Guglielmo Ferrero

Riflessioni sulla realtà politica nell'Italia di fine ottocento

(1942)

 



Nota

Questo è un ritratto totalmente disincantato se non addirittura tragico della vita in Italia verso la fine del secolo 19°, tra brogli politici, imbrogli economici e avventurismo militare. Ancora una volta la classe politica emerge come la causa principale della rovina e dello scontento di larghi strati di una popolazione incapace di scrollarsi di dosso questa zavorra di parassiti e sanguisughe statali.

 


 

A Pisa e a Torino dove ho seguito il mio corso di diritto, ebbi due maestri che mi hanno insegnato il diritto costituzionale classico dell'Inghilterra. Me l'hanno insegnato come un sistema di regole sacre, imperative, che stabilivano diritti e doveri : diritti e doveri del popolo; diritti e doveri del Parlamento; diritti e doveri dei partiti; diritti e doveri della Corona. Alla mia immaginazione e alla mia sensibilità giovanile questo sistema di regole era apparso come il codice supremo dell'umanità superiore, della grande aristocrazia dei popoli che avevano conquistato la libertà. L'Italia ne faceva parte: non ripetevano forse tutti i giorni le tribune ufficiali che, grazie al Risorgimento, l'Italia era una delle nazioni più libere del mondo? Con una specie di esaltazione religiosa avevo studiato la legge sublime della libertà, come i miei maestri me l'avevano propinata. Così il mio stupore fu grande, quando cominciai a constatare che il codice augusto della libertà, applicato alla vita pratica, era molto differente da quello che si insegnava negli Atenei. I partiti - i più importanti erano due: la Sinistra e la Destra - non contavano nel paese un gran numero di seguaci. Le elezioni non erano né libere né leali, il che offendeva profondamente in me il sentimento della giustizia. Il popolo, eccetto qualche esigua minoranza, era passivo, indifferente, pauroso e, in certe località, facilmente corrompibile. La sua partecipazione al governo appariva una finzione. Era d'altra parte chiaro che i partiti e il governo non erano affatto malcontenti di una tale situazione e non avevano nessuna voglia di avere a che fare con un popolo più esigente. A Roma, i governi proclamavano di essere quello che i miei maestri mi avevano insegnato all'Università: l'emanazione del Parlamento e dei partiti. Ma era pure evidente che cercavano di limitare il più possibile l'azione e l'influenza del Parlamento, di cui pretendevano essere l'emanazione: di sottrargli gli affari principali, di minimizzare i suoi diritti e di screditarlo. Nello stesso tempo, lavoravano a distruggere, sia nel paese, sia nel Parlamento, la forza e l'influenza dei due partiti più forti.

La Sinistra, al potere dal 1876, governava da dieci anni, quando io cominciai a interessarmi di quello che avveniva a Roma; ma il suo capo, Depretis, solidamente insediato alla presidenza del Consiglio, pareva che tendesse soprattutto a distruggere il suo partito nel paese e nel Parlamento, amalgamandolo alla Destra. Bisognava - si diceva - trasformare i due grandi partiti storici, che sotto il regno precedente avevano fatto l'unità: si era battezzata questa politica con un nome barbaro: trasformismo; in realtà, col pretesto di trasformarli, si voleva annientarli, per soffocare l'opposizione. E il « trasformismo » aveva grande successo: i due partiti si lasciavano docilmente amalgamare dalla mano del potere, salvo due piccoli gruppi che, a destra e a sinistra, continuavano l'opposizione, sdoppiandola da due differenti punti di vista. Il piccolo gruppo di sinistra era rinforzato da due gruppi ancora più piccoli - il gruppo radicale e il gruppo repubblicano: due partiti di estrema sinistra, molto deboli ancora nel paese ma che riuscivano a eleggere qualche deputato: una ventina in tutto. La esigua opposizione di sinistra, rinforzata da due gruppi minuscoli di estrema sinistra difendeva con una certa veemenza i principi del parlamentarismo classico, all'inglese, contro le violazioni subdole e numerose di Depretis. Essa aveva tutte le mie simpatie. Nel 1887 Depretis morì e Crispi gli succedette. Crispi era il capo più attivo della piccola opposizione di sinistra: per un momento sperai che reintegrasse la Costituzione nella lettera e nello spirito. Invece continuò la politica del suo predecessore, peggiorandola. Un giorno che un deputato gli ricordò i suoi discorsi d'opposizione rispose: «Dall'alto della piramide si vedono le cose diversamente che alla base».

