Gian Piero de Bellis

Lo statismo, fase ultima del capitalismo

(Gennaio 2017)

 


 

L’idea che il socialismo equivalga allo statismo e che il capitalismo ne sia l’esatta antitesi è profondamente radicata nella mente di molti. Questa convinzione è però sostanzialmente errata, sulla base spesso di una interpretazione del tutto fuorviante degli autori classici.

Adam Smith, ad esempio, è a favore del libero gioco economico nella produzione e negli scambi, privo di interferenze e vincoli statali, ma mette in luce con estrema chiarezza, nel suo Wealth of Nations, il fatto che lo stato è una entità voluta e patrocinata anche dai nuovi padroni industriali e commerciali in quanto:

- protettore della proprietà dei ceti possidenti (« È solo sotto la protezione del magistrato civile che il proprietario di una proprietà di notevole valore … dorme ogni notte in sicurezza. » - Libro V, Capitolo I, Parte II)
- regolatore dei rapporti economici a vantaggio degli imprenditori (« Tutte le volte che la legge ha cercato di regolare i salari dei lavoratori, è stato sempre piuttosto per abbassarli che per aumentarli. » - Libro I, Capitolo X, Part II)
- garante della posizione dominante dei commercianti nazionali (« La Gran Bretagna … impone una proibizione assoluta alla costruzione di fornaci per la produzione dell'acciaio o di impianti per il taglio dei metalli in tutte le sue colonie americane. Essa non può sopportare che i suoi coloni si attivino in queste manifatture più avanzate anche se lo facessero per il proprio consumo; ma insiste che i coloni acquistino dai suoi commercianti e fabbricanti i beni di questo tipo di cui essi hanno bisogno. » Libro IV, Capitolo VII)

Lo stato quindi, pur in forme diverse, svolge la sua abituale funzione a vantaggio dei ceti dominanti non solo nell’ambito dell’economia mercantilista ma anche di quella capitalista.

Con Marx ed Engels abbiamo la piena esplicitazione di questa posizione quando essi affermano che:

« Il potere politico dello Stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese. » (Manifesto del Partito Comunista, 1848)

Risulta quindi del tutto sorprendente il fatto che Adam Smith sia stato presentato come un sostenitore, senza riserve, del ceto industriale-commerciale, visto in contrapposizione allo stato, e che si attribuisca a Marx ed Engels l’obiettivo di una economia totalmente statalizzata, per cui lo stato si sarebbe dovuto trasformare, quasi per incanto, da comitato d’affari della borghesia a santo protettore e benefattore del proletariato.

Chiaramente tutto ciò è pura e semplice invenzione propagandistica non solo del ceto statal-industriale dominante (pseudo-liberale) ma anche del ceto politico-burocratico (pseudo-socialista) inteso a ritagliarsi una sua funzione di potere. Costoro, per operare una siffatta mistificazione, hanno giocato su determinate affermazioni contenute negli scritti di Marx ed Engels, tacendo su altre, il tutto a loro uso e consumo.
Esaminiamo un po' più a fondo il tema.

Nella visione di Marx ed Engels il socialismo è possibile solo attraverso uno sviluppo massimo delle forze produttive attraverso la piena diffusione del modo di produzione capitalistico. Marx non usa quasi mai il termine « capitalismo »; esso viene qui impiegato per semplice comodità espositiva. Il modo di produzione capitalistico, basato sulla divisione del lavoro, sull’impiego delle macchine e sulla ricerca incessante del profitto tramite un allargamento continuo della produzione, contiene in sé, secondo Marx ed Engels, i germi che porteranno al suo superamento e all’avvento della società socialista. Ciò si verificherà quando le forze produttive (macchine e lavoratori) saranno sviluppate (cioè produttive) a tal punto da permettere una riduzione enorme del tempo dedicato al lavoro e il conseguente godimento, per tutti, di beni e servizi. A quel punto si verificherà una rottura tra forze produttive altamente evolute e rapporti capitalistici di produzione che i capitalisti vorrebbero basati ancora sul comando dall'alto e sullo sfruttamento. Avverrà allora che:

« al posto della vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti.» (Manifesto del Partito Comunista, 1848)

