Benito Mussolini

Discorso per il terzo anniversario della marcia su Roma

(Milano - 28 Ottobre 1925)

 



Nota

Una analisi in taluni punti anche abbastanza lucida sulla complessità della realtà sociale a cui si dà una risposta del tutto inadeguata e strampalata attraverso la famosa formula: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. Purtroppo tale formula sembra sia ancora valida al giorno d'oggi pur se non nella maniera plateale e cruda dei tempi del fascismo. Oggi, attraverso lo stato burocratico-assistenziale si è conseguito un intorpidimento dei cervelli che non fa presagire nulla di buono qualora una crisi profonda faccia ritornare in troppe persone la voglia di un nuovo buffone a cui tutto affidare e che tutto pensa di risolvere.

 


 

Illustre senatore! Milanesi!

Sono molto commosso per l'onore che mi tributate in questo momento, sono toccato dalle parole con le quali voi, illustre senatore [il Sindaco di Milano Sen. Mangiagalli], avete accompagnato il dono, e vi ringrazio di avere avuto l'amabilità di ricordare le mie scarse benemerenze per la vostra città, perché io già le avevo dimenticate. E le avevo dimenticate perché più che a ricordare il passato sono intento a preparare l'avvenire.
Per quello che concerne questa grande e potente città io ho affrettata la soluzione di talune questioni che, con un elegante luogo comune, si dicono annose appunto perché passano da un anno all'altro, e passavano da un anno all'altro, senza mai giungere ad una conclusione. Ed ho l'immodestia di dire che quello che ho fatto per Milano, l'ho fatto, lo abbiamo fatto, per tutta l'Italia.

Se guardo indietro a questi tre anni di dura fatica e di pesante responsabilità, io ho la coscienza tranquilla perché sento di aver fornito una mole imponente di opere alla Nazione. Non voglio dire che tutto quello che è stato fatto sia perfetto. Ma come potrebbe esserlo? Pensate che in tre anni abbiamo preso non meno di tremila misure di ordine amministrativo, politico legislativo. Voi intendete anche che se avessimo dovuto sottoporre ognuno di questi provvedimenti alla discussione ed all'approvazione di un'assemblea parlamentare composta di 535 rispettabili persone, ci troveremmo oggi a non aver concluso nulla.

Vi è qualcuno che rimprovera al partito dominante di aver imposta una disciplina rigida alla Nazione. È vero. Lo riconosco, e me ne glorio. È una disciplina di stato di guerra.
Mi direte: — ma la guerra è finita, ed è finita gloriosamente con una splendida Vittoria nell'ottobre-novembre del 1918. Io rispondo che è finita la guerra militare, ma la guerra intesa come competizione di popolo nell'arengo della civiltà mondiale, continua.

Vi sono tre ordini di ragioni che impongono questa disciplina: ragioni di ordine politico, di ordine economico, di ordine morale.
Un uomo di governo deve essere vigilante ed attento non solo ai discorsi che si pronunciano nelle cerimonie ufficiali, ma anche a tutto ciò che si elabora nella massa profonda dei popoli. Vi sono delle correnti altrove che non si rassegnano ancora al fatto compiuto delle nostre frontiere. Bisognerà dire una volta per tutte, una volta per sempre, che se vi sono frontiere sacre sono quelle che abbiamo raggiunto con la guerra, ed aggiungo che se domani queste frontiere fossero minimamente in gioco io pregherei S. M. il Re di snudare la spada.
Vi sono delle ragioni economiche che impongono la disciplina. Noi non abbiamo motivo di nasconderle: abbiamo attraversato ed attraversiamo un periodo di difficoltà di ordine finanziario; le supereremo ma dobbiamo rendercene, conto, e dobbiamo reagire con una solida disciplina interna ed esterna a tutte le tendenze che ci condurrebbero al facilonismo: dobbiamo salvare la nostra moneta e per salvarla non bisogna aumentarne il volume.
Finalmente ci sono delle ragioni di ordine morale. Per troppo tempo l'immagine del popolo italiano riprodotta all'estero era quella di un piccolo popolo disordinato, tumultuante, irrequieto. Oggi l'immagine del popolo italiano è fondamentalmente diversa; e, quel che più conta, il popolo italiano, nella sua massa profonda della città e delle campagne, è perfettamente consapevole della necessità di questa disciplina e resiste a tutte le suggestioni ed a tutti gli eccitamenti degli uomini dell'antico regime. E questo è il segno della profonda maturità raggiunta dal popolo italiano.

