Gian Piero de Bellis

Gli anti-statalisti immaginari

(Aprile 2015)

 


 

A metà degli anni ’70, una insegnante di un Liceo romano, Vittoria Ronchey, moglie di un noto giornalista, scrisse un libro dal titolo molto accattivante: Figlioli miei, marxisti immaginari (1975)
Il titolo era rivelatore di una realtà che ritengo fosse abbastanza diffusa.
Sia ai tempi del Liceo che durante gli anni dell’Università mi è capitato di discutere con persone che si qualificavano come marxiste o di sinistra ma che, di letture e riflessioni sui testi di Marx, ne avevano fatte ben poche o addirittura nessuna.
Per cui, non c’è da stupirsi che parecchi che si distinguevano come extra-parlamentari o esponenti dei gruppi dell’estrema sinistra ce li siamo poi ritrovati a sedere come onorevoli in parlamento o li abbiamo visti diventare giornalisti di grido, pronti a puntellare un sistema parassitario con la stessa faccia di bronzo con cui avevano sostenuto l’abbattimento del sistema.
Il titolo della Ronchey coglieva quindi pienamente nel segno.

Quel titolo mi è tornato alla mente poco tempo fa mentre cercavo di trovare una spiegazione al fatto che, pur in presenza di una numerosa e crescente schiera di persone che si dichiarano contro lo stato, questo organismo parassitario è sempre lì e la sua invadenza non sembra affatto diminuire. Allora mi si è presentata spontanea la domanda: e se molti di coloro che si dichiarano anti-statalisti lo sono come i marxisti individuati dalla Ronchey, cioè del tutto immaginari?

A questi anti-statalisti immaginari si applicherebbe allora l’immagine del ravanello utilizzata una volta dal senatore americano Claiborne Pell in occasione di un brindisi al presidente Bush (senior) da parte del segretario del PCI Achille Occhetto durante la sua visita negli USA (1989): «I comunisti italiani sono come ravanelli, rossi di fuori ma bianchi di dentro».
In altre parole, nel nostro caso avremmo a che fare con anti-statalisti di fuori (a parole, scritte o dette) e statalisti di dentro (nella realtà dei fatti e nelle convinzioni profonde).

Chiaramente, bisogna portare dati di fatto a sostegno di questa ipotesi se si vuole che essa sia sostenibile. A me sembra che ve ne siano almeno quattro importanti e decisivi. Statalisti e anti-statalisti mi sembrano accomunati dai seguenti aspetti:

1. Le soluzioni uniche

Una delle componenti essenziali dello statalismo è lo sciovinismo. L’idea cioè che la propria cultura (nazionale o occidentale) sia superiore alle altre e per questo vada imposta (con le buone o con le cattive) a tutti. In passato il prodotto dello sciovinismo è stato non solo l’imperialismo ma anche la soppressione delle culture particolari (regionali, locali). Alla base della formazione dello stato nazionale francese vi era la formula: un roi, une loi, une foi. In ambito non statale abbiamo avuto la formula the one best way che ha portato all’introduzione nelle grandi industrie di una organizzazione del lavoro manuale (F. W. Taylor, i coniugi Gilbreth) basata su tempi e metodi che dovevano applicarsi a tutti. In tempi più recenti la formula TINA (there is no alternative) sosteneva che non vi era alcuna alternativa al cosiddetto “liberalismo” economico come praticato dagli stati anglosassoni (grandi imprese, grandi banche, grandi potenze).
Le soluzioni uniche sono poi la caratteristica dominante delle democrazie maggioritarie dove il più forte (dal punto di vista numerico o organizzativo) impone la sua ricetta a tutti (socialismo per tutti, capitalismo per tutti, o, più realisticamente, statalismo per tutti).

2. Il monopolio territoriale

Il cardine essenziale su cui si basa lo stato moderno è il territorialismo a grande scala. Lo stato è il padrone unico di un vasto territorio su cui impone a tutti il suo volere (sotto forma di leggi). Anche i liberali (tranne pochissime eccezioni quali Gustave de Molinari e Paul Emile de Puydt) hanno accettato e accettano questo aspetto territorialista e monopolista dello stato vedendolo come garante, unico e indispensabile, della sicurezza per tutti (lo stato come guardiano notturno). Sulla base del pensiero liberale, anche molti anti-statalisti libertari hanno finito per accettare, di fatto, il territorialismo. Esempio di ciò è l’adesione convinta ad una politica di controllo della libera circolazione delle persone. Con la formula, “padroni a casa nostra”, molti, dopo aver fatto uscire con tutta la fanfara possibile lo stato dalla porta, lo reintroducono silenziosamente dalla finestra. Al massimo con un territorio più limitato (Veneto Stato) e una popolazione più omogenea (i Padani). Ma è sempre lo stato territoriale monopolista, con i suoi confini, le sue leggi liberticide, nel quale vige la tirannia della maggioranza. Perché, se uno solo (un gruppo dirigente, una maggioranza) gestisce il potere per tutti, ci sarà sempre qualcuno (un individuo, una minoranza) che la pensa diversamente e che sarà sottomesso.

