Gian Piero de Bellis

La rivoluzione prossima ventura

(Gennaio 2013)

 


 

Una delle convinzioni più largamente condivise è che le rivoluzioni scoppiano in momenti di profonda crisi economica e in una situazione di povertà generalizzata.
Questa visione non trova però sostegno presso molti storici di vario orientamento culturale.

Ad esempio, per quanto riguarda la Rivoluzione Francese, sia il liberale Alexis de Tocqueville che il socialista Jean Jaurès hanno sostenuto nei loro scritti che la popolazione francese, negli anni antecedenti la rivoluzione, lungi dall’esperimentare una crisi economica, godeva invece di una crescente prosperità. Come rilevato da Tocqueville, nonostante i molteplici ostacoli che l’amministrazione statale poneva allo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria “il paese cresceva in ricchezza e le condizioni di vita miglioravano dappertutto.” (L’ancien régime et la révolution,1856)

Se facciamo riferimento all’altra grande rivoluzione, la Rivoluzione Russa, gli anni che la precedono sono anni di sviluppo economico. Come afferma lo storico dell’economia russa Alec Nove, “negli ultimi anni prima di essere sconvolto dalla guerra e dalla rivoluzione, l’Impero Russo aveva raggiunto un livello di sviluppo che, pur notevolmente inferiore alle maggiori potenze industriali dell’occidente, era nondimeno apprezzabile.” (An economic history of the USSR, 1972)
La rivoluzione russa fu dunque più il risultato delle vicende politiche e militari che un portato della crisi economica.

Eppure, nonostante queste e altre voci autorevoli, l’esistenza di una crisi economica e della sua risoluzione in senso positivo sono ancora alla base della maggior parte delle analisi e delle speranze di cambiamento sociale.
Infatti, come in passato i marxisti si aspettavano il crollo del capitalismo e l’avvento del socialismo a seguito di una crisi economica gigantesca, adesso molti anarchici e libertari attendono la scomparsa dello statismo come risultato della crisi economica attuale o di quella che verrà.
Personalmente ho il sospetto che essi rimarranno delusi, come delusi sono rimasti per decenni i marxisti tutte le volte che, quello che essi chiamavano capitalismo, riemergeva da ogni crisi e procedeva più forte che mai.

Purtroppo, tutte queste speranze e queste attese deluse riguardo alla realizzazione di una dinamica astratta (crisi economica – crollo – passaggio ad un sistema differente) non hanno fatto e non fanno altro che distogliere l’attenzione dai cambiamenti che pure sono avvenuti e tuttora avvengono.
Infatti, mentre i socialisti aspettavano il crollo del capitalismo, il capitalismo produttivo si trasformava in capitalstatismo finanziario e continuava, con le risorse estratte a tutti, a sopravvivere di crisi in crisi, attraverso la oramai nota dinamica di boom e bust (espansione e contrazione).

Al giorno d’oggi, gli anarco-capitalisti, mentre attendono la fine dello statismo che riporti in auge il capitalismo della libera impresa e del libero mercato, non solo non vogliono riconoscere che le categorie della libertà (di attività e di scambio economico) sono antecedenti al capitalismo, ma non si vogliono nemmeno rendere conto che:

  • il capitalismo come forma storica di organizzazione della produzione è finito da un pezzo;
  • alcune categorie della realtà legate al capitalismo storico risultano del tutto superate e per questo non più proponibili.

Noi siamo già in una situazione di post-economia, di post-mercato e di post-lavoro.
I miglioramenti tecnologici e di organizzazione del lavoro nel corso del XX secolo hanno risolto il problema della produzione. Infatti adesso sono soprattutto le macchine e i congegni automatici che producono per il soddisfacimento dei bisogni materiali.
Se ne era reso conto anche quel trombone di Keynes quando, in un saggio del 1930, affermò che “the economic problem is not – if we look into the future – the permanent problem of the human race.” (Economic Possibilities for our Grandchildren)

Per questo nelle società industriali e soprattutto in quelle post-industriali avanzate non ci sono più i poveri: ci sono gli obesi, gli alienati, i manipolati, gli sfruttati, gli anoressici, i presi in giro, i fuori di testa, e via discorrendo, ma non ci sono i poveri.
Facciamo una breve digressione illustrativa per spiegare, con una testimonianza, ciò di cui stiamo parlando.

Qualche anno fa, a Oxford, una domenica, aprendo la porta di casa ho trovato, poco distante, steso per terra, un poveraccio, semi-ubriaco. Da buon samaritano, per mettere a tacere la mia coscienza, mi sono avvicinato per vedere di cosa avesse bisogno e poi, d’impulso, ho deciso di preparargli un sandwich ritenendo che non avesse toccato cibo da un pezzo. Dopo un po’, ritornato a riprendere il piatto su cui gli avevo servito il sandwich, ho scoperto che lo aveva solo mangiucchiato. Ma le sorprese non erano finite. Vedendomi, il poveraccio mi ha fatto un cenno con la mano, indicandomi di abbassarmi verso di lui perché aveva qualcosa da dirmi. A quel punto mi ha sussurrato con un filo di voce: “Can you give me a cigarette.” E, dal momento che io non fumo, mi ha dato i soldi per andare a comperargliele. Ripeto: mi ha dato i soldi per andare a comperargli le sigarette.
Insomma, come la quasi totalità delle persone che vivono in una società economicamente avanzata lui non aveva problemi di sopravvivenza ma quelli di soddisfazione di bisogni tutto sommato superflui. Moltissimi altri, oltre ai bisogni superflui (il “superfluo necessario”, nella formulazione di mio cognato), investono adesso buona parte del loro denaro a soddisfare bisogni sofisticati (borsetta Prada, foulard Hermès, iPhone 5, ecc.).

