Ernesto Rossi

Un popolo di furbi

(1954)

 



Nota

Questo estratto dalla raccolta di scritti di Ernesto Rossi avente per titolo "Il malgoverno" descrive una situazione che pare non avere mai fine presso le popolazioni italiche: la furbizia come pratica di vita. Questo fa sì che la vita di relazione sia poi del tutto invivibile e genera frustrazioni e sconteno largamente diffusi tra tutti. Oltre che un degrado morale e materiale in tutti gli aspetti del convivere.

Su segnalazione di Enrico Leoni.

 


 

Un comunista, in carcere con me a Piacenza, mi raccontò di aver lavorato, durante la prima guerra mondiale, in uno stabilimento di Sesto San Giovanni, con degli operai arabi:

- Se una squadra di arabi doveva trasportare a spalla una longarina, appena la squadra si muoveva, sempre uno di loro si abbassava un poco, per scaricare il peso sui compagni; un altro seguiva subito il suo esempio, poi un altro, poi un altro. Dopo essersi curvati tutti più che potevano, per abbassarsi ancora di più, andavano con le gambe piegate. Alla fine erano tutti ginocchioni sotto la longarina.

- Quegli arabi – feci allora osservare al mio compagno di cella – si meritavano la cittadinanza italiana. Erano “furbi” come noi. Per aver cercato di scaricare sugli altri il peso relativamente lieve della cosa pubblica, che ognuno di noi doveva portare, ci troviamo ora schiacciati da una banda di avventurieri senza scrupoli, che ci fanno stare tutti quanti ginocchioni.

L’immagine degli arabi sotto la longarina mi è tornata più volte alla mente mentre scrivevo gli articoli che ho raccolto in questo libro.

I grandi industriali sono “furbi” quando fanno svalutare la moneta per annullare i debiti con i quali hanno costruito i loro impianti.
I latifondisti sono “furbi” quando aumentano le loro rendite facendo raddoppiare il prezzo del pane col dazio sul grano.
Gli statali sono “furbi” quando levano taglie e balzelli su chiunque chieda un documento, una registrazione, un timbro ai loro uffici.
I generali sono “furbi” quando accrescono gli stipendi ed allargano gli organici con i miliardi che dovrebbero servire a migliorare gli armamenti.
I plutocrati sono “furbi” quando si intendono con gli agenti del fisco per sottrarre all’imposta la maggior parte possibile del loro reddito imponibile.
Gli assicurati, i medici, i farmacisti sono “furbi” quando fanno pagare all’INAM le visite che non vengono fatte e le medicine che non vengono acquistate.
I bottegai sono “furbi” quando sofisticano i generi alimentari in modo che nessuno se ne accorga.
Gli esportatori sono “furbi” quando mandano all’estero la frutta di qualità scadente, nascosta nelle cassette sotto la frutta migliore.
I funzionari del Mincomes sono “furbi” quando alimentano il commercio delle licenze e il mercato nero delle valute, concedendo licenze e valute a falsi operatori con l’estero.
I membri del Consiglio Superiore delle Miniere sono “furbi” quando consigliano di regalare alle grandi società americane i giacimenti petroliferi del nostro sottosuolo.
I direttori generali dell’AICS e i magistrati della Corte dei conti sono “furbi” quando si costruiscono palazzine con i quattrini destinati ai tubercolotici.
I bananieri sono “furbi” quando fanno gettare decine di miliardi nell’amministrazione della Somalia per ottenere qualche centinaio di sopraprofitti attraverso il monopolio banane.
I commercianti sono “furbi” quando impediscono che vengano aperti nuovi negozi senza il loro preventivo consenso.
Gli operai delle fabbriche sono “furbi” quando impediscono ai lavoratori delle altre regioni di cercare lavoro nel loro comune.
I dirigenti della CGIL sono “furbi” quando, per aumentare gli iscritti nei sindacati, appoggiano anche le rivendicazioni delle categorie impiegatizie meglio remunerate e chiedono che gli avventizi vengano ammessi tutti quanti nelle pubbliche amministrazioni senza concorsi.
I dirigenti della Confindustria sono “furbi” quando finanziano i giornali e i partiti per realizzare più facilmente la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite.