3. Le categorie convenzionali

Il collante essenziale che permette allo stato di sopravvivere così a lungo è il fatto che, nonostante critiche e sberleffi feroci al suo indirizzo, moltissimi anti-statalisti utilizzano le stesse categorie concettuali degli statalisti. Ad esempio, tutti coloro che fanno ampio uso della categoria pubblico-privato accettano, implicitamente, che vi sia una distinzione-contrapposizione (per taluni insanabile) tra gli individui singoli (i privati) e gli individui associati (il pubblico). In questo modo essi, che ne siano o meno consapevoli, offrono basi solide per giustificare l’esistenza di un meccanismo-sistema regolatore che disciplini questo (presunto) contrasto. E questo meccanismo-sistema non è altro che lo stato e cioè un potere esterno che si impone a tutti con la scusa di garantire pace, giustizia e sicurezza per tutti. Quindi, in questo come in molti altri casi, i simpatizzanti del privato (gli anti-statalisti), attraverso il semplice utilizzo delle stesse categorie dei simpatizzanti del pubblico (gli statalisti), offrono motivi che portano molti a concepire, anche sulla base degli altri due aspetti sopra esposti (soluzioni uniche, monopolio territoriale), lo stesso scenario, cioè la presenza necessaria di un potere unico che tutto regola,.

4. Le contrapposizioni inventate

Il tocco finale sulla torta dello statalismo è costituita dal gioco delle parti che gli anti-statalisti interpretano in sintonia con gli statalisti. Dal momento che lo statalismo è essenzialmente il prodotto della politica intesa come lotta partitica che ha come obiettivo la gestione del potere da parte di un unico gruppo dirigente, il meccanismo funziona al meglio se si dà alle persone l’illusione che ci sia una alternanza nell’amministrazione dello stato. E una alternanza in effetti c’è, ad esempio tra Democratici e Repubblicani negli Stati Uniti o tra simpatizzanti della Destra e simpatizzanti della Sinistra in Italia. Ma l’alternanza tra etichette nominalmente diverse serve solo a nascondere, per gli illusi, la somiglianza se non addirittura l’identità dei contenuti (più leggi, più tasse, più stato). Il massimo della illusione la diffondono quegli anti-statalisti che ancora ritengono che ci sia stata o ci sia una contrapposizione tra capitalismo e statalismo mentre, nella realtà dei fatti, potere economico (grandi imprese) e potere politico (grandi partiti) sono sempre stati l’uno il puntello dell’altro.

5. La paura del nuovo e del diverso

La maggior parte degli anti-statalisti immaginari sono o ex-conservatori o ex-liberali che fanno riferimento al tempo passato come ad età magica in cui lo stato era cosa di poco conto. Ciò forse è stato vero in taluni casi e per brevi momenti, ma non certo per tutti. Infatti lo stato minimo dei tempi andati ha spesso rappresentato il potere di una ristretta oligarchia e di una rigida morale che veniva imposta alla gente comune. L’antistatalista immaginario si rivela spesso essere o un nostalgico di un passato da lui abbellito o un timoroso del diverso da lui dipinto a fosche tinte. Il diverso, ad esempio, gli appare come l’origine di tutti i problemi e di ogni atto criminoso, anche quello di non pagare le tasse (i cinesi) o di rubare il lavoro altrui (tutti gli extra-comunitari). Da lì a invocare i controlli e gli interventi dello stato nei loro confronti il passo è breve o quantomeno implicito.

