marxismo classico).

Chiaramente tutto ciò non è più valido. Le formulazioni teoriche del passato, che costituivano la base comune, sono state poi svilite, deformate e alla fine abbandonate.

Ma quale era questa base comune che legava, in un certo qual modo e con accenti diversi, le tre posizioni (liberalismo, capitalismo, socialismo). Detto molto sinteticamente essa era costituita da:

- Illuminismo. Il liberalismo classico è un prodotto del secolo dei lumi in cui la ragione prevale sulle passioni e sui miti oscurantisti, e questo aspetto è anche assunto dal capitalismo come razionalità produttiva e dal socialismo come scienza organizzativa. 

- Individualismo. I rapporti sociali ossificati dell’età del feudalesimo che vincolavano l’individuo venivano distrutti dal liberalismo e diventavano forze imprenditoriali nel capitalismo e forze produttive nel socialismo.

- Cosmopolitismo. Il liberalismo classico non era affetto da alcun mito patriottico, il capitalismo era caratterizzato dal superamento del protezionismo mercantilismo e il socialismo era profondamente internazionalista.

Le vicende storiche hanno poi cancellato e distrutto questi tre aspetti per cui:

- la ragione illuminista è stata sostituita dalle emozioni irrazionali delle lotte politiche:

- l’individuo responsabile è stato rimpiazzato dalle masse manipolabili;

- il cosmopolitismo è stato sepolto dal nazionalismo.

Una volta che questo è avvenuto (negli anni a cavallo tra il 19° e il 20° secolo) continuare a parlare di liberalismo, capitalismo e socialismo è come invitare a cena un amico che è morto da parecchi anni e aspettarsi che possa davvero venire. Il significato di questi termini è stato poi talmente distorto che pensare di utilizzarli a fini di comunicazione scientifica è una impresa disperata.

Certamente, andare oltre l’uso di certi termini logorati non vuol dire abbandonare obiettivi sempre validi e aspirazioni che costituiscono il meglio della natura umana.

Detto questo, a me sembra che il recente Convegno "Interlibertarians" tenuto a Lugano il 2 e 3 Aprile 2011 (organizzato dai Liberisti Ticinesi e dal Movimento Libertario Italiano) sia un passo in questa direzione, unendo il meglio del passato in vista di un futuro migliore.

Innanzitutto, l’uso del termine Libertarian è un modo intelligente di abbandonare le qualifiche anarchico-anarchia pur mantenendo lo spirito di ricerca della libertà e di fine dell’oppressione che sono i cardini della genuina anarchia.

Ma l’aspetto più importante è rappresentato dal termine Inter e dal fatto che si sia tenuto un Convegno che ha inteso riunire persone di lingue e culture differenti per impegnarle su un progetto di liberazione che va oltre l’ambito chiuso e soffocante dello stato nazionale territoriale.

Il liberalismo, il capitalismo e il socialismo, per quanto nobili fossero le loro intenzioni, sono morti perché si sono lasciati infettare dal morbo del nazionalismo che ha trovato poi, nello stato nazionale, il suo sciagurato realizzatore.

Il liberalismo ha ben presto assunto una base nazionale, attraverso partiti nazionali. Non dimentichiamoci che Keynes, uno dei massimi promotori dello statismo contemporaneo, era un esponente di spicco del partito liberale inglese.

Per quanto riguarda il capitalismo, basta leggersi il discorso che l’imprenditore tessile Alessandro Rossi, uno dei massimi rappresentanti del capitalismo italiano, pronunciò in Parlamento nel 1885 a favore del protezionismo economico (http://www.polyarchy.org/basta/documenti/rossi.1885.html) per rendersi conto che il capitalismo, in quanto libero scambio a livello globale, non era diventato altro che nazional-capitalismo sotto la protezione dello stato territoriale.

Lo stesso è avvenuto per il socialismo, con la costituzione di partiti socialisti nazionali. Il nazional-socialismo (chiamato fascismo in Italia) è stato il segno più evidente dell’abbandono totale del cosmopolitismo in favore del totalitarismo statale a base nazionale.

L’Interlibertarians promosso, coltivato e sviluppato negli anni a venire può e deve essere la strada per recuperare gli aspetti fondamentali ed eternamente validi delle concezioni del passato, gettando a mare la zavorra, estirpando i germi maligni che vi si sono introdotti e prospettando/praticando nuovi modelli di pensiero e di azione.

Ribadisco qui alcuni punti già espressi in altre occasioni e che costituiscono, a mio avviso, le premesse necessarie per evitare errori e vicoli ciechi:

- abbandonare le contrapposizioni sterili del passato (ad es. destra-sinistra) che non ci portano da nessuna parte, e promuovere l’accettazione massima della varietà;

- andare oltre l’uso di termini nient’affatto scientifici (ad es. pubblico-privato) che non vogliono dire niente e sono usati solo a fini di manipolazione;

- concentrarsi su progetti specifici, con gruppi di lavoro transnazionali, a tema, in modo da costruire una rete globale quanto mai densa di persone capaci di elaborare e realizzare nuove forme di organizzazione personale e sociale.     

Altrimenti il rischio è di diventare nuove sette nazionali, i nazional-libertari in una lotta artificiosa e assurda con i nazional-comunisti, che avrebbe il solo risultato di prolungare all’infinito l’oppressione statale e lasciarci per sempre nell’oscurantismo e nello scontento.

 

 


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