Gian Piero de Bellis

Il settarismo, sintomo inequivocabile dello statismo

(Ottobre 2012)

 


 

Le esperienze che una persona ha giornalmente, entrando in relazione con le conoscenze accumulate nel passato, generano spesso nuove riflessioni e nuove convinzioni.
Recentemente mi sono capitati due fatti che, incrociandosi appunto con precedenti cognizioni e convinzioni, mi hanno condotto a talune conclusioni che andrò qui esponendo.

Inizio innanzitutto con i fatti.

Episodio n°1. Non molto tempo fa, leggendo un intervento su Internet, ho scoperto che nell’ambito del pensiero sociale, in Francia, alcuni fanno distinzione tra libertaire e libertarien, distinzione che, ho poi constatato, si è insinuata anche nella lingua spagnola e che probabilmente è arrivata o arriverà anche in Italia. Io sono favorevole a introdurre distinzioni e vocaboli appositi quando servono a chiarire un concetto o una posizione, ma al riguardo sono rimasto perplesso e non ho ritenuto necessario approfondire la cosa. Non mi quadrava il fatto che occorressero due parole distinte e contrapposte per qualificare un amante e un praticante della libertà. Quindi ho lasciato subito perdere la cosa e mi sono dedicato ad altre faccende più interessanti. Sennonché, non avevo fatto i  conti col fatto che anche le distinzioni più assurde hanno il potere di diffondersi, e talvolta più sono assurde più fanno presa.

Episodio n°2. L’altro giorno ho iniziato a esaminare le schede di un sondaggio (domanda: “Quale è la sua definizione di Anarchia?”) fatto in occasione dell’incontro degli anarchici a Saint Imier nel mese di Agosto. Alcune schede sono state compilate da persone che avevano appena passato in rassegna dei pannelli che avevo preparato e in cui presentavo l’anarchia come aspirazione massima alla libertà e quindi come la concezione più adatta ad accettare tutte le pratiche sociali, purché basate su scelte volontarie e sul principio di non aggressione. In un pannello esaminavo anche il rapporto tra liberalismo e anarchia e citavo l’autore di una recente storia dell’anarchia il quale afferma: “I teorici della politica di solito classificano l’anarchismo come una ideologia dell’estrema sinistra. In realtà essa unisce idee e valori provenienti dal liberalismo e dal socialismo e può essere considerata una sintesi creativa di queste due grandi correnti di pensiero.” (Peter Marshall, Demanding the Impossible. A History of Anarchism, 2008).
Alcuni, non apprezzando questo dato di fatto (il collegamento tra liberalismo e anarchismo) che non è una mia invenzione ma è nella storia della evoluzione delle idee, hanno scritto nelle schede del sondaggio frasi come: “Le libéralisme n’est qu’une forme de fascisme” oppure “Les libertariens ne sont pas anarchistes.”

Ecco allora ritornare il termine libertarien. A questo punto ho dovuto per forza approfondire il significato di libertarien e ho scoperto che, taluni, con libertarien fanno riferimento agli anarco-capitalisti e con libertaire alludono agli anarco-comunisti.
Quando ho capito questo, nel mio cervello è avvenuto come un click e varie cose hanno trovato collocazione e spiegazione, in maniera quasi automatica. Eccole elencate:

  1. Innanzitutto ho capito definitivamente perché l’anarchismo come ideologia ha fatto bancarotta. Diviso in parecchi rivoli (anarchici individualisti, collettivisti, comunisti, socialisti, mutualisti, sindacalisti, violenti, non violenti, insurrezionalisti, fautori dello sciopero rivoluzionario e via discorrendo) che si combattevano se non addirittura si odiavano l’un l’altro, l’anarchismo come ideologia è morto e sepolto. In effetti quello che ha significato e valore è l’anarchia come pratica (personale e volontaria) e non l’anarchismo come ideologia (di massa e parolaia). Per cui, ciò che è destinato a sopravvivere è l’aspirazione-voglia di libertà che si traduce, come obiettivo, nella fine del monopolio statale del potere.
  2. In secondo luogo, ho intuito che aggiungere all’anarchismo una ulteriore etichetta, come ha fatto Rothbard con l’invenzione dell’anarco-capitalismo, non è servito e non serve assolutamente a niente. Se anarchia significa pratica della libertà e capitalismo è inteso come libertà di produzione e di scambi, ripetere due volte la parola libertà non significa un bel nulla. Il risultato in effetti è stato solo quello di introdurre una qualifica superflua e una divisione ideologica ulteriore in un mondo, quello degli ideologi dell’anarchia, già del tutto frammentato e sconquassato. Meglio sarebbe stato aderire alla posizione di una anarchia senza aggettivi che è stata quella di Max Nettlau e altri e sarà poi quella di Karl Hess.
  3. In terzo luogo, e qui è stata l’illuminazione di cui sono più soddisfatto, ho compreso finalmente che il metodo più sicuro per smascherare lo statismo non è conoscere quale ideologia professa una persona. Il potere di opprimere e di sfruttare che è proprio di una organizzazione monopolistica come lo stato, non è, ad esempio, ascrivibile automaticamente all’ideologia socialista come vorrebbero gli anarco-capitalisti (i libertariani) o a quella capitalista come vorrebbero gli anarco-comunisti (i libertari) ma è la risultante di un modo di essere che può essere presente dappertutto e che è, innanzitutto, esistente nel cervello e nei comportamenti di coloro che fanno politica di professione: esso si chiama SETTARISMO.

