Gian Piero de Bellis

Il nuovo uomo delle caverne

(Agosto 2017)

 


 

L'immagine dell'uomo delle caverne richiama alla mente gli albori della storia, quando l’essere umano iniziava il processo civilizzatore che lo avrebbe portato a costruire abitazioni confortevoli in mezzo al verde di parchi e giardini.

L’immagine della caverna è stata utilizzata da Platone per raffigurare la condizione umana in relazione alla conoscenza (La Repubblica, libro settimo). Per Platone noi conosciamo la realtà di riflesso, attraverso l’uso di concetti e figure che la rappresentano. Alla pari di un uomo che vive in una caverna con il viso rivolto verso l’interno, noi vediamo solo immagini del mondo reale che la luce del sole dall’esterno proietta sulle pareti. Questo è tutto quello che possiamo conoscere degli oggetti materiali che ci circondano: le sensazioni e impressioni riflesse e non l’intrinseca diretta natura, la forma esteriore e non la sostanza essenziale.
Platone immagina poi che un individuo esca fuori dalla caverna; all’inizio sarà abbagliato dalla luce del sole e la realtà gli apparirà estremamente confusa, e rimpiangerà il tempo in cui le ombre riflesse degli oggetti gli apparivano chiaramente e distintamente. Poi, i suoi occhi si abitueranno alla luce e la realtà gli apparirà direttamente in tutta la sua nitidezza.

Il mito della caverna ha sollevato varie interpretazioni. Una possibile e plausibile è che la conoscenza vera della realtà ha luogo quando, mettendo a dura prova la vista (cioè lo spirito della percezione e della ragione), volgiamo lo sguardo verso la realtà illuminata da una forte luce (la luce del sole come la luce della critica) e cogliamo aspetti che altri, abituati al buio riposante della caverna (che assopisce la vista e la ragione) non possono e, spesso, non vogliono cogliere.

Molti secoli dopo, questa visione di un essere umano con gli occhi rivolti verso l’alto e verso gli infiniti orizzonti che si aprono davanti a lui invece che verso il basso, nel buio circoscritto di una caverna, è stata proposta da Immanuel Kant in maniera estremamente chiara attraverso una frase diventata famosa: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. (Critica della ragion pratica. Conclusione)

In epoca più vicina a noi, Erich Fromm nel suo Escape from Freedom (Fuga dalla libertà) ha riproposto il tema dell’essere umano che preferisce la quiete soporifera e mortifera (per la ragione) di una realtà quale gli è presentata dal potere, agli sforzi e ai turbamenti che potrebbero derivare da una conoscenza diretta e approfondita del mondo circostante. Questa fuga dalla libertà che è anche una fuga dalla realtà (razionale e morale) era a quei tempi del tutto manifesta nelle ideologie che dominavano (fascismo, nazional-socialismo, stalinismo) e che stavano producendo guasti ed orrori enormi (persecuzioni, eccidi, stermini, guerre).

In questo mondo di pazzi, snaturato e de-umanizzato, si è levata poi la prosa di George Orwell per descrivere in maniera caustica e potente una realtà manipolata che appare non solo riflessa (dai mass-media) ma anche capovolta (dal Grande Fratello Stato): “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.

Pur in presenza di ricorrenti fenomeni di follia e frenesia omicida collettiva, molte persone hanno accettato e danno per scontata l’idea che il processo civilizzatore sia rappresentato da una linea ascendente per cui, con il passare del tempo, quasi automaticamente avviene che le nuove generazioni siano più civilizzate di quelle che le hanno precedute. Si confonde però, in questo caso, il progresso tecnico che appare, da alcuni secoli, lineare e ascendente, con la dinamica riguardante lo sviluppo morale, che appare invece avere un corso molto accidentato, fatto non solo di progressi ma anche di cadute e regressi notevoli. L’avanzamento della tecnologia, fa poi apparire l’arretramento del senso e del comportamento morale ancora più sconvolgente, almeno per talune persone.