Ritorniamo al presente (Gennaio 2013).
È vero, c’è una crisi, le imprese chiudono, i salari ristagnano, la disoccupazione aumenta. Ma al tempo stesso i proci (vale a dire i porci di stato, come dice la mia amica Gio) gozzovigliano, gli sprechi e le malversazioni sono alle stelle, le somme rastrellate dallo stato con le tasse aumentano di anno in anno, il (dimissionario) capo del governo italiano Mario Tonti guadagna 72.000 euro al mese e una ex attrice ha appena ricevuto una buonuscita dal matrimonio di 100.000 euro al giorno per le sue spesucce quotidiane.

Per cui, ripeto, questa non è una crisi economica. Questa è una crisi da follia politica e da depravazione morale. Come nella Grande Depressione, quando lo stato offriva pasti gratuiti ai disoccupati e distruggeva le cosiddette eccedenze agricole per sostenere i prezzi. In sostanza, la produzione andava, tanto è vero che si potevano distribuire pasti e distruggere beni: quello che non andava era il cervello (bacato) e l’animo (malato) di coloro che erano al potere dello stato.

Se questa (e le altre precedenti) non sono crisi economiche, cosa sono allora?
Queste sono crisi di aggiustamento del potere statale, in vista di una rinnovata egemonia e di una accresciuta rapina nei confronti dei ceti produttori. Il che provoca, naturalmente, sconquassamenti e persino tragedie presso tutti i produttori.

Se andate a riprendere giornali e riviste degli anni passati vedrete che è la stessa storia ripetuta per filo e per segno. Lo stato ha sempre avuto problemi di far quadrare i conti, lo stato ha sempre stampato denaro per venirne fuori, lo stato ha sempre creato inflazione, lo stato ha sempre preso in giro i produttori e si è sempre alleato con le grandi imprese e con il settore finanziario. Alla frase di Marx (1848) che lo stato è il comitato d'affari della borghesia possiamo solo aggiungere che è anche il santo protettore della parassitocrazia burocratico-finanziaria. Tutto lì.

Allora, è pensabile che ancora una volta, se ne uscirà dalla crisi pseudo-economica attraverso una ripresa pseudo-economica, una volta che i bilanci delle banche e degli stati si saranno riassestati e l’enorme massa monetaria, che è stata generata in questi ultimi anni, entrerà nel circuito per far partire un consumo drogato (l’assoluto superfluo diventato assolutamente necessario) che stimolerà una produzione drogata per gente mentalmente drogata. L’inflazione riapparirà, salutata dai giornalisti imbrattacarte come segno che “l’economia gira”, e tutti o quasi riprenderanno fiducia  nel dio “economia”.
Chiaramente, se facciamo riferimento al significato etimologico del termine (oixos + nomos = regole per l’amministrazione della casa) l’economia in tutto ciò non c’entra affatto.
Qui abbiamo a che fare con l’ecofollia.

Quello che sperano i padroni del potere statale in combutta con i grandi gruppi della cupola affaristico-finanziaria ad esso associati è che, ripartendo l’ecofollia, tutto si aggiusti come sempre, tutto ritorni come prima.

È ciò possibile?
Ma neanche per sogno.

Perché una crisi c’è, che, ripeto, non ha molto a che vedere con l’economia ma è nondimeno una crisi (a) morale (b) culturale, di proporzioni gigantesche.
E, fatto importantissimo, essa non può essere risolta con i soliti palliativi anche perché c’è un dettaglio, si fa per dire, che adesso sconquassa tutti i giochi del potere.
Infatti c’è una pistola puntata alla tempia dello stato, e questa pistola si chiama Internet e il prodotto di Internet si chiama Collaborative o Collective Intelligence. Quando, attraverso la “collective intelligence” ci saranno abbastanza persone che sapranno azionare il grilletto (attraverso la elaborazione di paradigmi culturali alternativi, la formazione di circuiti di produzione e di scambio alternativi, e via discorrendo) lo stato territoriale monopolista avrà finito di esistere. E ciò è questione di alcuni anni, il tempo di affinare e oliare alcuni meccanismi. Perché in molte regioni di questo villaggio globale, in maniera sotterranea e senza grande fracasso, molte persone stanno lavorando a ciò.

Pur senza arrivare a causazioni meccanicistiche, è pur sempre vero che l’invenzione del cannone con palle di ferro fuso (XV secolo) che potevano perforare qualsiasi fortificazione contribuì a marcare la fine definitiva del signore feudale al sicuro nel suo castello; e l’invenzione della stampa a caratteri mobili (1455) contribuì a distruggere il monopolio del potere chiesastico nella elaborazione e diffusione delle idee. Parimenti, la società dell’informazione diffusa, personalizzata e a livello globale, sta sconquassando il potere dello stato territoriale. Stiamo assistendo ad una de-territorializzazione, de-massificazione e dis-intermediazione delle società avanzate di portata storica. Questo è un cambiamento epocale che apparirà del tutto normale alle generazioni future, mentre risulta del tutto indigesto a taluno e abbastanza incomprensibile a talaltro che vive ancora sulla base delle ideologie e delle pratiche dei secoli passati.     

Il fetore e il disgusto che provengono dallo stato hanno raggiunto livelli insopportabili. Pensare che lo stato e il suo fetore possano scomparire automaticamente a seguito di una crisi economica significa ignorare la storia e lasciarsi cullare dalle illusioni. A una crisi epocale di natura morale e culturale si risponde con l’elaborazione e la pratica di un paradigma morale e culturale che si basa sul meglio del passato per la costruzione del meglio nel futuro.

Purtroppo, se non saremo capaci di questo, sprofonderemo sempre più in quanto parte del problema e non emergeremo mai come attori della soluzione.

 


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