 

In maniera profetica Jules Benda ha scritto: “Il nostro secolo sarà davvero riconosciuto come il secolo della organizzazione intellettuale degli odi politici.” (1927) Gli odi politici nel secolo XX sono stati alimentati dalla adesione acritica e fideistica ad un profeta e ad una ideologia operanti nel campo della politica e dell’economia. Ci si è anche scannati per difendere la presunta purezza di una ideologia contro presunti “deviazionisti” e “traditori”. Eppure, se le persone sapessero le commistioni e evoluzioni che esistono tra le idee (ad esempio il fatto che Marx ha preso da Adam Smith parecchie idee come, ad esempio, la teoria del valore-lavoro) il settarismo apparirebbe per quello che è: pura e semplice idiozia. Ma questo non avviene perché ciò che caratterizza in misura estrema il settario è la pigrizia mentale unita alla chiusura cognitiva. Per cui tutti i settari evitano come la peste idee nuove o idee che potrebbero mettere in crisi la loro ideologia.

Personalmente ho un rigetto quasi istintivo a intrupparmi anima e corpo sotto una bandiera e trovo incredibile e irreale il fatto che uno possa accettare tutte le idee espresse da una persona (per quanto grande) o condensate in una ideologia (per quanto stupenda). La centralizzazione ideologica (una ideologia dominante) mi sembra inaccettabile e disfunzionale come la centralizzazione politica (un centro dominante). Io credo però che ciò non derivi solo da un rifiuto istintivo ma che abbia a che fare soprattutto con quella che chiamerei ragionevolezza o consapevolezza dei limiti personali.

Poniamo, ad esempio, che mi definissi Proudhoniano o Bakuniano o Rothbardiano o seguace della scuola Austriaca in economia. Con questo indicherei alla persona che mi ascolta che, del personaggio o della scuola a cui ho dato la mia adesione, io ho letto tutte le opere (preferibilmente in lingua originale) e sono in concordanza con tutte le sue (o loro) affermazioni. E se non l’ho fatto, la mia professione di adesione è solo una burla, una presa in giro di me e degli altri, un pretendere quello che non è.

Se non avessi una conoscenza totale e profonda dell’ideologo e dell’ideologia a cui ho dato la mia piena adesione, potrebbe infatti succedere che, approfondendo lo studio dell’autore o allargando il campo di studio ad altri personaggi, da Proudhoniano potrei diventare Stirneriano e poi, entusiasmandomi per alcuni passaggi delle opere di Frederich Nietzsche, un Nietzschiano convinto. E questo balletto potrebbe continuare all’infinito, come è successo in alcuni casi famosi, come Georges Sorel, socialista, poi sindacalista rivoluzionario, poi monarchico e reazionario. Chi di noi non ha conosciuto in gioventù persone che si dichiaravano maoisti, o castristi o marxisti impegnati, o anche anarchici rivoluzionari, e poi ce le siamo trovate, anni dopo, a lavorare in banca o nell’amministrazione statale? Fate un elenco di molti esponenti di spicco del PCI del dopoguerra (a partire dal presidente Napolitano) e troverete aderenti o simpatizzanti del fascismo; oppure andate a vedere tra la truppa dei berlusconiani e troverete gente di tutti i colori, a cominciare dal socialista di sinistra Fabrizio Cicchitto.

E così di setta in setta, sotto una etichetta o sotto un’altra, la farsa politica e pseudo-culturale continua. Purtroppo, e qui sta il vero problema, anche quelli che vorrebbero smetterla con questa farsa, finiscono per intrupparsi in una setta, sotto un pensatore o una scuola, assegnandosi una etichetta e sostenendola a spada tratta contro gli appartenenti a tutte le altre sette. Ma, in tal modo, essi non fanno altro che perpetuare lo statismo, che si regge appunto sulla esistenza di sette e sul loro contrapporsi fasullo; come i governanti dei tre superstati (Oceania, Eurasia, Estasia) che si combattono in una guerra infinita, cambiando regolarmente alleanze, ma preoccupati solo che la guerra continui perché questo giustifica l’esistenza del loro potere (George Orwell, 1984).

Il fenomeno delle sette è proprio ed esclusivo del mondo della politica e della pseudo-cultura. Infatti, nel campo della scienza e della tecnologia non esistono sette. Non ci sono  Galileiani o Newtoniani o Einsteiniani cioè seguaci di Galieo, Newton o Einstein. Per un fisico dichiararsi seguace di Newton vuol dire ammettere di non aver alcun interesse al progresso della fisica e alle scoperte che hanno avuto luogo negli ultimi secoli. Così facendo egli riconoscerebbe di non essere uno scienziato, vale a dire un ricercatore e un possibile scopritore del nuovo. Questa adesione totalizzante è invece considerata del tutto accettabile nell’ambito delle cosiddette scienze economiche dove troviamo, ad esempio, i Keynesiani, abitanti nostalgici del secolo passato, che sono gli incartapecoriti adoratori delle considerazioni contingenti fatte da un don dell’Università di Cambridge più di 70 anni fa.

Io comunque sono fiducioso. Il tempo delle sette sta volgendo al termine. Non a molti interessa sapere cosa distingue un libertario da un libertariano e probabilmente ciò non interesserà a nessuno negli anni a venire, come non interessa più, tranne che a pochi pedanti, conoscere la distinzione (del tutto insulsa) tra liberalismo e liberismo. Questi bizantinismi mentali inconcludenti lasciamoli ai lumpenintellettuali. È tempo di concentrarsi su progetti reali perché la fine del settarismo e quindi dello statismo si avvicina (anche se alcuni non se ne sono ancora resi conto oppure fanno come gli pseudo-anarchici settari, che confondono la fine dello statismo con l’affermazione della loro setta).

 


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