Gian Piero de Bellis

Italia : la Repubblica da Grand Hotel

(Febbraio 2011)

 


 

Dopo aver ricevuto l'ennesimo messaggio incentrato su Berlusconi mi è venuto spontaneo scrivere questa breve nota.

Quando ero giovane (il secolo scorso) esisteva (e sembra che esista tuttora) un settimanale che si chiamava Grand Hotel e si diceva, non so se sia vero o falso, che fosse la lettura preferita delle cameriere. Così, una vita spesso grigia, lontano da casa (molte cameriere venivano da famiglie contadine), al servizio di padroni non sempre cortesi, trovava uno sfogo e una evasione nel fotoromanzo, nelle avventure amorose dei divi del cinema e della televisione, nel loro successo nel mondo dello spettacolo.

A quei tempi le persone di una certa istruzione leggevano settimanali quali l'Europeo, l'Espresso, mentre i culturalmente impegnati davano spazio a pubblicazioni mensili di un certo spessore, dalla rivista il Mulino ai Quaderni Piacentini.

Adesso tutto ciò sembra finito in Italia. La democratizzazione della cultura ha avuto luogo. Tutti o quasi sono diventati popolo o, detto in maniera più esplicita, camerieri e cameriere. Non deve quindi sorprendere il fatto che i giornali siano per la maggior parte delle copie di Grand Hotel. Tra questi, quello che più si avvicina al modello del giornale delle cameriere è la Repubblica. Già il nome è tutto un programma.

Come in Grand Hotel i giornalisti davano l'impressione di spiare attraverso il buco della serratura delle stanze dei Grandi Alberghi in cui si ritrovavano attori e cantanti a sfoggiare il loro lusso e a commettere i loro peccati di lussuria, così i giornalisti de la Repubblica utilizzano quello che è stato catturato con le intercettazioni telefoniche o con il tele-obiettivo, e cioè i cosiddetti atti impuri commessi o semplicemente vantati dai protagonisti della repubblica delle banane, e li ripropongono al pubblico con un flusso continuo di pettegolezzi e di scandali, veri o fasulli.

La differenza è che allora le cameriere erano consapevoli di essere cameriere e molte tra loro erano venute in città (a Milano, a Torino) come un primo passo sulla strada dell'emancipazione economica e forse anche culturale, almeno attraverso le aspettative che avrebbero nutrito per i loro figli. Adesso invece il lettore de la Repubblica e di altri fogli del giornalettismo italiano si sente una persona istruita e colta, che vuole sfoggiare, tenendo ben in vista il titolo della sua fonte di informazioni, la sua appartenenza a un club di persone per bene, moralmente sane e culturalmente preparate.

In questa auto-percezione del tutto erronea c'è il dramma dell'Italia.

Qualsiasi situazione disastrosa, qualsiasi problema spaventoso, qualsiasi sciagura immane può trovare soluzione se le persone sono consapevoli dei loro limiti e fanno di tutto per superarli. Purtroppo in Italia la scuola di stato e i mezzi di (dis)informazione, tutti di impronta statalista, hanno generato l'inetto assoluto, il lamentoso per professione, l'ignorante presuntuoso che è assolutamente incapace di utilizzare gli strumenti del metodo scientifico per la risoluzione dei problemi. Questo povero italiota vede un futuro nero per sé e per i propri figli e schiuma di rabbia parlando dell'onore offeso dell'Italia senza riuscire a capire i veri guasti del sistema e a concepire una reale via d'uscita.

Molti anni fa ho scritto un lungo saggio Sull'Inesistenza della Questione Meridionale in cui, in maniera molto schematica, classificavo le società in

- società di azione (l'occidente industriale)

- società di meditazione (l'oriente bloccato)

- società di conversazione (il sud sonnolento).

Negli ultimi decenni c'è stato un rimescolamento notevole per cui caratterizzare l'oriente come società di meditazione sarebbe del tutto erroneo. Come pure sarebbe sbagliato vedere il Sud (mondo mediterraneo e paesi arabi) come semplici società di conversazione, soprattutto dopo i recenti avvenimenti (la cosiddetta primavera araba del 2011). Quello che poi va modificato nello schema e di cui bisogna tenere sempre più conto è la diffusione della società di conversazione in aree che prima si potevano qualificare come società di azione, ad esempio il Nord d'Italia.

Nel suo romanzo Il giorno della civetta Leonardo Sciascia mette in bocca a don Mariano queste parole: “Io la divido [l'umanità] in cinque categorie: gli uomini, i mezzi-uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà...”

Il quaquaraquà è l'esempio massimo, più deleterio e più miserabile, della società di conversazione. Ecco, in Italia il numero di coloro che parlano senza sapere cosa dicono e che agiscono senza produrre altro che il vuoto assoluto sta diventando un fenomeno di massa. In sostanza sta nascendo o è già nata una repubblica modello Grand Hotel che, democraticamente, coinvolge e rende tutti uguali, i berlusconiani e gli anti-berlusconiani.

Il berlusconismo passerà di moda, come è passato il comunismo e come è passato il fascismo, ma il quaquaraquà rischia di rimanere con il suo eterno quaquaraquismo.

E questa è la vera attuale enorme tragedia "del bel paese là dove il sì sona".

 

 


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