Gian Piero de Bellis

Il capitalismo come desiderio e come mito

(Aprile 2013)

 


 

Saul Alinsky era un attivista e agitatore politico, un organizzatore di proteste sociali, per i diritti civili e per l’emancipazione delle comunità. Il suo impegno si è sviluppato negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni ’30. Nel 1971, un anno prima di morire ha lasciato una specie di manuale di organizzazione della protesta sociale dal titolo Rules for Radicals.

In quel testo Alinsky fa una affermazione interessante riguardo a ciò che spinge all’azione: “Le persone agiranno quando saranno convinte che la loro causa è al 100% dalla parte del giusto e che la controparte è al 100 % dalla parte del torto. L’organizzatore sa che non vi può essere azione fino a quando non si arriva a questo livello di polarizzazione.” E poi afferma che “quando giunge il momento di negoziare vi è realmente solo un 10% di differenze – e anche in presenza di ciò entrambe le parti devono convivere in maniera soddisfacente.”

In sostanza l’organizzatore, per stimolare all’azione, accentua al massimo le differenze, ma è consapevole che poi esse non sono mai così estreme e che, alla fine, occorre arrivare ad un accomodamento generale, in cui tutti sono più o meno soddisfatti.

Durante la prima metà del secolo scorso, in presenza di una avanzata inesorabile dello statismo presentato come socialismo, l’economista von Mises, per mettere in guardia le persone e indurle ad agire al fine di non essere inghiottite dal Leviatano statale, ha utilizzato esattamente questa tattica. Ha dipinto il socialismo come 100% assurdità e malvagità e ha raffigurato il capitalismo come 100% razionalità e progresso.
Chiaramente, nel contesto dei tempi questa estremizzazione era necessaria e forse anche indispensabile. Ma, al giorno d’oggi, rimanere con una visione così fortemente totalizzante di queste due realtà culturali e sociali appare di una ingenuità, se non addirittura di una inutilità, incredibili.

Infatti, e in primo luogo, dopo il crollo del comunismo e la fine dell’alone magico che avevano sia il termine comunismo che socialismo, pensare ancora ad una battaglia frontale per salvare le persone dalle grinfie del comunismo è un marchingegno che solo gli azzeccagarbugli della politica possono ancora utilizzare e i boccaloni della politica possono ancora accettare.

In secondo luogo, negli ultimi decenni, il socialismo inteso come statismo è avanzato molto di più con uomini politici che si richiamavano al liberalismo che non attraverso coloro che parlavano (spesso a vanvera) di socialismo.
In Italia le privatizzazioni le hanno fatte uomini politici sostenuti dal partito comunista mentre gli “anticomunisti” Berlusconi e Tremonti si sono, ad esempio, battuti contro la vendita ai "privati stranieri" della loro beneamata Altalia, la cosiddetta "compagnia aerea di bandiera".
Negli Stati Uniti l’espansione enorme del bilancio statale è avvenuta sotto i presidenti Reagan e Bush (repubblicani). In Inghilterra il raddoppio delle tasse indirette (dall’8 al 17.50 % di VAT) è stato opera del partito conservatore della signora Thatcher e di John Major. In contrasto a ciò, e per ironia della sorte, la nuova officina del mondo, erede della “liberale” Inghilterra e fautrice di un capitalismo concorrenziale a livello globale, è attualmente un paese retto dal Partito Comunista.

Per cui, un novello von Mises dovrebbe, come minimo, offrire alcune chiarificazioni e precisazioni sul “socialismo” e su chi siano i “socialisti”, o, quanto meno, dovrebbe fare una distinzione tra socialismo (fenomeno culturale esaurito) e statismo (fenomeno reale ancora operante).

Comunque, l’aspetto più criticabile non è tanto socialismo = 100% negativo perché, se consideriamo i crimini di Stalin e di Mao, commessi sotto l’etichetta del socialismo, l’equazione potrebbe anche essere accettabile.
L’aspetto più criticabile è capitalismo = 100% positivo.
Qui von Mises, e altri dopo di lui, non hanno fatto altro che indossare un paraocchi con le lenti rosa. Altrimenti non sarebbe spiegabile l’avere ignorato alcuni aspetti del tutto criticabili della storia passata e ancora presente del capitalismo. Elenchiamoli brevemente.