Questo è appunto quanto sembra stia avvenendo al giorno d’oggi, cioè l’arretramento del senso e del comportamento morale e l’emergere, in forme, modi e livelli diversi, di un nuovo uomo delle caverne.
Una persona che scenda negli antri urbani (le metropolitane e i centri commerciali) o cammini per le strade di alcune tra le più famose e celebrate città d’Europa (ad esempio, nel mio caso, Ginevra, Oxford, Roma) non può fare a meno di notare migliaia di persone con il viso rivolto verso il basso, chine su un piccolo schermo, intente a far correre un dito, a digitare, a navigare.
È accaduto poi che molte di queste persone, tutte intente in questo lavorio a testa china, siano cadute in una fontana, abbiano cozzato la testa contro un palo, siano state investite da un’auto mentre attraversavano la strada, e via discorrendo.

Succede anche che, qualora queste persone vadano ad un concerto, esse trovino necessario non solo di fotografare l’interprete e sé stessi, a prova di essere stati al concerto, ma anche di vedere parte del concerto sul piccolo schermo che hanno con sé, come se il riflesso della realtà fosse meglio della realtà stessa.

L’essere umano chino sul suo telefonino ricorda appunto l’uomo delle caverne di Platone che vede la realtà come riflesso, e in particolare, come gli viene riflessa dal potere rappresentato dai mezzi di comunicazione. Quasi sempre una realtà parziale, distorta, fatta di contrapposizioni inventate per la convenienza del potere stesso, e di manipolazioni sottili che tendono a incentivare gli atteggiamenti e i comportamenti più gretti e volgari (il patriottismo, lo sciovinismo, il consumismo, il cinismo, il menefreghismo, l’egocentrismo, ecc.).

Tutto ciò ricorda anche i telescreen nel romanzo di George Orwell, 1984. La differenza è che mentre dietro i telescreen c’era l’occhio del Grande Fratello che tutto controllava e tutti manipolava, adesso, dopo decenni di indottrinamento di massa nelle scuole di stato e di propaganda di massa dei media finanziati dallo stato e dalle grandi imprese con la pubblicità, il Grande Fratello è stato interiorizzato. Per cui non c’è quasi più bisogno di una thought police (polizia del pensiero) in quanto idee anticonvenzionali vengono automaticamente espulse o addirittura non sono nemmeno prese in considerazione per non affaticare il cervello; e solo le opinioni più trite e becere sono notate e registrate come ulteriori tasselli per la propria auto-alienazione.

Ma come è potuto avvenire tutto ciò?
Qui si formulano tre ipotesi:

a) la divisione manuale/intellettuale, che ha portato al predominio del chiacchiericcio politico pseudo-intellettuale sulla vita attiva-riflessiva delle persone e delle comunità volontarie a cui ognuno dovrebbe essere libero di associarsi o no.
b) la divisione campagna/città per cui si sono create megalopoli che hanno generato il deserto intorno a loro, assorbendo quantità enormi di risorse e producendo un modo di vita del tutto artificiale, fatto spesso di assistenzialismo e di dipendenza.
c) la divisione individuo/comunità, con l’individuo-atomo che ha cancellato l’essere umano relazionale e la società-massa dei pollai statali nazionali che ha schiacciato la società cosmopolita delle comunità volontarie.

Le figure del lavoratore-suddito-zombi e del politico-giornalista-illusionista primeggiano in questa società dello spettacolo e della farsa, come due facce della stessa medaglia.

Come se ne esce allora fuori?
Attraverso una progressiva scomparsa delle divisioni. E innanzitutto dell’idea che queste divisioni siano razionali e necessarie per il funzionamento della vita in società. Tutt’altro.

Ai giorni nostri, ancor più che in passato, la tecnologia permette la ricomposizione di molte realtà che sono state artificiosamente separate e contrapposte e consente lo sviluppo, all’interno di queste realtà, di una varietà, individuale e generale, frutto di libertà e volontarietà.

Il tutto avente come sbocco la formazione appunto di individui liberi e di comunità volontarie.
Allora sarebbe possibile l’uscita dalle caverne e da una condizione di zombitudine che è funzionale al potere ma che è letale per l’essere umano.
Da secoli il messaggio e l’invito ricorrente di letterati e umanisti, rivolto a tutti gli esseri umani è il seguente:

Fatti non foste a viver come bruti.
ma per seguir virtute e canoscenza.

 


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