Non dovete credere, o milanesi, che tutto ciò sia effetto di considerazioni di ordine contingente. No. Al fondo c'è un sistema, c'è una dottrina, c'è un'idea. Quale? si è detto che il secolo diciannovesimo è stupido. Non accetto questa definizione. In genere non ci sono secoli stupidi od intelligenti; oserei dire che, come in tutti gli individui, me compreso, intelligenza e stupidità sono intermittenti. Mi rifiuto di chiamare stupido un secolo nel quale dominatrice della civiltà mondiale è stata l'Europa, durante il quale le industrie, le arti, la scienza ed i prodigi dello spirito si affermarono come in una meravigliosa primavera.

Per noi italiani è importante ricordare che, senza il rifiorire delle idee di libertà e di indipendenza che furono gettate sul mondo dal grande ventilabro sanguinoso agitato da Napoleone, probabilmente non avremmo trovato il fermento primitivo per poi arrivare all'indipendenza della Patria. Ammetto quindi che per tutta la prima metà del XIX secolo il liberalismo sia stato una idea-forza; oggi non lo è più perché le condizioni di tempo, di ambiente e di popolo sono profondamente mutate.

Un'altra idea-forza è quella delle rivendicazioni socialistiche ed anch'essa è al declino. Tutto quello che fu pomposamente chiamato socialismo scientifico non è che un rottame; e un rottame è la concezione enorme, teatrale e grottesca di una umanità divisa in due classi irreconciliabili; rottame è la miseria crescente e la concentrazione del capitale, quando si assiste a un processo precisamente contrario; rottame, infine, è l'idea della palingenesi sociale.
Poi c'è stata una esperienza: l'esperienza russa che è stata la pietra tombale messa sui rottami di questa dottrina. Ci troviamo di fronte a idee che hanno esaurito la loro forza di propulsione; di fronte, dico meglio, a delle degenerazioni di queste idee, che il Fascismo rinnega superandole.

La forza del Fascismo consiste in ciò: che esso prende da tutti i programmi la parte vitale, e ha la forza di realizzarla. L'idea centrale del nostro movimento è lo Stato; lo Stato è l'organizzazione politica e giuridica delle società nazionali, e si estrinseca in una serie di istituzioni di vario ordine.

La nostra formula è questa: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato.

Io credo che la polemica politica in Italia si avvierebbe a un diverso svolgimento se ci si rendesse conto di un fatto, che cioè nell'ottobre del 1922 non c'è stato un cambiamento di Ministero, ma c'è stata la creazione di un nuovo regime politico. Parlerò chiaro su questo argomento.
Questo regime politico parte da un presupposto indiscutibile e intangibile: la Monarchia e la Dinastia. Per tutto il resto si tratta di istituzioni che non erano perfette quando sorsero e che oggi lo sono meno ancora.

Signori! L'Italia del 1925 non può indossare il costume che andava bene per il piccolo Piemonte del 1848. Lo stesso Cavour, all'indomani della promulgazione dello Statuto, dichiarava che esso era rivedibile, modificabile, perfezionabile.

Di che male abbiamo sofferto noi? Di un prepotere del Parlamento. Quale il rimedio? Ridurre il prepotere del Parlamento. Le grandi soluzioni non possono mai essere adottate dalle assemblee se le assemblee non sono state prima convenientemente preparate. Una battaglia o è vinta da un generale solo, o è perduta da una assemblea di generali. Dovete ancora considerare che la vita moderna, rapida e complessa, presenta continuamente dei problemi. Quando il regime liberale sorse, le nazioni moderne avevano allora dieci, quindici milioni di abitanti, e piccole classi politiche ristrette, prese da un numero determinato di famiglie, con una speciale educazione.