Il superamento dello stato (il monopolista territoriale) sarà quindi possibile solo quando molti anti-statalisti immaginari saranno divenuti anti-statalisti effettivi. Allora essi saranno portatori di atteggiamenti mentali e comportamenti pratici che esprimono:

a. L’accettazione della varietà-pluralità delle soluzioni

Uno scienziato di nome Alexander Calandra raccontò negli anni ’60 la seguente storia: uno studente, sottoposto ad un test di fisica in cui gli si chiedeva di calcolare l’altezza di un edificio con l’aiuto di un barometro, presentò una soluzione bizzarra, non in sintonia con i canoni della materia. Richiesto di sostenere di nuovo il test, egli propose varie soluzioni, una più anticonvenzionale dell’altra. La morale della storia è che non vi è (quasi mai) un’unica soluzione ad un problema ma che la creatività umana ne può scoprire parecchie che si adattano alla incredibile varietà di situazioni ambientali e di esigenze umane. Oltre al fatto che può essere anche possibile modificare i termini del problema e quindi delle relative soluzioni.

b. Il superamento di qualsiasi potere monopolistico territoriale

L’andare oltre il territorialismo è la condizione indispensabile per fuoriuscire dalla subordinazione a un potere non scelto. E questo è tanto più possibile quanto più la realtà attuale diminuisce l’importanza della territorialità limitata da frontiere statali a vantaggio della spazialità senza confini. I messaggi circolano nel grande spazio aperto del villaggio globale, come pure le persone e i beni. Si formano quindi comunità virtuali che sono anche comunità volontarie, e questo perché la tecnologia ha superato le restrizioni, imposte in passato dalla distanza territoriale, alla comunicazione e azione individuali.

c. L’utilizzo di nuove categorie concettuali

Per colui che vuole inventare e praticare il nuovo, tutto il vecchio armamentario concettuale del passato scompare e viene sostituito da nuovi concetti e nuovi paradigmi che prefigurano nuove realtà. Ad esempio, in una società in cui i robot sono parte essenziale della produzione materiale, parlare di lavoro e di piena occupazione negli stessi termini del secolo passato non ha alcun senso. O ha il senso di una riproposizione del luddismo in maniera solo un po' più sofisticata ma altrettanto idiota: invece di distruggere le macchine si inventano occupazioni del tutto inutili (passa carte, riempi buche, imbratta fogli, timbra documenti, ecc.). E per fare un altro esempio, parlare di crescita economica in un mondo di persone sovrappeso o del tutto obese, assuefatte alla mentalità dell’usa e getta, è qualcosa del tutto insensato (per gli esseri umani) anche se del tutto funzionale agli attuali padroni statali. Sia in termini di tasse sui consumi sia in termini di instupidimento collettivo.

d. La fine delle contrapposizioni inventate

Dal momento che lo statalismo si regge sulle contrapposizioni inventate che, a furia di insistere, sono assunte come reali, gli anti-statalisti, nonostante la preposizione “anti” possa trarre in inganno, dovrebbero andare oltre a ogni tipo di contrapposizione eccetto quella che ha a che vedere con il rifiuto dello sfruttamento e della imposizione (principio di non aggressione). Per cui non si dovrebbe essere contro il capitalismo, contro il socialismo, contro la destra, contro la sinistra, ecc. ma operare semplicemente perché nessuno possa agire nei nostri confronti come un parassita, un monopolista, un essere invadente, ecc. E questo è possibile lasciando ed esigendo la libertà per ognuno di praticare le sue convinzioni, di destra o di sinistra, a favore del capitalismo o del socialismo, sempre e solo a sue spese (o a suo vantaggio), senza imporle a chicchessia.

e. Lo sviluppo di una personalità matura

Lo statalismo si regge sulla paura e sull’insicurezza di milioni di persone. Per cui, solo coloro che non hanno bisogno del Grande Fratello che li assista o del Padre Padrone che li protegga (sussidi e incentivi alle imprese, tariffe protettive, corsie preferenziali, appalti in cambio di mazzette, posti e prebende, ecc.) può davvero comportarsi da anti-statalista nei fatti (e non solo a parole). In sostanza, solo la fiducia nelle proprie e nelle altrui capacità, al di là e al di fuori dello stato, fa evaporare le paure ed è la premessa indispensabile per una società aperta (cosmopolita) composta da individui liberi (scelte volontarie).

Allora, se una persona si domanda come mai lo stato sia in grado di sopravvivere così bene pur essendo così malato e bacato, dovrebbe anche chiedersi quanto lui stesso contribuisca alla sopravvivenza della carcassa, attraverso i suoi atteggiamenti e comportamenti. E poi adottare le opportune correzioni.
Forse sarà l’inizio della fine (per lo stato monopolista territoriale).

 


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