Non ho ancora dimenticato, a distanza di quasi mezzo secolo, la terribile impressione che mi fece questa frase. L'opposizione non era dunque un torneo leale di convinzioni e di eloquenze, come mi avevano insegnato all'Università, ma una giostra di furberie e di mistificazioni. Crispi restò al potere quattro anni, dal 1887 al 1891, sempre trafficando: inimicò l'Italia e la Francia, rovinò l'antica economia del regno liberale, a base agricola - precipitandola nelle avventure del protezionismo industriale: lanciò l'Italia nella grande politica degli armamenti a oltranza, degli allarmi continui, delle rivendicazioni generalizzate. Fu durante questi quattro anni che io cominciai ad accorgermi che la Costituzione, di cui all'Università mi avevano spiegato il congegno, era un paravento dietro cui avveniva qualche cosa... Ma che cosa? Non riuscivo a capirlo. Era evidente che Crispi non si sognava di governare in nome e per conto della nazione, come capo di un partito, in leale concorrenza con altri partiti. Voleva, come il suo predecessore, restare al potere ed esercitarlo da solo, sopprimendo ogni opposizione. Ed era pure evidente che Crispi era aiutato sia da appoggi invisibili e potenti, sia dall'indifferenza della maggior parte del paese.

Ero giovane: conoscevo poco gli uomini e la storia: prendevo sul serio quello che mi insegnavano. L'inspiegabile camuffamento del potere lasciava indifferenti tanti italiani, mi affliggeva, m'irritava, mi rivoltava. Allora ero stato preso in giro quando mi si era voluto far credere che appartenevo a un popolo libero! Fra le varie regole del governo parlamentare, una almeno era applicata allora a Roma: il Ministero doveva avere la maggioranza alla Camera. Un giorno Crispi, irritato per una frase pronunciata da un deputato di destra, si lasciò andare a coprire di ingiurie tutto il partito: la Camera, che votava sempre per lui, trovò un momento di energia e lo mise in minoranza. Il re chiamò un uomo di destra, il marchese di Rudinì, il quale compose il ministero con gli uomini che restavano dell'antico partito di destra e tentò di governare secondo le regole classiche, come se il Parlamento fosse realmente quello che diceva di essere. Questo ministero durò appena poco più di un anno, perché quello strano Parlamento pareva preferire i governi che lo trattavano come una finzione, a quelli che volevano farne un potere sovrano.

Nel 1892 fu messo in minoranza in una discussione in cui la Camera sembrò un'ultima volta dividersi in destra e sinistra. Il re fece un ministero di sinistra: ma non diede l'incarico a Zanardelli, che per diritto di anzianità era considerato come capo di questo partito. Gli preferì un uomo di cinquant'anni che era alla Camera da una decina di anni: Giolitti. La scelta di Giolitti, inattesa e ingiustificata secondo le regole del giuoco parlamentare, provocò un ultimo violento conflitto tra i superstiti rappresentanti dei due partiti. Il governo di Giolitti si trovò fra due fuochi : la destra lo combatteva perché era di sinistra: una parte della sinistra non ne voleva sapere perché lo considerava come un intruso che aveva spodestato con un colpo di mano i seniores del partito. I tempi erano burrascosi. Lo sconvolgimento della fortuna nazionale provocato dal protezionismo, dalla depressione generale del regime agricolo nel mondo, dalle imprudenze e dagli errori della finanza un po' avventurosa di Depretis, avevano impoverito il paese. Tutte le classi soffrivano, erano malcontente, e, scuotendo per la prima volta la loro apatia tradizionale, si lagnavano. Per la prima volta, come bruma mattutina dell'autunno, un mormorio generale correva per tutto il paese - popolo, classi medie, classi superiori - e saliva fino al potere e al trono. Perché in mezzo a questi mormorii, molti avevano cominciato a domandarsi se la volontà del re non fosse la ragione invisibile di molte cose che parevano difficili a spiegarsi: tra l'altro, le soluzioni così spesso inattese delle crisi iniziali. Nello stesso tempo, un manipolo di giovani quasi tutti appartenenti alla piccola borghesia, scopriva il marxismo che si organizzava in partito politico in tutta Europa, e si lanciava a diffonderne la dottrina nelle città e nelle campagne. Annunciavano al popolo una nuova rivoluzione che sarebbe l'opera del proletariato, che perfezionerebbe la Rivoluzione francese, rigenerando il mondo intero. Niente di meno! Ma il momento era favorevole. I missionari trovavano ovunque orecchie e spiriti aperti; paesani, operai, piccoli borghesi, fin allora passivi e indifferenti parevano finalmente risvegliarsi.