Oggi l'ambiente è radicalmente cambiato. I popoli non possono più attendere; sono assillati dai loro problemi, sospinti dalle loro necessità. Queste le ragioni per cui io metto il potere esecutivo in prima linea fra tutti i poteri dello Stato; perché il potere esecutivo è il potere onnipresente e onnioperante nella vita di tutti i giorni della Nazione.
V'ha di più: il regime fascista si è diffuso e dilatato in tutta la Nazione, e non è più soltanto un Governo. Sono settanta provincie, sono settemila comuni, ottocentomila tesserati, sono due milioni di contadini e di operai, sono trecentomila militi.

Signori! Questo regime non può essere rovesciato che dalla forza. Coloro che credono di poterci sbancare con le piccole congiure di corridoio, o con dei fiumi di inchiostro più o meno sudicio, costoro si disingannino: i Ministeri passano, ma un regime nato da una rivoluzione stronca tutti i tentativi di controrivoluzione e realizza tutte le sue conquiste. Quella che si chiamava la rotazione dei portafogli non esiste più, e quando domani dovesse ricominciare non potrebbe svolgersi che nell'ambito del Partito Nazionale fascista.

Milanesi! Ove andiamo noi in questo secolo? Bisogna porsi delle mete per avere il coraggio di raggiungerle. Il secolo scorso è stato il secolo della nostra indipendenza. Il secolo attuale deve essere il secolo della nostra potenza. Potenza in tutti i campi, da quello della materia a quello dello spirito. Ma quale è la chiave magica che apre la porta alla potenza? La volontà disciplinata. Allora, voi vi rendete conto come oggi l'Italia realizzi il prodigio di vedere, dopo un secolo di tentativi, di guerre, di sacrifici, di martiri, il popolo italiano che entra sulla scena della storia, e si investe della coscienza dei suoi destini. Non è più la popolazione, come un secolo fa, divisa in sette Stati, quella popolazione che diventò popolo; poi il popolo, attraverso il sacrificio della guerra, diventò Nazione. Oggi la Nazione si dà la sua ossatura giuridica e politica e morale e diventa Stato.

Siamo ormai alla cima perfetta. Tutto questo ci impone dei rudi doveri, e un alto e consapevole senso di responsabilità non soltanto collettiva, ma individuale. Ognuno di voi deve considerarsi un soldato; un soldato anche quando non porta il grigio-verde, un soldato anche quando lavora, nell'ufficio, nelle officine, nei cantieri, o nei campi; un soldato legato a tutto il resto dell'esercito; una molecola che sente e pulsa coll'intero organismo.

Signori! Io credo fermissimamente nel destino di potenza che aspetta la nostra giovane Nazione. E tutti i miei sforzi, tutte le mie fatiche, le mie ansie, i miei dolori sono diretti a questo scopo. Da che cosa deriva mai in me questo senso di fiducia, di incrollabile fiducia? V'è qualcosa di fatale nell'andare del nostro popolo. Pensate al cammino percorso durante un secolo; pensate che i primi moti per l'indipendenza italiana sono del 1821, che l'insurrezione fascista è del 1922. In un secolo abbiamo realizzato dei progressi giganteschi. Oggi questo movimento è accelerato; accelerato dalla nostra volontà, e tutto il popolo partecipa a questa fatica.

Vinceremo: perché questa è la nostra precisa volontà. Il Governo si considera come lo stato maggiore della Nazione che si affatica nell'opera civile della pace. Il Governo è insonne perché non permette che i cittadini siano dei poltroni; il Governo è duro, perché considera che nello Stato non abbiano diritto di cittadinanza i nemici dello Stato; il Governo è inflessibile, perché sente che in questi tempi di ferro solo le volontà inflessibili possono marciare. Tutto il resto è nebbia, che si disperde ai primi raggi del sole.

Signori! Ho finito, perché voglio dimostrare la mia simpatia al vostro illustre Sindaco imitandolo anche nella tacitiana sobrietà del suo discorso. Noi ci separiamo dopo un'ora vissuta in una comunione indimenticabile; partiamo con nell'animo un vibrare di sentimenti profondi: il Risorgimento, la Guerra, la Vittoria, il Fascismo. Tutto ciò è nel profondo del popolo, tutto ciò esiste, tutto ciò è materia viva e vitale della nostra storia.

In marcia, o milanesi, figli della città che assomma in gran parte le sorti d'Italia.
In marcia, e non fermiamoci fino a che le ultime mete non siano raggiunte.

 

 


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