Il capitalismo contro i produttori
Il capitalismo (industriale) nasce in Inghilterra anche  a seguito dell’esproprio delle terre comuni (attuato attraverso atti del parlamento) e della proletarizzazione dei piccoli produttori indipendenti. In sostanza il grande capitalista è sorto, almeno in Inghilterra, attraverso l’esproprio e la distruzione di piccoli capitalisti (coltivatori, artigiani). Max Weber parla infatti dello “sviluppo dell’economia capitalistica attraverso la graduale espropriazione dei produttori autonomi.” (La politica come professione, 1918)
I produttori indipendenti, divenuti lavoratori dipendenti e cioè operai salariati, sono stati poi sottoposti ad un orario di lavoro snervante (12-15 ore al giorno) per una paga miserrima. Inoltre, come rilevato anche da Adam Smith, “i padroni … non cessano mai di strepitare esigendo l'intervento del magistrato civile e l'attuazione rigorosa di quelle leggi che sono state emanate con estrema severità contro le unioni di servi, lavoratori e operai specializzati.” (The Wealth of Nations, 1776, Libro 1, Capitolo 8). Insomma, ubbidire, lavorare e tacere, sotto l’occhio vigile del capitalista assistito dal Grande Fratello.

Il capitalismo contro i consumatori
I capitalisti, quelli del mondo reale, hanno sempre avuto come preoccupazione quella di eliminare il più possibile la concorrenza. Questo li ha spinti a chiedere allo stato: (a) tariffe protettive e quote contro l’importazione di merci da altri paesi; (b) brevetti e patenti a protezione delle loro innovazioni.
Un altro metodo per garantirsi vendite costanti è stato quello di produrre beni a “obsolescenza programmata”. In sostanza un bene ha una durata di vita programmata dal fabbricante (inferiore a quanto tecnologicamente possibile) e poi deve essere totalmente rimpiazzato. Bernard London nel suo famoso articolo del 1932 voleva che questa obsolescenza fosse stabilita per legge, ma ciò non è stato necessario perché i capitalisti, attraverso la pubblicità (si veda Vance Packard, The Hidden Persuaders, 1957), l’invenzione delle mode e l’impiego di materiali non resistenti, sono arrivati a conseguire lo stesso risultato, promuovendo anche la pratica dell’usa e getta.

Il capitalismo contro i contribuenti
I capitalisti, nel corso della storia, hanno sempre chiesto, soprattutto in periodi di crisi economica, l’aiuto dello stato sotto forma di immissioni di denaro (il deficit spending) o di vere e proprie sovvenzioni alle imprese (in Italia dai 30 ai 50 miliardi di euro all’anno secondo alcune stime). Con il keynesismo, il capitalismo anglosassone ha dato una giustificazione teorica a sostegno di questo intervento. Anche il welfare state, promosso dai liberali anglosassoni, può essere visto come una forma di immissione di denaro, con la creazione di consumatori che acquistassero prodotti e facessero così “girare l’economia” capitalistica. E le banche, attraverso la riserva frazionaria, hanno moltiplicato l’immissione di moneta, il che va anche a beneficio dei capitalisti.
Infine, i capitalisti attraverso le loro lobbies, continuano a finanziare lo stato dei partiti per ottenere privilegi e leggi a loro favore, il tutto a spese dei contribuenti (si veda: Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, 1963).    

Una analisi approfondita di questi tre punti distruggerebbe l’immagine del capitalismo (quello reale esistente) come fenomeno totalmente positivo. E liquidare tutto ciò con l’espressione “crony capitalism”, diverso dal vero capitalismo, è un trucchetto non accettabile.

Che cosa rimane allora? Rimane il fatto, presentato e sostenuto in maniera magistrale da von Mises, che il libero scambio e la libera attività produttiva sono sempre e dappertutto fenomeni estremamente positivi per cui vale la pena di battersi. E lo stesso può dirsi della fine dei privilegi, della fine dello sfruttamento e della attribuzione ai produttori dei frutti del loro lavoro.

Allora, se coloro che sono favorevoli al capitalismo (o al socialismo) sono a favore di queste posizioni, lo dicano direttamente e apertamente, senza utilizzare termini ambigui e senza nascondersi dietro foglie di fico intellettuali. Se non lo fanno è perché preferiscono fare politica e trovano conforto nell’identificarsi con una certa tribù da cui forse sperano di ricevere gratificazioni intellettuali o materiali. Ma la politica e le tribù non hanno nulla a che vedere con il libero scambio, con la libera attività produttiva e con la fine di tutti i privilegi garantiti dallo stato.

In sostanza, è ora di distinguere chiaramente tra i portatori di miti e di desideri e i creatori di progetti veri. Dei primi abbonda il mondo ma non sappiamo davvero che farcene; degli altri invece c’è sempre una notevole scarsità e un notevole bisogno.

 


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