Il compito di Giolitti non fu facile. Egli non si peritò a mostrare una certa benevolenza al movimento socialista, per cui dalla destra fu accusato di flirtare con la Rivoluzione. Il fallimento di qualche grande banca, gli scandali che ne derivarono, i compromessi veri o immaginari di cui furono accusati e sospettati i parlamentari, aggravarono ancora la sua posizione. Per assicurarsi una maggioranza fece le elezioni generali e mentre si vantava di essere un uomo di sinistra amico del popolo e liberale - intrugliò gli scrutinii con una sfrontatezza scandalosa, anche per il suo tempo. Io ne fui inorridito. Un potere che violava le sue proprie leggi per falsificare la volontà della nazione, di cui si dichiarava il servitore devoto : no, no, mi sentivo rivoltare a un tale abbominio!

Giolitti riuscì a ottenere una larga maggioranza, ma con poco profitto. Sotto le ondate sempre più furibonde dell'indignazione pubblica, il suo ministero si disgregò ed egli finì per dare le dimissioni, verso il mese di dicembre del 1893. L'opposizione di destra cercò d'imporre un ministero Zanardelli. Il re, che non ne voleva sapere, lo scartò con uno stratagemma : incaricò Zanardelli di costituire il ministero e lavorò sottomano con tutte le sue forze per ostacolarlo. Scartata la sinistra, il re richiamò Crispi. Ma questa volta il segreto del re era stato sorpreso: il pubblico aveva indovinato il trucco.

Crispi governò di nuovo, dal Novembre 1893 al Marzo 1896, fino alla battaglia di Adua. Nei due anni e mezzo che durò il suo ministero, io vissi all'estero, in Inghilterra, in Germania, in Francia. Ero partito nel novembre 1893 proprio nel momento in cui cadeva il ministero Giolitti. Ne ero disgustato come de' suoi predecessori e me ne andavo all'estero scontento e inquieto, alla ricerca di rimedi ai mali che mi sembrava tormentassero il mio paese. In Inghilterra ho assistito al tramonto dell'era vittoriana, in Germania agli ultimi bagliori dell'era bismarckiana, in Francia a quel periodo di bonaccia che precedette la convulsione dell'affare Dreyfus. Ma le mie esperienze e osservazioni all'estero aggravarono ancora l'inquietudine che mi tormentava. La libertà, la grandezza, la potenza delle nazioni moderne erano ben differenti dall'idea che se ne aveva da noi: evidentemente l'Italia non era che una debuttante nella grande Europa del secolo decimonono. Ma questa evidenza mi tormentava, perché avrei voluto trovarne le cause e i rimedi. Perché l'Italia era rimasta indietro, e come avrebbe potuto riconquistare il tempo perduto? Mentre all'estero io rimuginavo questi problemi, Crispi faceva in Italia l'esperienza di un metodo nuovo di governo che non avevo mai visto applicato: mantenersi al potere sfruttando la paura della rivoluzione e il prestigio delle conquiste - l'una e l'altra immaginarie. Col pretesto di piccole sommosse scoppiate in Sicilia e nell'Italia centrale, quando egli aveva ripreso il potere, proclamò che la rivoluzione sociale era imminente e in gran fretta montò una macchina di repressione sul ben noto modello: legge marziale, bavaglio alla stampa, dispersione e persecuzione dei socialisti, attentati più o meno autentici, regime poliziesco, deportazione amministrativa. Nello stesso tempo Crispi faceva credere che avrebbe conquistato l'Abissinia, su cui già nel suo precedente ministero aveva tentato d'imporre il protettorato. Questa politica, condotta con forze insufficienti e con una notevole balordaggine, condusse alla battaglia di Adua: piccola battaglia, se si tien conto solo dei soldati e delle vittime, uno degli episodi più tragici nella storia militare del secolo decimonono, se si tien conto dell'eco che risvegliò negli spiriti. Il ministero Crispi cadde.