Tutti “furbi” in Italia. Tutti “furbi” che fan finta di prendere molto sul serio, ma mai si lasciano veramente incantare dalle proclamazioni dei grandi princìpi sulla libertà, la democrazia, la giustizia sociale, la solidarietà nazionale.

Il vanto a cui maggiormente tengono gli abitanti della città più miserabile d’Italia – “Cà nisciuno è fesso” – potrebbe essere inciso come motto araldico sullo stemma della nostra Repubblica. E siccome “nisciuno è fesso”, tutti sono disposti a dar fuoco a una intera foresta, se la foresta è della collettività, per cuocersi un uovo al tegamino.

Questa è la vera ragione della nostra miseria. Questa e non la scarsità delle terre coltivabili e delle materie prime.

In due pagine ristampate ultimamente del Buongoverno, Luigi Einaudi spiega che i fattori principali della ricchezza delle nazioni non sono le risorse naturali; sono le qualità morali degli abitanti:
“La culla della ricchezza americana – scrive Einaudi – non è stata nelle regioni del Sud, ricche di cotone, nelle pianure centrali feconde di frumento, nelle terre a carbone a ferro od a petrolio. Fu negli Stati della Nuova Inghilterra, nelle inospitali, pietrose contrade, poste fra New York e i confini del Canada, dove la terra non dà messi, perché la roccia affiora dappertutto, dove le foreste vengono a stento, dove non ci sono miniere di nessun minerale, dove mancava tutto, salvo l’energia indomabile dell’uomo”

La stessa osservazione possiamo fare per la Svizzera. A pochi passi dall’uscio di casa nostra, il tenore di vita della popolazione è molto più elevato di quanto non sia nel nostro paese, nonostante madre natura sia stata, nei riguardi degli svizzeri, molto più avara di materie prime, nonostante la maggiore percentuale di terre montagnose, nonostante la maggiore ristrettezza del mercato e la mancanza di un qualsiasi sbocco al mare. La Svizzera è un paese più ricco del nostro solo perché è un paese meglio amministrato. Ed è un paese meglio amministrato perché gli svizzeri sono meno “furbi” di noi.

Gli articoli che ho raccolti in Settimo: non rubare e quelli che ho scelti in questo libro possono – a me sembra – dare al lettore una prima idea delle conseguenze della nostra generale “furberia” nei rapporti con i nostri simili.

In conseguenza delle trincee che ogni gruppo scava a difesa dei propri interessi sezionali, è raro che in Italia il lavoro venga eseguito dalle persone che lo sanno eseguire, nel luogo e nel modo in cui riuscirebbe più redditizio. Alle spalle di ogni persona adulta che effettivamente lavora ne vivono, senza lavorare, almeno un paio: grattascartoffie, controllori, intermediari, procacciatori, azzeccagarbugli, monache, frati, militari, grandi baroni. E una volta ottenuto il prodotto, la gran parte va perduta in operazioni di arrembaggio, con le quali i più “furbi” ancora riescono a spogliare coloro che dovrebbero esserne i legittimi proprietari.

Finchè gli italiani continueranno ad essere “furbi” a questo modo, nessun piano di investimenti, nessuna politica produttivistica, riuscirà a guarirli dalla loro miseria. Anche se l’Italia divenisse, per miracolo, dalla sera alla mattina, tutta quanta pianeggiante e fertile come la “Campania felice”, anche se la precipitazione delle acque fosse sempre in tutte le regioni la più favorevole a tutte le colture, anche se scoprissimo nel sottosuolo i più ricchi giacimenti di oro rame ferro carbone petrolio, gli ultimi strati della nostra popolazione sarebbero sempre costretti a vivere in condizioni di vita bestiale.

È questa una verità che non dobbiamo stancarci di ripetere contro coloro che vorrebbero scaricare molto comodamente le responsabilità di tutti i nostri malanni sul governo o sul Padreterno.

 


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