Per Marx ed Engels, lo sviluppo delle forze produttive porta inoltre alla rovina dei piccoli produttori e dei piccoli commercianti, sostituiti da imprese gigantesche che dominano il mercato mondiale, veri e propri monopoli che producono e commerciano beni a getto continuo. Nel corso dello sviluppo del modo capitalistico di produzione basato sulla grande e grandissima industria, i monopoli diventano come un nuovo stato industriale che concentra in sé tutto il potere (politico ed economico). Lo stato non è più solo il comitato d’affari della borghesia, con un ruolo e una funzione sussidiaria, ma diventa anche il protagonista indispensabile della vita economica e politica, con l’accentramento nelle sue mani del credito, dei trasporti, dell’istruzione, della pianificazione economico-sociale.
Scrive Engels:

« In un modo o nell'altro, con trust o senza trust, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumere la direzione. La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie. » (L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, 1880, Parte III)

In sostanza, per Marx ed Engels lo statismo è la fase ultima del capitalismo. Per questo è anche, secondo loro, l’anticamera del socialismo in quanto le forze produttive avrebbero raggiunto, a quel punto, uno sviluppo considerevole.

Questo schema interpretativo e predittivo ha avuto forse un qualche riscontro nella realtà?
Sembra proprio di sì, e se non totalmente, almeno in gran parte.
Verso la fine dell’ottocento assistiamo infatti alla nascita di cartelli e di grandissime imprese nei paesi in cui il modo di produzione capitalistico è maggiormente sviluppato (Inghilterra, Germania e soprattutto Stati Uniti).
In tutti i paesi in cui si sviluppa il capitalismo industriale vediamo anche la nascita di Banche Centrali a controllo statale, la diffusione dell’intervento regolatore dello stato nei rapporti economici e sociali (ad es. il welfare state del conservatore Bismarck e del liberale Lloyd George), l’istituzione di una istruzione promossa e gestita dallo stato, e via discorrendo. Il tutto poi riceve una notevole spinta dalle due Guerre Mondiali in cui gli industriali capitalisti avrebbero svolto, nell’ambito degli stati, funzioni di direzione e regolazione della produzione per lo sforzo bellico (proseguite successivamente durante la guerra fredda e attualmente nella "guerra infinita" al terrorismo).

Quindi, che il capitalismo, nel suo sviluppo estremo, abbia portato dritto dritto verso lo statismo, è cosa storicamente comprovata. Per cui, vedere una antitesi tra statismo e capitalismo è posizione del tutto fallace. Nel corso del tempo si è sviluppata invece una sempre più stretta compenetrazione se non identificazione.

I liberali padronali hanno cercato in ogni modo di mascherare questa tendenza e di falsificare la storia spacciando l’avanzata dello statismo, da loro orchestrata e promossa in funzione di stabilizzazione degli interessi corporativi, come sviluppo del socialismo. In ciò sono stati corroborati dagli pseudo-socialisti in cerca di potere e di poltrone e per i quali l’occupazione-spartizione dello stato era una opportunità quanto mai ghiotta e attraente.

Va detto comunque che Marx ed Engels, nella formulazione da loro data nel Manifesto del Partito Comunista a questo sviluppo del capitalismo verso lo statismo come anticamera del socialismo, hanno offerto munizioni per tale manipolazione-mistificazione. E, difatti, se ne sono resi conto essi stessi in una fase successiva quando hanno affermato, con riferimento alle misure sostenute nel Manifesto come punti di passaggio dallo statismo al socialismo:

« Non va dunque assolutamente conferito un peso particolare alle misure rivoluzionarie proposte alla fine della Parte II. Oggi tale passo suonerebbe diversamente sotto molti aspetti. (Karl Marx e Friedrich Engels, Prefazione all'edizione tedesca del 1872 del Manifesto del Partito Comunista)

E, alcuni anni dopo, criticando aspramente l’impostazione statalista del programma del Partito Socialdemocratico Tedesco, Marx dichiarò con tono di quasi disprezzo:

« Che si possa costruire con l'aiuto dello Stato una nuova società, come si costruisce una nuova ferrovia, è degno dell'immaginazione di Lassalle. » (Karl Marx, Critica del programma di Gotha, 1875, III)

Ma è con Engels, sopravvissuto a Marx fin verso la fine del secolo (1895) e quindi testimone di alcuni sviluppi inquietanti dello pseudo-socialismo, che viene formulata la condanna più netta dello statismo presentato come socialismo:

« … da quando Bismarck si è dato a statizzare, ha fatto la sua comparsa un certo socialismo falso, e qua e là perfino degenerato in una forma di compiaciuto servilismo, che dichiara senz'altro socialista ogni statizzazione, compresa quella bismarckiana. In verità se la statizzazione del tabacco fosse socialista, potremmo annoverare tra i fondatori del socialismo Napoleone e Metternich. Se lo Stato belga per motivi politici e finanziari assolutamente correnti ha costruito direttamente le sue principali strade ferrate, se Bismarck senza nessuna necessità economica ha statizzato le principali linee ferroviarie della Prussia, semplicemente per poterle dirigere e sfruttare meglio in caso di guerra, per trasformare i ferrovieri in gregge elettorale governativo e principalmente per procurarsi una nuova fonte di entrate indipendente dalle decisioni del parlamento: queste non sono state per nulla misure socialiste né dirette né indirette, né consapevoli né inconsapevoli. Altrimenti sarebbero istituzioni socialiste anche la regia Seehandlung (Società prussiana di commercio marittimo) la regia manifattura delle porcellane e perfino i sarti di reggimento o magari la nazionalizzazione dei bordelli, proposta con tutta serietà da un lestofante nel quarto decennio di questo secolo, sotto Federico Guglielmo III. » (Friedrich Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Parte III, 1880)

Dopo aver chiarito la fallacia dell’equazione statismo=socialismo, andrebbe comunque formulata una critica, precisa e puntuale, della visione strategica di estinzione dello stato abbozzata sia da Marx ed Engels che dagli anarchici.

Per quanto riguarda Marx ed Engels, il loro essere affascinati dalla produttività straordinaria delle macchine nell’ambito del modo di produzione capitalistico, li ha portati ad una incomprensione-sottovalutazione del fattore politico che sarebbe invece diventato dominante nella prima metà del secolo XX secolo con tutto il suo bagaglio mefitico di imperialismo, nazionalismo, protezionismo, militarismo, totalitarismo, fascismo, che essi ritenevano definitivamente superato dal cosmopolitismo culturale e dal libero mercato mondiale, frutto del modo di produzione capitalistico.

Per quanto riguarda gli anarchici, la loro incomprensione o sottovalutazione dello sviluppo economico e l’idea che lo stato potesse scomparire quasi per incanto, per un atto di volontà, anche in assenza del pieno sviluppo di tutte le forze produttive (lavoratori e macchine), li ha portati a isolarsi, culturalmente e socialmente, perdendosi in ribellioni a carattere individuale, talvolta violente e controproducenti, e in diatribe, spesso del tutto sterili.

Tutto ciò ha dato fiato alla propaganda mistificatoria, di cui si è trattato più sopra, da parte dei liberali-padronali (a favore di uno stato corporativistico-protezionista) e degli pseudo-socialisti (a favore di uno stato burocratico-assistenziale).
A seguito di tutto ciò, il liberalismo e il socialismo sono, al giorno d’oggi, talmente corrosi e sfigurati dalle mistificazioni del passato, da diventare irrecuperabili come termini e come concezioni.
Occorre quindi riflettere e apprendere dagli errori del passato, al di fuori di schemi ideologici decotti, in modo da sviluppare un nuovo paradigma culturale in cui la politica, il nuovo oppio dei popoli, sia del tutto squalificata-abbandonata.

Una volta eliminata il motore principale dei conflitti e delle diatribe settarie, le prospettive per il superamento dello stato risulterebbero quanto mai promettenti, considerata anche la molteplicità di strumenti della scienza e della tecnica a disposizione degli individui nelle società sviluppate.

 


 

Suggerimenti di lettura

(1924) John R. Commons, Legal Foundations of Capitalism, Kelley Publishers, Clifton, 1974

(1934) Matthew Josephson, The Robber Barons. The great American capitalists, 1861-1901, Harcourt, New York

(1936) Arthur Burns, The Decline of Competition, McGraw-Hill, New York

(1937) Thurman Arnold, The Folklore of Capitalism, Yale University Press, New Haven

(1951) Keith Hutchinson, The Decline and Fall of British Capitalism, Jonathan Cape, London

(1951) Harold U. Faulkner, The Decline of Laissez-Faire 1897-1917, Harper, New York

(1956) John Kenneth Galbraith, American Capitalism, Pelican Books, Harmondsworth, 1963

(1963) Adolf A. Berle, The American Economic Republic, Harcourt, New York

(1963) Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, 1900-1916, The Free Press, New York

(1969) James Weinstein, The Corporate Ideal in the Liberal State, 1900-1918, Beacon Press, Boston

 


[Home] [Top] [Sussurri & Grida]