Tornai in Italia qualche mese dopo la battaglia di Adua. Rudinì, richiamato dal re, era al governo. Dopo quest'ultima esperienza ero convinto che il re Umberto volesse abolire le concessioni liberali di suo padre e di suo nonno, imbavagliare il Parlamento e il popolo, ristabilire il potere assoluto; che per sventare questo piano parricida e insensato bisognava modernizzare il paese, industrializzarlo, organizzarlo, democratizzarlo, risvegliare nelle classi medie e popolari lo spirito civico, insufflargli uno spirito forte, ardito, sovrano, dargli un regime parlamentare serio, in cui partiti ben organizzati si disputassero il potere. Trovai, tornando, il paese in preda a un'inquietudine generale e a una viva irritazione non solo contro Crispi e i suoi accoliti ma anche contro il re. Nelle conversazioni private egli era messo in causa come il primo responsabile delle iatture del paese: era lui che aveva voluto l'Africa, la reazione, la politica dei grandi armamenti; era lui che aveva rovinato il paese per l'ambizione insensata d'ingrandire la dinastia. Fu in quest'atmosfera di inquietudine e di irritazione generale che io cominciavo a farmi conoscere, con la penna e con la parola. Nel 1897 divenni collaboratore regolare del Secolo di Milano, in cui potei sviluppare e difendere le idee elaborate durante il mio soggiorno all'estero. Il Secolo era allora l'organo del partito radicale. Il partito era esiguo! contava alla Camera appena una ventina di deputati e qualche seguace, una certa organizzazione in alcune province, specialmente in Lombardia e nel Veneto. Ma poteva contare sul giornale, che aveva allora la maggiore tiratura in Italia, e sul suo programma. L'Italia, per diventare un paese libero, come i modelli che io ammiravo, aveva bisogno d'un partito che collegasse i socialisti e la monarchia, i ricchi e i poveri. Il partito radicale era il partito adatto.

Dal 1897 al 1900 feci, nel Secolo, il mio tirocinio di polemista e di propagandista politico. Furono due anni di burrasche ininterrotte. Dopo Adua il marchese di Rudinì aveva tentato di calmare il malcontento pubblico instaurando un governo liberale, Ma la crisi economica si aggravava, l'inquietudine dello spirito pubblico cresceva, il partito socialista faceva rapidi progressi. Nel 1898 un rincaro del pane provocò una sommossa. La Corte, gli ambienti ufficiali, le classi ricche furono assalite da terror panico. Si credette veramente di essere alla vigilia di una rivoluzione. Lo Stato d'assedio fu proclamato in parecchie provincie : il ministero Rudinì fu sostituito dal ministero del generale Pelloux, un Savoiardo, amico personale del re. Il generale si accanì sui piccoli partiti d'estrema opposizione: socialisti, repubblicani, radicali e cattolici. Società disciolte, giornali soppressi, capi imprigionati, perseguitati, condannati. Anche il Secolo fu soppresso per parecchi mesi. Alla fine si presentarono al Parlamento delle leggi che avrebbero soppresso tutte le libertà politiche e ristabilito press'a poco un governo assoluto. Solo una quarantina fra radicali, repubblicani e socialisti, osarono combattere questi progetti. Ma alcuni disperati tentarono di impedirne l'approvazione con l'ostruzionismo. Cominciò un periodo di agitazione generale.... L'opinione pubblica era contraria al ministero, alle sue leggi, alle sue persecuzioni, e sempre più si rivoltava contro il re che riteneva responsabile di tutte le iatture. Adua, la crisi, il disordine finanziario, i tribunali militari, la reazione che empiva le prigioni, le leggi « liberticide ». Il conflitto tra il re e la pubblica opinione pareva insolubile: un colpo di fulmine lo risolse in qualche minuto. La sera del 29 Luglio 1900, nel parco di Monza, adiacente al magnifico castello in cui passava l'estate, il re Umberto assisteva a una festa ginnastica. Un giovane anarchico, arrivato dall'America qualche giorno prima, poté avvicinarsi, in mezzo alla folla in festa, alla carrozza reale e tirò a bruciapelo tre colpi di revolver. La morte fu istantanea.

Questo è nelle sue grandi linee il dramma a cui nella giovinezza, dai venti ai trent'anni, ho assistito e partecipato. Ma vi ho assistito e partecipato senza comprenderne niente, come tutti i miei compatrioti a cominciare dai ministri e dal re stesso che vi perdette la vita.

(da: Guglielmo Ferrero, Potere, Edizioni di Comunità, Milano, 1947)

 

 


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